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venerdì 3 febbraio 2017

Gurdjieff e Sebottendorff

L’occasione per una riflessione su tutto quello che in breve andremo ad esporre è venuta da una nostra recente visita ad Istanbul (l’antica Costantinopoli), oggi straordinaria ed affascinante città di circa 15 milioni di abitanti: un quarto della popolazione di tutta la Turchia di oggi vive là. Rudolf von Sebottendorff (1875-1945) e George Ivanovitch Gurdjieff (1875?-1949) sono stati due fondamentali ed eccezionali personaggi, non solo del mondo esoterico del secolo scorso, ma soprattutto per le implicazioni a livello globale che le loro attività e viaggi hanno prodotto nel corso della storia europea della prima metà del ‘900. La loro vita stessa è avvolta da un alone di leggenda e di mistero, tanto che non saremmo certo in grado di darne in questo articolo un quadro soddisfacente, non è il nostro compito: per una loro biografia poco più che approssimativa (che di certo nessuno storico sarà mai in grado di completare) – purtroppo carente nel riassunto cronologico quella del Moore - suggeriamo di leggere il libro di James Moore Gurdjieff anatomia di un mito – Il punto d’incontro , Vicenza 1999 – e il capitolo su Sebottendorff che Nicholas Goodrick Clarke gli ha dedicato nel suo Le radici occulte del nazismo – Sugarco, Milano 1993. Punto focale di questo nostro scritto sarà piuttosto dare risposta alle domande che un nostro personale Genio da tempo ci aveva messo in testa: è possibile che questi due avventurosi personaggi si siano incontrati? E dove? È pure possibile che per un certo periodo di tempo abbiano collaborato? Vari episodi e atti della loro vita ci offrono questa possibilità, inoltre entrambi, proprio nello stesso periodo, avevano volutamente reso quasi impossibile ad altri la capacità di ricostruire determinate tappe della loro misteriosa vita. Questo è dovuto al fatto che entrambi scrissero le loro “autobiografie” in forma assolutamente romanzata e criptica, e difficilmente verificabile: Sebottendorff con il suo Der Talisman des Rosenkreuzers (Pfullingen 1925) e Gurdjieff con il suo Incontri con uomini straordinari (vedi edizione Adelphi, Milano 1977). Basti per tutti un fatto ormai assodato: ancora oggi non si sa con esattezza in che anno sia nato Gurdjieff (spazia in un periodo che gli storici pongono tra il 1866 ed il 1877)! O, per contro, qual’era il vero nome di Rudolf von Sebottendorff (probabilmente, secondo Clarke, si chiamava Adam Alfred Rudolf Glauer). Solo in seguito agli avvenimenti che qui citeremo, a Rudolf Glauer venne concesso il diritto di fregiarsi del cognome e del titolo di Barone von Sebottendorff von der Rose (1914). Tutto ruota attorno ad un altro dato di fatto, questa volta una grande difficoltà e apparentemente senza soluzione per i biografi, e cioè in tutti e due i casi l’impossibilità di poter fornire date certe sulla loro presenza in determinati luoghi di nostro interesse per questa ricerca. Però, se si utilizzano determinate deduzioni, si potrà scoprire che Gurdjieff e Sebottendorff, guarda caso, si trovarono almeno in due posti esattamente nello stesso periodo: al Cairo e a Istanbul sul finire dell’800. E due uomini così particolari non potevano certamente non “riconoscersi” a livello esoterico, e di conseguenza a frequentarsi per un certo periodo. Vediamo di essere più precisi. Glauer/Sebottendorff era nato il 9 novembre 1875, e questo è un dato certo. Nell’anno della morte di suo padre (1893) si diplomò in un istituto tecnico. Raggiunta la maggior età (21 anni nel 1896) venne arruolato in Marina ma presto venne riformato a causa di un’ernia. Non potendo frequentare l’Università decise di conoscere il mondo imbarcandosi nella primavera del 1898 dalla Germania su di un piroscafo diretto a New York e poi su altre navi sino a raggiungere il Cairo in Egitto nel luglio del 1900. Ma questi ultimi dati ci vengono forniti in realtà da Sebottendorff stesso nel suo Der Talisman. Per contro un altro autore, di nome Ernst Tiede, nel suo libro Astrologisches Lexicon , del 1922, ci dice in una nota che senza dubbio Glauer era già presente al Cairo nel 1897 per lavorarvi per ben 3 anni (sino al 1900) al servizio di un proprietario terriero turco (dobbiamo ricordare che a quei tempi esisteva ancora l’Impero Ottomano). Questi 3 anni di differenza sono di estrema importanza per le nostre tesi perché avvicinano di molto la possibilità che Glauer/Sebottendorff possa aver conosciuto il filosofo caucasico Gurdjieff al Cairo intorno al 1897-1898, per poi andare con lui a Istanbul nel 1899-1900 ( dove tra l’altro risedettero nella stessa zona centrale di Istanbul, tra il quartiere Pera e la Torre Galata). Intorno ai vent’anni di età (o forse anche prima, dipende da quando Gurdjieff nacque effettivamente) Gurdjieff si era recato precipitosamente dall’Asia – voleva dirigersi in Turkestan – sino ad Alessandria d’Egitto e in seguito al Cairo, dopo che aveva trovato, insieme al suo amico Pogossian, una misteriosa Mappa dell’Egitto di prima delle Sabbie, sensazionale scoperta che aveva completamente cambiato i suoi piani di viaggio e che in seguito radicò definitivamente determinate sue credenze sul passato dell’Uomo e sulla storia ciclica delle civiltà (infatti Gurdjieff credeva fermamente nell’esistenza di un’antica civiltà che ci aveva preceduto e che ancora oggi, grazie al filosofo Platone, noi chiamiamo “Atlantide”). Nel giro di breve tempo Gurdjieff al Cairo, così ci dice nel suo Incontri, aveva assunto conoscenze dei luoghi archeologici tali da diventare una guida turistica tra le Piramidi di Giza e lì aveva conosciuto il Principe russo Jurij Ljubovedskij. Ma, proprio in quel periodo (diciamo 1897 o 1898, sposiamo pertanto le tesi cronologiche di Tiede) lo stesso Sebottendorff, probabilmente coetaneo di Gurdjieff, si era voluto recare alle Piramidi di Giza (dove, ricordiamo, Gurdjieff svolgeva l’attività di guida) per visitarle, dato che si stava appassionando di esoterismo e, come Gurdjieff, aveva incominciato ad interessarsi alle danze cerimoniali e alla tradizione dei Dervisci Mevlevi e Baktashi. Possiamo ben dire che le coincidenze siano troppe per escludere l’eventualità che i due colti avventurieri si siano incontrati o conosciuti. Al contrario, è ben più difficile che ciò non sia accaduto, data la convergenza di interessi in comune! Tanto più che sia Gurdjieff che Sebottendorff, subito dopo l’esperienza egiziana, si recheranno, guarda caso, nello stesso luogo e nello stesso periodo: esattamente ad Istanbul. Questa città clamorosamente cosmopolita ed estremamente vitale gioca un ruolo fondamentale nell’ambito della nostra indagine: qui, vicino alla Torre Galata, nei pressi di un Centro dei Mevlevi (dove durante il nostro viaggio abbiamo assistito a un’impressionante cerimonia di Dervisci ruotanti) , Gurdjieff, insieme ad una quindicina di suoi compagni (vi era presente anche una donna) sarà il promotore della formazione dei Cercatori della Verità , un’associazione formata da giovani intellettuali volti alla ricerca della conoscenza tradizionale ed esoterica più antica del mondo: la Confraternita dei Sarmoung. Siamo nel 1900: da qui a breve il coraggioso esploratore caucasico partirà per un percorso legato a tappe che, attraverso visite predisposte a monasteri esoterici, lo porteranno sino al Turkestan cinese e poi in Tibet (la traduzione in italiano del libro di C. Stanley Nott Insegnamenti di Gurdjieff - Lantana editore srl 2011 -, ha definitivamente confermato la permanenza in Tibet di Gurdjieff per almeno 3 anni come assistente del XIII Dalai Lama, sino all’arrivo della rovinosa spedizione militare anglo –indiana del 1903-1904). A parte pochi personaggi , Gurdjieff non rivelerà mai le vere generalità di tutti gli altri appartenenti ai Cercatori della Verità, probabilmente perché le successive “attività” politiche di alcuni di questi lo avrebbero, alla fine, messo in imbarazzo di fronte all’opinione pubblica. Si è parlato con insistenza di Karl Haushofer (1869-1946), il fondatore della “Geopolitica” e mentore di Rudolf Hess, come membro occulto dei Cercatori, ma per noi uno di questi fu piuttosto Sebottendorff, il quale, come è universalmente noto, da una branca di un’associazione segreta, il Germanenorden (1912) fonderà a Monaco di Baviera, il 18 agosto 1918, la Thule Gesellschaft (la Società Thule), il trampolino di lancio del futuro Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler (1889-1945). Sebottendorff infatti, a partire dal 1902 e sino al 1934, continuerà a viaggiare tra la Turchia e la Germania, per poi rimanere in Turchia sino alla morte per suicidio avvenuta nel maggio del 1945: egli acquisirà infatti anche la cittadinanza turca, oltre a quella tedesca. Dai sue due saggi tradotti in Italia, La Pratica operativa dell’antica Massoneria Turca (ed. Arktos 1995) e Prima che Hitler venisse (ed. Arktos 2003) traspare un cambiamento progressivo nelle sue convinzioni personali senza però mai dimenticarsi alcuni insegnamenti fondamentali appresi, secondo noi, nel periodo Gurdjieffiano tra il Cairo e Istanbul e cioè che : “Dio non è esterno all’uomo ma è il destino stesso di ogni individuo – Lo scopo di ogni uomo è quello di nobilitarsi e di acquisire una conoscenza più vasta – e – Soltanto un’azione che viene da noi stessi può darci la salvezza” (da Jean Mabire: Thule, il Sole ritrovato degli Iperborei, Età dell’acquario 2007, pp. 148-149). Gurdjieff in seguito si recherà da Istanbul in Germania (Berlino, dall’agosto del 1921 al giugno del 1922) in un periodo in cui vi era presente anche Sebottendorff , e non è detto che, anche in questa occasione, non si siano incontrati, anche se la cosa appare meno probabile (ma non impossibile). A questo punto del nostro studio, prima di introdurre alcuni concetti decisivi per comprendere appieno il nostro pensiero, è necessario porre in chiaro che il mettere in relazione di conoscenza questi due personaggi, non ha affatto lo scopo di accusare il Maestro Gurdjieff di alcunché, nonostante le attività framassoniche di Sebottendorff si dimostreranno successivamente un primo banco di prova per la deriva nazista. Non ci uniamo per nulla alle accuse che, in modo per nulla velato, vennero poste da Louis Pauwels nel suo Monsieur Gurdjieff (Mediterranee, 1996) nei confronti del “Maestro di Danza” caucasico di sotterranea collaborazione con la Società di Thule e con il Nazionalsocialismo. Vogliamo solo rimarcare il fatto che nel nostro modo di pensare, la ricerca delle basi storico-archeologiche delle più antiche fonti tradizionali del mondo, o molto più semplicemente, uno studio su una base di indagine comune, può portare ad atti e a sviluppi successivi completamente diversi a seconda dell’indole dei diversi individui e soprattutto delle loro aspirazioni. Un’approfondita analisi comparata dei comuni interessi di queste due importanti personalità è al di fuori degli obiettivi di questo scritto: una per tutte valga la passione comune dei due personaggi per i misteri dell’esoterismo islamico nelle sue più svariate forme. Ci potrà però essere di aiuto un approccio e un’ indagine comparativa su alcuni elementi simbolici alla base, noi pensiamo, delle più lontane conoscenze tradizionali dell’Uomo. Molto semplicemente, varie informazioni in nostro possesso prendono in considerazione il fatto che una civiltà precedente (che noi chiamiamo Atlantide, Mu o come vogliamo chiamarla) di diffusione mondiale aveva raccolto gran parte delle sue conoscenze in un “simbolo numerico astrologico” chiamato “Mappa Universale” o Kanagi Guruma, evoluzione di quello che viene chiamato in Oriente “Quadrato Magico” Lo Shu : la forma infatti poteva essere circolare o quadrata. Gran parte dei simboli che più hanno influito nella storia della nostra società, anche moderna, derivano da questo modello “madre”, così come i più famosi calendari della storia (quello messicano per esempio), le mappe astrologiche, quelle celesti, le forme di scrittura, i 64 esagrammi, i simboli più conosciuti o addirittura i Mandala tibetani. Uno dei modelli simbolici segreti dei Sufi Mevlevi, per esempio, la Stella Verde a dodici punte, o addirittura il simbolo del “Sole Nero” nazista nel castello SS di Wewelsburg, derivano dal ricordo di questa forma-simbolo-modello astrologico primordiale. Così pure l’Enneagramma di Gurdjieff, la Svastica tanto cara a Sebottendorff e la Stella a sei punte della Confraternita dei Polari. Se si studia a fondo il “Kanagi Guruma”, nella sua forma circolare o quadrata, si giungerà dopo diverso tempo a queste conclusioni: diamo comunque a fine articolo una serie di libri utili a una comprensione oggettiva di tutti questi argomenti. Ecco che, per tutti questi motivi, personalità così attente come Sebottendorff e Gurdjieff avranno compreso questi concetti generali di cui sopra già al loro tempo, più di cento anni fa, e secondo le loro specifiche inclinazioni personali, ognuno andò per la sua strada, dopo aver fatto parte dei Cercatori della Verità: Sebottendorff tornò in Germania mentre Gurdjieff raggiunse il Tibet. La Tradizione esoterica è sempre una sola: un suo assennato utilizzo è responsabilità del singolo Maestro. Per ulteriori approfondimenti (oltre ai saggi già citati nell’articolo): Walter Catalano, Applausi per mano sola, Clinamen 2001; Rene Alleau, Le origini occulte del Nazismo, Mediterranee 2000; Edred Thorsson, Futhark: a handbook of Rune Magic, Weiser Books 1984; Michio Kushi, Mondi dimenticati, Mediterranee 1993; Rafael Lefort, I maestri di Gurdjieff, Mediterranee 1998. Aggiornamento agosto 2014: Zam Bhotiva, Asia Mysteriosa, a cura di G. de Turris e M. Zagni, Arkeios 2013.


http://edmundkiss-zama.blogspot.it/2013/04/gurdjieff-e-sebottendorff.html

giovedì 2 febbraio 2017

Gurdjieff, sufismo e filocalia - Piero Schepis

Interventi di Piero Schepis su Gurdjieff
 
GEORGE IVANOVITCH GURDJIEFF e IL LAMA DORDJIEFF
G. I. Gurdjieff nacque negli anni 1860 o 1870 (i biografi, pur senza
sicurezza, indicano generalmente la data del 1866) ad Alexandropol
nell’Armenia Russa, cioè  in una zona di frontiera, dove un padre prudente
preferi' non registrare la nascita del proprio figlio. La madre era
armena; il padre Ioannas Giorgiades, discendente dai Greci Ionici di
Cesarea, prima allevatore di bestiame, poi  commerciante di legname e
falegname,  era anche un “ashok”, poeta-bardo, che amava raccontare uno
straordinario repertorio di leggende e miti tramandati da generazioni. La
famiglia si  trasferi' poi a Kars  città armena , sovrastata dal monte
Ararat (a quell'epoca Kars era oggetto di contesa tra Russi e Turchi,
attualmente appartiene alla Turchia). Ivi Gurdjieff venne educato da
sacerdoti della chiesa armeno-ortodossa e prese in considerazione a sua
volta il sacerdozio, che probabilmente esercitò per uno o due anni. Non
era però quella la sua via e decise di esplorare altre tradizioni
spirituali. Fra il 1887 e il 1907 si situano i cosiddetti «vent'anni
mancanti» della biografia di Gurdjieff. Si sa che, con altri amici, formò
un gruppo chiamato dei «Cercatori della verità» e compi' numerosi viaggi
che lo portarono nel Medio Oriente, nell'India, nell'Asia Centrale, nel
Tibet, visitando monasteri e centri religiosi, cercando una misteriosa
«Confraternita di Sarmoung», della quale aveva trovato un riferimento nel
1886. Nella sua autobiografia "Incontri con uomini straordinari" Gurdjieff
ci parla delle persone che incontrò in quegli anni e che influenzarono il
suo pensiero, ma occulta abilmente luoghi e identità. All'inizio della
prima guerra mondiale, Gurdjieff visse a Mosca e, attraverso conferenze e
rapporti personali, raccolse intorno a sé numerosi allievi (il più famoso
è probabilmente P.D. Ouspensky) con cui formò piccoli gruppi, non solo a
Mosca e in Russia, ma anche a Costantinopoli, Tiflis, Londra,
Fontainebleau-Avon, Parigi, New York etc. Ebbe allievi illustri fra
scrittori, poeti, artisti, filosofi, ricercatori, uniti dal progetto
comune di lavorare su di sé, migliorando la propria presenza mentale.
Gurdjieff mori' a Parigi nel 1949. Ancora oggi ha molti seguaci e
costituisce un punto di riferimento per la ricerca spirituale occidentale,
come dimostrano talune canzoni di quell'altro poeta-bardo contemporaneo,
che è Franco Battiato. Il periodo della vita di Gurdjieff, che ha
suscitato maggiormente la curiosità dei ricercatori è naturalmente quello
dei  «vent'anni mancanti». Una testimonianza interessante, che potrebbe
chiarire l'attività di circa un decennio, riferita da Louis Pauwels nel
libro  "Monsieur Gurdjieff" (Roma 1972), è quella di Achmed Abdullah,
scrittore e ufficiale dell'Intelligence Service. Questi incontrò Gurdjieff
 a New York , durante un pranzo in casa di un comune amico, e  riconobbe
in lui il Lama Dorzhieff (o Dordjieff secondo un'altra grafia) conosciuto
circa trenta anni prima in Tibet. Glielo disse e lui gli strizzò l'occhio.
Si parlarono in lingua tagik. Dorzhieff  era stato precettore del giovane
tredicesimo Dalai Lama ed era il principale agente segreto della Russia
nel Tibet. Quando le truppe Inglesi invasero il Tibet (antecedentemente
alla prima guerra mondiale) fuggi' insieme al Dalai Lama in direzione
della Mongolia. Tutto ciò spiegherebbe le difficoltà che più tardi
Gurdjieff incontrò a Londra, nonostante gli interventi dei suoi amici
presso Lloyd George. La testimonianza di A. Abdullah è stata spesso
sottovalutata da parte dei seguaci di Gurdjieff, forse perchè Alexandra
David Neel, che ha scritto molti libri di viaggio sul Tibet, in un
articolo apparso su Nouvelles Litteraires di Parigi il 22 Aprile 1954,
dichiarò che era stato confuso Gurdjieff con un lama buriate di nome
Dordjieff. A favore della tesi di Abdullah è invece l’ambasciatore indiano
in Cina K.M. Panikkar in "Storia della dominazione europea in Asia dal
Cinquecento ai nostri giorni" Einaudi, Torino 1977, che si appoggia anche
sulla testimonianza di Sir Charles Bell, diplomatico inglese in Tibet e
amico personale del tredicesimo Dalai Lama,  nella biografia autorizzata "
Portrait of a Dalai Lama: The Life and Times of the Great Thirteenth", 

pubblicata per la prima volta nel 1946 da W.M. Collins  e successivamente
ristampata nel 1987, a Londra, da Wisdom Publications. Del resto, il libro
di Rom Landau "God is My Adventure" (ultima ristampa : Unwin, 1964) che
per primo riportò la testimonianza di Abdullah, usci' quando era ancora
vivo Gurdjieff, il quale non fece la minima obiezione.
 



Gurdjieff e il Sufismo
Nel libro "I Maestri di Gurdjieff" (ediz. italiana: 1991, Roma, E.
Mediterranee) , Rafael Lefort, studioso di esoterismo, narra che, dopo
essere entrato a far parte di una delle scuole ispirate alla dottrina di
Gurdjieff, avendo trovato un metodo di insegnamento non conforme alla sue
aspettative, decise di mettersi in viaggio verso l’Oriente, alla ricerca
delle fonti originali dell'insegnamento. I capitoli di questo libro sono
dedicati alle figure  degli uomini, quasi tutti mercanti o artigiani, con
i quali Lefort era riuscito ad avere un incontro: si tratta di persone che
avevano insegnato a Gurdjieff, o che avevano imparato assieme a lui, la
loro arte, oppure che erano stati suoi maestri o condiscepoli nello studio
di una particolare disciplina. Per mezzo di suggerimenti e indicazioni,
Lefort venne guidato da essi nel suo viaggio di città in città, di maestro
in maestro, fino a trovarsi nuovamente in Europa, in seno ad una scuola
esoterica, situata (ironia della sorte!) a soli quindici chilometri dalla
sua abitazione. Nel corso del suo lungo peregrinare, l’autore prende
coscienza della sterilità delle motivazioni, quasi esclusivamente
intellettuali, che lo avevano portato ad intraprenderlo, e si pone in una
nuova prospettiva riguardo a Gurdjieff ed al suo pensiero. Mentre rinuncia
ad una sicurezza che ora gli appare falsa ed acquisisce umiltà e
disponibilità, viene altresì messo in guardia nei confronti delle scuole
in grado di tramandare l’aspetto esclusivamente esteriore
dell’insegnamento di Gurdjieff. Il messaggio di Gurdjieff viene dichiarato
morto con la scomparsa del maestro, ma si afferma che l’insegnamento
autentico è sempre accessibile. Alla fine del suo viaggio, Lefort è posto
di fronte ad una scelta: continuare le sue ricerche o rinunciare ad esse
per intraprendere effettivamente il cammino evolutivo. Il libro pretende
di essere una ricerca dei Maestri di Gurdjieff, fisicamente intesi, svolta
negli anni sessanta. A meno di non ammettere, nei loro riguardi, una
longevità ben superiore a quella di Gurdjieff, una interpretazione
letterale del testo ha poche possibilità di corrispondere al vero. Si dice


che Rafael Lefort sia lo pseudonimo del famoso scrittore   Idries Shah
(1924 Simla/India-1996 Londra). Quest'ultimo, scheik Naqshabandy d'origine
afgana (partecipò coi mujaiddin alla guerra di resistenza contro
l'invasione sovietica dell'Afghanistan),  è stato uno dei maggiori
divulgatori moderni del sufismo, soprattutto di quell'ala che lo svincola
dall'aderenza all'Islam. All'opposto vi è l'ala tradizionalista, che vanta
rappresentanti altrettanto famosi come Syed Hossein Nasr, la quale ritiene
indispensabile la pratica della forma religiosa islamica.Gli scheik
tradizionalisti sostengono che l'altra ala estremizzi,  il cosmopolitismo
ed universalismo sufi, disancorandolo dalla sua base terrena e storica che
è appunto l'Islam. E' abbastanza noto che la "Fondazione Gurdjieff",
avente le sue sedi principali a Parigi, Londra e New York, guidata prima
da  Madame Jeanne Matignon de Salzmann (1889-1990) e poi dal figlio Dr.
Michel de Salzmann , cercò di integrarsi nella tradizione orientale, al
fine di completare l'insegnamento lasciato in eredità da Gurdjieff. Poichè
tale insegnamento era esteriormente svincolato tanto dall'Islam, quanto
dal Buddhismo, sembrò naturale rivolgersi all'ala cosmopolita di Idries
Shah. Egli accettò di accogliere i membri della fondazione, ma a patto che
rinunciassero alla gerarchia che si era formata all'interno del loro
gruppo, cioè a condizione che ricominciassero tutti dallo stesso grado di
neofiti. Essi rifiutarono e Shah rispose con il libro firmato Lefort. 

L'interpretazione delle origini dell'insegnamento di Gurdjieff , presente

in questo libro, è senz'altro di parte, sia perchè trascura l'influsso

buddhista ed altri minori, sia perchè dimentica che Gurdjieff non usci'

mai dalla tradizione cristiano-ortodossa, considerando, con ogni

probabilità,  i suoi contatti orientali nient'altro che un approfondimento

di quello che S. Simeone definisce "il secondo modo di attenzione e di

preghiera". Prova ne è che, alla sua morte, dopo quattro giorni e quattro

notti di veglia, venne cantata una messa solenne nella cattedrale della


Chiesa Ortodossa Alexandre Nevsky in Rue Daru a Parigi.
 



Gurdjieff e la Filocalia
Per comprendere come l'insegnamento di G. I. Gurdjieff, relativo alla
presenza mentale,  ha raggiunto il suo aspetto definitivo, non vi è altro
modo che seguire, per quanto è possibile, la sua evoluzione temporale.
Come si è già accennato, Gurdjieff, già affascinato da miti e leggende
della tradizione orale paterna, ebbe come primo maestro vero e proprio
padre Borsh, allora arciprete della chiesa militare di Kars, massima
autorità spirituale di quel paese, che era stato da poco conquistato dai
Russi. Borsh insegnò a Gurdjieff medicina e teologia. Uno dei più
importanti testi della chiesa ortodossa è senz'altro la Filocalia, che
letteralmente significa «amore della bellezza», ma di quella bellezza che
si identifica col bene. La parola era già stata usata da S.Basilio e da
Gregorio di Nazianzo per la loro raccolta di passi scelti di Origene. Nel
1782 vide luce a Venezia un'altra Filocalia, destinata a diventare ben più
nota, i cui esemplari, appena stampati, furono rimpatriati in blocco in
Oriente. Tale Filocalia è una raccolta di testi tradizionali sulla
preghiera ortodossa, sopratutto "solitaria", che prende le mosse dagli
anacoreti cristiani egiziani del IV secolo per giungere fino ai monaci del
Monte Athos del XV. La Filocalia doveva conoscere un successo
straordinario in Russia, grazie a un grande staretz,  Paissy Velitchkovski
(1722-1794), animatore di una vera rinascita spirituale sia nei paesi
moldavi che in Russia. Egli preparò in breve tempo una traduzione slava,
la Dobrotolubiye (Pietroburgo, 1793), della quale si ebbero otto
riedizioni. La Filocalia è vasta, ma , per nostra fortuna, uno dei testi
in essa contenuti, costituisce una sintesi dell'intera opera. Si tratta
del capitolo "Sui tre modi di preghiera" tratto dagli scritti di San
Simeone il Nuovo Teologo (949-1O22) che, per la sua importanza, riportiamo
integralmente.
 

"Sui tre modi di preghiera
Esistono tre modi di attenzione e di preghiera, per essi l'anima può
elevarsi e progredire, oppure cadere e perdersi. Chi usa di questi metodi
nel modo e nel tempo giusto progredisce, chi invece li pratica
inopportunamente e insipientemente si smarrisce.
L'attenzione e la preghiera sono unite inseparabilmente come il corpo è
legato all'anima. L'attenzione procede e controlla i movimenti del nemico
come un'avanguardia, è la prima ad ingaggiare la lotta col peccato, e ad
opporsi ai pensieri malvagi che vorrebbero entrare nell'anima. La
preghiera ne segue le orme, sterminando e distruggendo tutti i pensieri
malvagi contro i quali l'attenzione è entrata in lotta, la sola attenzione
non ha la forza di distruggerli. Da questo combattimento contro i pensieri
malvagi condotto con l'attenzione e la preghiera dipende la vita
dell'anima. Servendosi dell'attenzione possiamo render pura la preghiera e
compiere dei progressi; se non ci serviamo dell'attenzione per conservarla
pura e la lasciamo incustodita, diventa inquinata dai pensieri malvagi e
diveniamo degli inservibili falliti.
 

Sul primo modo dell'attenzione e della preghiera
Queste sono le caratteristiche del primo modo: uno si mette in orazione,
solleva le mani, gli occhi e la mente verso il cielo, tiene fermi nella
mente i pensieri di Dio, immagina i beni celesti, le schiere degli angeli
e le dimore dei santi, riunisce, in una parola, nella mente quanto ha
appreso dalle Sante Sctitture e durante la preghiera vi si sofferma,
esortando l'anima ad essere desiderosa di Dio e del suo amore. Gli può
capitare in questo stato di versare delle lacrime e di piangere. Può
succedere, se uno segue soltanto questo modo, che poco a poco il suo cuore
s'inorgoglisca senza che lui l'avverta, e pensi che ciò che esperimenta
gli venga dalla grazia di Dio come consolazione, e comincia a domandare a
Dio di poter rimanere sempre in quello stato. Ma questo è segno di

smarrimento, il bene quando non è compiuto come si deve non è più bene. Se

quest'uomo s'impegna in una vita solitaria totale difficilmente potrà

sfuggire alla follia. Se questo per un puro caso non avvenga, gli sarà


impossibile raggiungere il possesso della virtù e il calmo pensiero.
Questo modo contiene un altro rischio di deviazione: uno può vedere con
gli occhi del corpo delle luci e dei fulgori, gustare dei profumi soavi,
sentire dei suoni e altre simili cose. Alcuni ne sono rimasti del tutto
invasati, nella loro insania hanno cominciato a vagolare da un luogo
all'altro; altri, scambiando il diavolo per un angelo della luce, sono
rimasti ingannati, fino a diventare incorreggibili rifiutando di
accogliere l'ammonimento dei fratelli. Altri, istigati dal diavolo, si
sono suicidati gettandosi chi da un precipizio, chi impiccandosi. Da
quanto abbiamo detto non è difficile, per chi ha buon senso, comprendere
quale rischio sia incluso in questo primo modo di attenzione e di
preghiera (quando venga considerato come l'unico nella via della
preghiera). Anche se qualcuno evita questi pericoli nel praticarlo perché
vive in una comunità, ai suoi rischi sono esposti particolarmente gli
eremiti, sappia che non farà nessun passo avanti nella vita spirituale.
 

Sul secondo modo di attenzione e di preghiera
Questo è il secondo modo di attenzione e di preghiera: l’orante ritrae la
mente dagli oggetti sensibili e la raccoglie nel suo intimo; vigila sui
sensi e unifica i suoi pensieri in modo che interrompano il vagabondaggio
tra le vanità mondane. A volte esamina i suoi pensieri, a volte si ferma a
considerare le parole che le sue labbra pronunciano; a volte ferma il
pensiero quando affascinato dal diavolo vola verso qualcosa di peccaminoso
e di vano; a volte, vinto da qualche passione, con grande travaglio e
sforzo lotta per rientrare in sé stesso. La nota specifica di questo modo
è che si svolge nella testa, i pensieri combattono contro i pensieri.
In questo combattimento contro se stesso, non si può trovare la pace, né
il tempo di praticare quelle virtù che sono il coronamento della verità.
Questo stato è paragonabile ad uno che lotti con i nemici, nella notte, al
buio, sente le loro voci, subisce i loro colpi, ma non vede chiaramente
dove siano, da dove vengano e per qual motivo stiano aggredendolo; rimane
dentro la testa, mentre i pensieri malvagi escono dal cuore. La tenebra
che gli avvolge la mente, la tempesta che infuria nei suoi pensieri sono
la causa che impedisce di vedere la origine di questa deviazione, non
riesce a sfuggire dalla presa dei demoni, suoi nemici, e a riconoscere i
loro colpi. Se poi insieme a tutto questo uno vien preso dalla vanità di
ritenersi vigilante su se stesso come dovrebbe, lavora inutilmente e
perderà per sempre ogni ricompensa. Orgoglioso disprezza e critica gli
altri e loda se stesso, considerandosi atto ad essere un pastore di uomini
e di guidare gli altri diventa simile ad un cieco che vuol condurre altri
ciechi. Questi sono i cararteri del secondo modo di attenzione e di
preghiera. Chi vuol raggiungere la salvezza saprà riconoscere il danno che
sta arrecando all'anima sua e aprirà con cura gli occhi su se stesso.
Questo modo, ciò nonostante, è migliore del primo come una notte di
plenilunio è meglio di una notte senza luna.
 

Sul terzo modo di attenzione e di preghiera
 

Il terzo modo è meraviglioso ma difficile a spiegare; è insieme difficile
e incredibile per chi non lo abbia mai praticato, fino al punto da esser
respinto come possibile attuazione. Nel nostro tempo infatti è difficile
incontrare chi pratichi questo modo di attenzione e di preghiera; verrebbe
da pensare che questo dono benedetto ci abbia abbandonato insieme
all'obbedienza.
Se uno osserva l'obbedienza perfetta al suo padre spirituale, si libera da
ogni perplessità, avendole poste sulle spalle della sua guida. Libero da
ogni attaccamento sensibile, può dedicarsi con zelo e diligenza alla
pratica del terzo modo di preghiera, supponendo però che si sia posto
sotto la direzione di una guida non sottoposta a smarrimenti. Se vuoi
raggiungere la salvezza comincia in questo modo: stabilisci nel tuo cuore
la perfetta obbedienza alla tua guida spirituale, compi qualunque cosa con
coscienza pura, alla presenza di Dio; non è possibile avere la coscienza
pura senza l'obbedienza. Conserva pura la coscienza in queste tre
direzioni: di fronte a Dio, di fronte alla tua guida spirituale, di fronte
agli uomini e alle cose e alla realtà del mondo.
Di fronte a Dio il dovere della tua coscienza consiste nel non fare azione
che, secondo la tua coscienza, non sia gradita e accetta a Dio. Di fronte
al tuo padre spirituale fa soltanto quello che ti dirà, non voler fare
niente di più o di meno di quanto ti suggerisce, cammina sotto la guida
della sua volontà e della sua intenzione. Di fronte agli uomini non fare
alcuna cosa che non vorresti venisse fatta a te stesso. Di fronte alle
cose il tuo dovere è di mantenere pura la tua coscienza usandola in
maniera giusta, per le cose intendo il cibo, le bevande e le vesti.
Procedendo in questo modo ti appronterai un sentiero solido e diretto
verso il terzo modo di attenzione e di preghiera, esso consiste
essenzialmente in questo: la mente scenda nel cuore. Mentre preghi ferma
l'attenzione nel cuore, percorrilo in tutti i sensi, senza mai
distaccartene, e dalle profondità del cuore fa' salire a Dio la tua
preghiera. Quando la mente, dimorando nel cuore, comincia a gustare quanto
è buono il Signore e si sente colma di grande diletto non vorrà più
abbandonare quel luogo. Contemplerà le profondità del cuore e vi rimarrà
cercando e allontanando quei pensieri che il demonio vi avrà disseminato.
Chi non conosce e non ha provato questo modo, lo considererà difficile e
opprimente. Chi invece avrà gustato la sua dolcezza e avrà goduto nelle
profondità del cuore, grida con San Paolo: "Chi potrà distaccarsi
dall'amore di Cristo?..".Osserva prima di ogni altra cosa queste tre
direttive: sii libero da ogni preoccupazione, non solo riguardo a ciò che
è malefico e vano ma anche a ciò che è buono, in una parola sii morto a
tutto; conserva la tua coscienza in modo che nulla possa rimproverarsi;
abbi il perfetto distacco da ogni attaccamento passionale, in modo da non
avere alcuna inclinazione verso ciò che appartiene al mondo. Mantieni la
tua attenzione in te stesso, tieni ferma la mente nel cuore, con tutti i
mezzi possibili cerca di scoprire il luogo dove è il cuore; se avrai il
dono di trovarlo il tuo pensiero vi dimorerà per sempre. Impegnandoti in
tal modo la mente scoprirà il luogo del cuore, quando l'avrà trovato la
grazia renderà la preghiera soave e ardente. La mente acquisterà la
capacità di allontanare i pensieri malvagi da qualunque parte si
manifestino prima che abbiano preso consistenza, facendoli dissipare con
l'invocazione: "Signore Gesù abbi pietà di me! ". Il primo e il secondo
modo di attenzione e di preghiera non conducono l'uomo alla perfezione.
Volendo costruire una cosa non cominciamo dal tetto ma dalle fondamenta;
prima gettiamo le fondamenta poi innalziamo i muri infine edifichiamo il
tetto. Altrettanto ci è richiesto per l'edificio spirituale, innanzi tutto
gettiamo il fondamento: vigilando sul cuore e purificandolo dalle
passioni; quindi innalziamo le mura respingendo l'assalto dei nemici che
si scagliano contro servendosi dei sensi, e addestrandoci a controbattere
i loro assalti il più presto possibile; dopo aver fatto questo possiamo
porre mano al tetto, alla totale rinuncia a tutto per offrirci
completamente a Dio. In questo modo potremo ultimare la nostra casa in
Gesù Cristo, a Lui sia lode per sempre. Amen." (Filocalia , vol. V pp.
73-89. edizione italiana della Filocalia, ed. Gribaudi)
 

Non poteva sfuggire a Gurdjieff che l'aspetto "preghiera" è massimo nel

terzo modo, mentre l'aspetto "attenzione" è massimo nel secondo. Forse gli

 venne il sospetto che il secondo modo, già all'epoca di San Simeone, non

fosse più noto nella sua completezza, in ambiente cristiano e che, proprio

per la sua incompletezza, gli venisse preferito il terzo. Tutti i suoi

anni successivi li dedicò infatti ad un approfondimento esoterico del

secondo modo, entrando cosi' in contatto con svariati ambienti,


soprattutto sufi e buddhisti.