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domenica 28 marzo 2021

L'Arte, Ignazio e Leonardo da Vinci - Gurdjieff

Per esempio, all'inizio della civiltà europea contemporanea un monaco di nome Ignazio, che in precedenza era stato architetto, arrivò al punto di saper decifrare le conoscenze e le utili informazioni dissimulate nelle opere di quasi tutte le branche di quella che all'epoca già veniva chiamata l'"arte antica", e che risaliva ai tempi di Babilonia.

Ma quando il monaco Ignazio decise di comunicare la sua "scoperta", come si dice, ad altri esseri suoi simili, nel caso specifico a due suoi confratelli - cioè i due monaci insieme coi quali era stato inviato dai suoi superiori come specialista per dirigere i cosiddetti "lavori di posa delle fondamenta" di un tempio, poi divenuto celebre -, questi lo uccisero nel sonno per qualche futile motivo, generato dalla conseguenza in loro cristallizzatasi di quella proprietà dell'organo kundabuffer che viene detta "invidia", e gettarono il suo corpo planetario nella distesa d'acqua che circondava l'isoletta su cui si doveva erigere il tempio. 

Il monaco Ignazio era venuto al mondo e si era formato come essere responsabile sul continente d'Europa. Ma quando ebbe raggiunto la maggiore età, al fine di raccogliere le informazioni relative alla professione ch'era diventata lo scopo della sua esistenza - e cioè di essere "architetto" -, si era trasferito nel continente d'Africa. Qui era entrato in una confraternita che esisteva allora in quel continente sotto il nome di "Cercatori di Verità". Più tardi, quando la sua confraternita era emigrata sul continente d'Europa ingrandendosi, e i suoi confratelli avevano preso il nome di "Benedettini", egli era già un "fratello a pieno titolo" della medesima.

Il tempio di cui ti ho appena parlato esiste a tutt'oggi, laggiù, e viene chiamato adesso, mi pare, "Abbazia di Mont-Saint-Michel".

Sullo stesso continente d'Europa succedeva ogni tanto che qualche spirito curioso osservasse, nelle opere dei vari rami dell'arte pervenuti loro dall'antichità, qualche inesattezza legittima; ma appena scoperta la chiave che apriva loro la comprensione di quelle inesattezze, la loro esistenza giungeva alla fine.

Un altro essere del continente d'Europa, avendo notato le medesime inesattezze, se ne interessò a fondo finché riuscì con fatica e perseveranza a decifrare perfettamente le opere di quasi tutti i rami dell'arte.

Questo saggio terrestre tricerebrale si chiamava Leonardo da Vinci.

 

G. I. Gurdjieff - I racconti di Belzebù a suo nipote, Capitolo 30 - L'Arte





Autoritratto di Leonardo, ~1510-1515, sanguigna, Torino, Biblioteca Reale

venerdì 19 febbraio 2021

La situazione - Shah

    L'umanità è addomentata, si preoccupa solo di ciò che non serve e vive in un modo sbagliato. Credere di essere superiori a tutto questo è una semplice abitudine, non una religione. Questa « religione » è sciocca...
    Non cianciare di fronte alla Gente del Sentiero, piuttosto struggiti in solitudine. Hai una religione e una conoscenza invertite se ti trovi capovolto in rapporto alla Realtà.
    Gli uomini si avvolgono la propria rete attomo.
    I leoni (gli uomini della Via) fanno a pezzi la propria gabbia. 

Maestro Sufi Sanai dell'Afghanistan, insegnante di Rumi,
in II giardino recintato della Verità, scritto nel 1131 d.C.

 

 Idries Shah - I Sufi, la tradizione spirituale del sufismo, p 7

domenica 1 ottobre 2017

L'arte regia - Andrea Colamedici, Maura Gancitano

Nella Prefazione a Il Libro del Dio Vivente di Bò Yin Rà, scritta nel 1919, lo scrittore ed esoterista austriaco Gustav Meyrink sottolineava alcuni punti straordinariamente in linea con ciò che intendiamo analizzare in questo libro. È probabile che avesse intravisto in alcuni movimenti esoterici e spirituali del proprio tempo qualcosa che noi riconosciamo oggi, preconizzando un tatto che -- a nostro parere — è poi tristemente accaduto.
Scriveva Meyrink:
Più l’ umanità attuale si interessa di argomenti occulti, più i giusti concetti sembrano farsi confusi.
La colpa è della superficialità, dell'assenza di principi metafisici e dell’ indifferenza verso tutti i campi che non abbiano a che vedere col denaro, ma anche del deprecabile fatto che chiunque può, senza la minima qualificazione, pubblicare un libro dopo l’altro, seminandoli nel mondo come un’erba cattiva che sommergerà le rare piante pregiate del giardino incantato della segreta conoscenza.
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«cui interessa di argomenti occulti»

Cosa sono gli argomenti occulti? Sono l’insieme di testi e tecniche che rispondono all’esigenza di fare esperienza di uno strato più profondo della realtà, celato (dal latino occultus, “nascosto”) dietro le apparenze del mondo ordinario. Gli argomenti occulti non rientrano nei bisogni primari dell’essere umano, ossia non sono necessari alla sopravvivenza dell’individuo. Ma — seguendo l’incitazione di Pompeo navigare necesse est, vivere non necesse (“navigare è necessario, vivere non è necessario”) -- per loro portata si pongono al di sopra dei bisogni primari. In altre parole, per chi percepisce dentro di sé la “chiamata spirituale” gli argomenti occulti rappresentano quel navigare tanto più importante del mero vivere.

«più i giusti concetti sembrano farsi confusi»
La spiritualità contemporanea ha reso quasi incomprensibile l’idea che esistano giusti concetti. È presente piuttosto un’unica grande didattica, semplicistica e consolatoria, che attraverso numerose sotto-didattiche appiattisce ogni tentativo di osservare se stessi e i misteri dell’Universo in una serie limitata e limitante di affermazioni (quasi sempre auto-assolutorie) e frasi fatte.
Il giusto concetto — una rappresentazione del reale che raccoglie e aggrega sapientemente i particolari — è invece l’applicazione coerente dell’intelletto, facoltà umana che nel corso dei secoli è via via uscita di scena; per la spiritualità consolatoria non esistono giusti concetti perché non esistono sbagliati concetti.
Semmai, esistono concetti troppo complessi, troppo "mentali”, che non lasciano spazio alla sensazione e al sentimento. Tutto è Bene, Tutto è Uno e Tutto, quindi, è Perfetto, in un’escalation di banalizzazione del reale che ha l’arroganza di prendere in esame qualunque cosa, a partire dai testi sacri di ogni epoca, che vengono tritati e macellati, pre-cotti e pre-masticati, in modo da essere comprensibili a tutti e applicabili nella vita quotidiana.
È un approccio che non tiene conto delle differenze ma mette qualunque ingrediente nel grande calderone della divulgazione e in questo modo confonde l‘interlocutore, che utilizza il linguaggio senza attenzione e consapevolezza, mescolando gli ingredienti culturali nella convinzione che, in fondo, ogni tradizione intenda dire pressoché la stessa cosa e che quindi sia più che lecito giocare al piccolo alchimista.

«La colpa è della superficialità»
Meyrink individua quattro grandi colpevoli, il primo dei quali è a nostro avviso il più importante. La superficialità, infatti, è la caratteristica della nostra epoca. Non è di per sé una caratteristica negativa: è l’abuso che se ne fa a essere pericoloso. Conoscere la superficie serve a orientarsi. a prendere le misure, a riconoscere i punti in cui è più sicuro appoggiare i piedi, ma il cammino interiore si nutre di complessità, di zone d’ombra, di profondità, di livelli e sfaccettature, di facce nascoste e di dimensioni ulteriori.
La superficialità oggi si manifesta attraverso la condivisione e adesione senza controllo delle fonti, la comparazione forzosa di filosofie, religioni e autori, l’idea che la risposta a una domanda si trovi in un libro, possa essere divulgata alle masse, sia già stata detta.


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La spiritualità contemporanea, invece, esiste principalmente in funzione del denaro, in un meccanismo di iperproduzione editoriale e formativa che approfitta di una riflessione critica sul senso del denaro e della ricchezza per lucrare senza sosta.

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Continuava Meyrink:
Per ritenersi abilitati a parlare della vera magia, dell’Arte Regia, bisogna aver dedicato a essa l’intera esistenza, essere per nascita uno di quegli inviati spirituali le cui tempie portano le favolose corna di un Mosè.
Da quando, nell’ultimo quarto di secolo passato, la russa H. P. Blavatsky fondò la Società Teosofica chiamando a raccolta in favore dell’arte quasi scomparsa della magia, è nato un movimento spirituale che (se non viene diretto all’ultimo momento sulla buona strada) può essere il preludio di un nuovo e tenebroso Medioevo, con le sue superstizioni, i suoi isterismi e le sue follie.
Meyrink non riusciva ad astenersi dal tentativo di rintracciare un’origine temporale dei meccanismi che vedeva in atto: è probabile che l’interesse nei confronti degli argomenti occulti sia nato grazie ai circoli di Madame Blavatsky, che è stata in grado di intercettare un interesse nascete da parte della — anche questa nascente -- società di massa. E forse in ciò risiede qualcosa di totalmente nuovo nella storia della spiritualità: il proselitismo.

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Il pericolo che Meyrink evidenziava era che questo momento potesse portare a una superstizione di massa, alla riemersione di vecchi isterismi, di credenze che — lontane dall’avere radici nell’esoterismo e nella spiritualità antica -- avrebbero avuto qualcosa in comune con la credenza popolare e con la religione. È davvero successo questo?
Peggio ancora.
Si tratta in questo caso di una caricatura della vera magia, di una maschera grottesca che nasconde il volto autentico della spiritualità immortale, di un ripugnante spettro che erra per il mondo, avvolto nel malconcio pastrano di una pseudo-scienza.
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 Tutti gli impostori avvizziti nel rancido balsamo della vanità e dell’auto-immensamente hanno sentito dire ai teosofi che esiste una campana che annuncia l’immortalità e già sanno tutti esattamente dove si trova, e i miserabili che li hanno creduti si precipitano in un deserto di sabbia senza fine, verso una campana che sono persuasi di aver sentito da lontano.
Ciò che il monaco, così come lo yogi, così come il sadhu, così come il sufi, così come le sacerdotesse cercavano per tutta la vita, e che sapevano di non sapere, e che non osavano pronunciare trova oggi spazio nei discorsi da bar, nei seminari del fine settimana, nei post su Facebook. È tutto chiaro, ogni cosa è illuminata.
Non c’è umiltà né estro nel pensiero di aver già trovato tutte le risposte, di aver già dimostrato tutto. E forse questa vanità non è molto diversa dallo scientismo, dal pregiudizio religioso, e in generale dall’atteggiamento di chi pensa di appartenere alla chiesa giusta. «Si accontentano delle domande che danno risposte inutili», chiosava Meyrink.
Il cercatore spirituale, invece, non sente mai di essere arrivato, ma si trova sempre in movimento, in viaggio, in ostante attenzione. Deve possedere un intento impeccabile, ed essere sempre disposto a imparare.
Non interpreterebbe mai la realtà sulla base di una griglia, di una tassonomia.
Non ha il successo come meta, né il mondo ordinario come orizzonte.
L’uomo, dalla nascita alla morte,
passa come un’ombra.
Cosa è esistito prima? Non ne sa niente.
Che cosa ci sarà dopo?
Non ne sa ugualmente nulla.
Al contrario, nel mondo spirituale contemporaneo non si fanno che trovare teorie e cosmogonie che vengono credute immediatamente vere. Non hanno la potenza immaginativa dei racconti tradizionali, e pretendono qualcosa di simile alla dimostrazione scientifica. Non c'è spazio per l’allegoria o per il dubbio, solo per il consenso.
Il cercatore procede a tentoni, non corre a bordo di una Ferrari, non cerca la consolazione, non ha tutte le risposte, ma ha sempre presente il fatto che siamo transeunti. La caducità, il suo posto nel cosmo, la sua possibilità di parteciparvi, ma al contempo la piccolezza che rappresenta. Il fatto che non è Dio, tutt’altro.
E che non sa niente di niente.
Il cammino del cercatore è lento, pericoloso, un percorso nel quale è possibile -- ed è molto frequente — convincersi di essere in viaggio quando si è bloccati in un fosso, nelle sabbie mobili, o si è finiti morti, bruciati.
Qual è lo scopo della spiritualità immortale? Trasformare l’animale, cioè prendere prima di tutto atto del fatto che siamo bestie, che abbiamo pulsioni grossolane, che siamo merda. Che siamo polvere. Che siamo niente. Trasformare l’animale che «si prende tutto, anche il cafiè, e che mi rende schiavo delle mie passioni», come cantava Franco Battiato.
 Per quanto ciò possa apparire incredibile, nient’altro che trasformare a poco a poco l’animale umano “coperto di pelli animali” e cacciato dal Paradiso nell’uomo originario e luminoso che, secondo le leggende, i racconti e i libri sacri, ha superato la morte.
La spiritualità immortale cerca di portare lo Spirito nella materia, di realizzare ciò che, secondo la tradizione - le leggende, i racconti e i libri sacri - può diventare l‘uomo. «Ecce Homo», il Superuomo, l’Uomo Nuovo, colui che ha superato la morte, la carne, la dimensione bestiale. «Certamente, è più difficile che suonare il piano». scriveva Meyrink. E in questo modo si rivolgeva a coloro che iniziano il percorso di lavoro su di sé come si intraprende un corso di cucina o di ricamo, cioè senza l'urgenza di abbandonare tutto, di spogliarsi totalmente, di partire senza mai tornare indietro.
Coloro a cui pare che esistano cose più importanti, o quasi altrettanto importanti nella vita, abbandonino subito: non farebbero che impoverire la loro esistenza, il loro corpo ne perderebbe e il loro spirito non ci guadagnerebbe nulla.
Anche l’atteggiamento attivo nei confronti della vita è molto diverso dalla “semi-passività” con cui il cercatore, secondo Meyrink, deve compiere i primi passi. Niente a che vedere con l’aumento, l’accumulo, il guadagno, niente a che vedere con il pirata che tenta il saccheggio dei reami invisibili; il cercatore è invece più simile al pellegrino, a colui che ha abbandonato tutto e che per procedere nel cammino non ha bisogno di niente. Colui che rifiuta ogni attaccamento, che si allontana da ogni desiderio, che prima di tutto cerca la libertà.

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 E se è vero che oggi l’essere umano è diverso, che il mondo in cui vive è diverso dall’ambiente settecentesco e che, come ha dichiarato Rama Krishna «le antiche vie sono sepolte», rimane fermo, immutabile e atemporale il suo scopo, cioè trasformarsi, andare, come ha scritto Sri Aurobindo solo pochi decenni fa, «oltre l’uomo».
Il lavoro del cercatore è un lavoro di sottrazione. La costante ricerca di una via d’uscita, della pietra filosofale, della chiave per sfuggire alla dissoluzione.
Ciò che oggi si fa chiamare spiritualità non prende neppure in considerazione questa ricerca, ma spinge a conquistare sempre di più, ad aggiungere diplomi, qualità, abilità, a fare curriculum. Se ricordasse che siamo transeunti, che non siamo niente, che polvere siamo e polvere ritorneremo, e che nessuno può dirci davvero cosa accadrà dopo la morte, le sue fondamenta si sbriciolerebbero. Non c’è niente di sbagliato nelle tecniche di coaching, nel training autogeno, nel counseling e in generale in tutto ciò che ha come obiettivo la guarigione da blocchi fisici ed emotivi. Il punto è che ciò non e spiritualità, ma psicologia.


Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Tu non sei Dio, pp 27-40

venerdì 3 febbraio 2017

Gurdjieff e Sebottendorff

L’occasione per una riflessione su tutto quello che in breve andremo ad esporre è venuta da una nostra recente visita ad Istanbul (l’antica Costantinopoli), oggi straordinaria ed affascinante città di circa 15 milioni di abitanti: un quarto della popolazione di tutta la Turchia di oggi vive là. Rudolf von Sebottendorff (1875-1945) e George Ivanovitch Gurdjieff (1875?-1949) sono stati due fondamentali ed eccezionali personaggi, non solo del mondo esoterico del secolo scorso, ma soprattutto per le implicazioni a livello globale che le loro attività e viaggi hanno prodotto nel corso della storia europea della prima metà del ‘900. La loro vita stessa è avvolta da un alone di leggenda e di mistero, tanto che non saremmo certo in grado di darne in questo articolo un quadro soddisfacente, non è il nostro compito: per una loro biografia poco più che approssimativa (che di certo nessuno storico sarà mai in grado di completare) – purtroppo carente nel riassunto cronologico quella del Moore - suggeriamo di leggere il libro di James Moore Gurdjieff anatomia di un mito – Il punto d’incontro , Vicenza 1999 – e il capitolo su Sebottendorff che Nicholas Goodrick Clarke gli ha dedicato nel suo Le radici occulte del nazismo – Sugarco, Milano 1993. Punto focale di questo nostro scritto sarà piuttosto dare risposta alle domande che un nostro personale Genio da tempo ci aveva messo in testa: è possibile che questi due avventurosi personaggi si siano incontrati? E dove? È pure possibile che per un certo periodo di tempo abbiano collaborato? Vari episodi e atti della loro vita ci offrono questa possibilità, inoltre entrambi, proprio nello stesso periodo, avevano volutamente reso quasi impossibile ad altri la capacità di ricostruire determinate tappe della loro misteriosa vita. Questo è dovuto al fatto che entrambi scrissero le loro “autobiografie” in forma assolutamente romanzata e criptica, e difficilmente verificabile: Sebottendorff con il suo Der Talisman des Rosenkreuzers (Pfullingen 1925) e Gurdjieff con il suo Incontri con uomini straordinari (vedi edizione Adelphi, Milano 1977). Basti per tutti un fatto ormai assodato: ancora oggi non si sa con esattezza in che anno sia nato Gurdjieff (spazia in un periodo che gli storici pongono tra il 1866 ed il 1877)! O, per contro, qual’era il vero nome di Rudolf von Sebottendorff (probabilmente, secondo Clarke, si chiamava Adam Alfred Rudolf Glauer). Solo in seguito agli avvenimenti che qui citeremo, a Rudolf Glauer venne concesso il diritto di fregiarsi del cognome e del titolo di Barone von Sebottendorff von der Rose (1914). Tutto ruota attorno ad un altro dato di fatto, questa volta una grande difficoltà e apparentemente senza soluzione per i biografi, e cioè in tutti e due i casi l’impossibilità di poter fornire date certe sulla loro presenza in determinati luoghi di nostro interesse per questa ricerca. Però, se si utilizzano determinate deduzioni, si potrà scoprire che Gurdjieff e Sebottendorff, guarda caso, si trovarono almeno in due posti esattamente nello stesso periodo: al Cairo e a Istanbul sul finire dell’800. E due uomini così particolari non potevano certamente non “riconoscersi” a livello esoterico, e di conseguenza a frequentarsi per un certo periodo. Vediamo di essere più precisi. Glauer/Sebottendorff era nato il 9 novembre 1875, e questo è un dato certo. Nell’anno della morte di suo padre (1893) si diplomò in un istituto tecnico. Raggiunta la maggior età (21 anni nel 1896) venne arruolato in Marina ma presto venne riformato a causa di un’ernia. Non potendo frequentare l’Università decise di conoscere il mondo imbarcandosi nella primavera del 1898 dalla Germania su di un piroscafo diretto a New York e poi su altre navi sino a raggiungere il Cairo in Egitto nel luglio del 1900. Ma questi ultimi dati ci vengono forniti in realtà da Sebottendorff stesso nel suo Der Talisman. Per contro un altro autore, di nome Ernst Tiede, nel suo libro Astrologisches Lexicon , del 1922, ci dice in una nota che senza dubbio Glauer era già presente al Cairo nel 1897 per lavorarvi per ben 3 anni (sino al 1900) al servizio di un proprietario terriero turco (dobbiamo ricordare che a quei tempi esisteva ancora l’Impero Ottomano). Questi 3 anni di differenza sono di estrema importanza per le nostre tesi perché avvicinano di molto la possibilità che Glauer/Sebottendorff possa aver conosciuto il filosofo caucasico Gurdjieff al Cairo intorno al 1897-1898, per poi andare con lui a Istanbul nel 1899-1900 ( dove tra l’altro risedettero nella stessa zona centrale di Istanbul, tra il quartiere Pera e la Torre Galata). Intorno ai vent’anni di età (o forse anche prima, dipende da quando Gurdjieff nacque effettivamente) Gurdjieff si era recato precipitosamente dall’Asia – voleva dirigersi in Turkestan – sino ad Alessandria d’Egitto e in seguito al Cairo, dopo che aveva trovato, insieme al suo amico Pogossian, una misteriosa Mappa dell’Egitto di prima delle Sabbie, sensazionale scoperta che aveva completamente cambiato i suoi piani di viaggio e che in seguito radicò definitivamente determinate sue credenze sul passato dell’Uomo e sulla storia ciclica delle civiltà (infatti Gurdjieff credeva fermamente nell’esistenza di un’antica civiltà che ci aveva preceduto e che ancora oggi, grazie al filosofo Platone, noi chiamiamo “Atlantide”). Nel giro di breve tempo Gurdjieff al Cairo, così ci dice nel suo Incontri, aveva assunto conoscenze dei luoghi archeologici tali da diventare una guida turistica tra le Piramidi di Giza e lì aveva conosciuto il Principe russo Jurij Ljubovedskij. Ma, proprio in quel periodo (diciamo 1897 o 1898, sposiamo pertanto le tesi cronologiche di Tiede) lo stesso Sebottendorff, probabilmente coetaneo di Gurdjieff, si era voluto recare alle Piramidi di Giza (dove, ricordiamo, Gurdjieff svolgeva l’attività di guida) per visitarle, dato che si stava appassionando di esoterismo e, come Gurdjieff, aveva incominciato ad interessarsi alle danze cerimoniali e alla tradizione dei Dervisci Mevlevi e Baktashi. Possiamo ben dire che le coincidenze siano troppe per escludere l’eventualità che i due colti avventurieri si siano incontrati o conosciuti. Al contrario, è ben più difficile che ciò non sia accaduto, data la convergenza di interessi in comune! Tanto più che sia Gurdjieff che Sebottendorff, subito dopo l’esperienza egiziana, si recheranno, guarda caso, nello stesso luogo e nello stesso periodo: esattamente ad Istanbul. Questa città clamorosamente cosmopolita ed estremamente vitale gioca un ruolo fondamentale nell’ambito della nostra indagine: qui, vicino alla Torre Galata, nei pressi di un Centro dei Mevlevi (dove durante il nostro viaggio abbiamo assistito a un’impressionante cerimonia di Dervisci ruotanti) , Gurdjieff, insieme ad una quindicina di suoi compagni (vi era presente anche una donna) sarà il promotore della formazione dei Cercatori della Verità , un’associazione formata da giovani intellettuali volti alla ricerca della conoscenza tradizionale ed esoterica più antica del mondo: la Confraternita dei Sarmoung. Siamo nel 1900: da qui a breve il coraggioso esploratore caucasico partirà per un percorso legato a tappe che, attraverso visite predisposte a monasteri esoterici, lo porteranno sino al Turkestan cinese e poi in Tibet (la traduzione in italiano del libro di C. Stanley Nott Insegnamenti di Gurdjieff - Lantana editore srl 2011 -, ha definitivamente confermato la permanenza in Tibet di Gurdjieff per almeno 3 anni come assistente del XIII Dalai Lama, sino all’arrivo della rovinosa spedizione militare anglo –indiana del 1903-1904). A parte pochi personaggi , Gurdjieff non rivelerà mai le vere generalità di tutti gli altri appartenenti ai Cercatori della Verità, probabilmente perché le successive “attività” politiche di alcuni di questi lo avrebbero, alla fine, messo in imbarazzo di fronte all’opinione pubblica. Si è parlato con insistenza di Karl Haushofer (1869-1946), il fondatore della “Geopolitica” e mentore di Rudolf Hess, come membro occulto dei Cercatori, ma per noi uno di questi fu piuttosto Sebottendorff, il quale, come è universalmente noto, da una branca di un’associazione segreta, il Germanenorden (1912) fonderà a Monaco di Baviera, il 18 agosto 1918, la Thule Gesellschaft (la Società Thule), il trampolino di lancio del futuro Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler (1889-1945). Sebottendorff infatti, a partire dal 1902 e sino al 1934, continuerà a viaggiare tra la Turchia e la Germania, per poi rimanere in Turchia sino alla morte per suicidio avvenuta nel maggio del 1945: egli acquisirà infatti anche la cittadinanza turca, oltre a quella tedesca. Dai sue due saggi tradotti in Italia, La Pratica operativa dell’antica Massoneria Turca (ed. Arktos 1995) e Prima che Hitler venisse (ed. Arktos 2003) traspare un cambiamento progressivo nelle sue convinzioni personali senza però mai dimenticarsi alcuni insegnamenti fondamentali appresi, secondo noi, nel periodo Gurdjieffiano tra il Cairo e Istanbul e cioè che : “Dio non è esterno all’uomo ma è il destino stesso di ogni individuo – Lo scopo di ogni uomo è quello di nobilitarsi e di acquisire una conoscenza più vasta – e – Soltanto un’azione che viene da noi stessi può darci la salvezza” (da Jean Mabire: Thule, il Sole ritrovato degli Iperborei, Età dell’acquario 2007, pp. 148-149). Gurdjieff in seguito si recherà da Istanbul in Germania (Berlino, dall’agosto del 1921 al giugno del 1922) in un periodo in cui vi era presente anche Sebottendorff , e non è detto che, anche in questa occasione, non si siano incontrati, anche se la cosa appare meno probabile (ma non impossibile). A questo punto del nostro studio, prima di introdurre alcuni concetti decisivi per comprendere appieno il nostro pensiero, è necessario porre in chiaro che il mettere in relazione di conoscenza questi due personaggi, non ha affatto lo scopo di accusare il Maestro Gurdjieff di alcunché, nonostante le attività framassoniche di Sebottendorff si dimostreranno successivamente un primo banco di prova per la deriva nazista. Non ci uniamo per nulla alle accuse che, in modo per nulla velato, vennero poste da Louis Pauwels nel suo Monsieur Gurdjieff (Mediterranee, 1996) nei confronti del “Maestro di Danza” caucasico di sotterranea collaborazione con la Società di Thule e con il Nazionalsocialismo. Vogliamo solo rimarcare il fatto che nel nostro modo di pensare, la ricerca delle basi storico-archeologiche delle più antiche fonti tradizionali del mondo, o molto più semplicemente, uno studio su una base di indagine comune, può portare ad atti e a sviluppi successivi completamente diversi a seconda dell’indole dei diversi individui e soprattutto delle loro aspirazioni. Un’approfondita analisi comparata dei comuni interessi di queste due importanti personalità è al di fuori degli obiettivi di questo scritto: una per tutte valga la passione comune dei due personaggi per i misteri dell’esoterismo islamico nelle sue più svariate forme. Ci potrà però essere di aiuto un approccio e un’ indagine comparativa su alcuni elementi simbolici alla base, noi pensiamo, delle più lontane conoscenze tradizionali dell’Uomo. Molto semplicemente, varie informazioni in nostro possesso prendono in considerazione il fatto che una civiltà precedente (che noi chiamiamo Atlantide, Mu o come vogliamo chiamarla) di diffusione mondiale aveva raccolto gran parte delle sue conoscenze in un “simbolo numerico astrologico” chiamato “Mappa Universale” o Kanagi Guruma, evoluzione di quello che viene chiamato in Oriente “Quadrato Magico” Lo Shu : la forma infatti poteva essere circolare o quadrata. Gran parte dei simboli che più hanno influito nella storia della nostra società, anche moderna, derivano da questo modello “madre”, così come i più famosi calendari della storia (quello messicano per esempio), le mappe astrologiche, quelle celesti, le forme di scrittura, i 64 esagrammi, i simboli più conosciuti o addirittura i Mandala tibetani. Uno dei modelli simbolici segreti dei Sufi Mevlevi, per esempio, la Stella Verde a dodici punte, o addirittura il simbolo del “Sole Nero” nazista nel castello SS di Wewelsburg, derivano dal ricordo di questa forma-simbolo-modello astrologico primordiale. Così pure l’Enneagramma di Gurdjieff, la Svastica tanto cara a Sebottendorff e la Stella a sei punte della Confraternita dei Polari. Se si studia a fondo il “Kanagi Guruma”, nella sua forma circolare o quadrata, si giungerà dopo diverso tempo a queste conclusioni: diamo comunque a fine articolo una serie di libri utili a una comprensione oggettiva di tutti questi argomenti. Ecco che, per tutti questi motivi, personalità così attente come Sebottendorff e Gurdjieff avranno compreso questi concetti generali di cui sopra già al loro tempo, più di cento anni fa, e secondo le loro specifiche inclinazioni personali, ognuno andò per la sua strada, dopo aver fatto parte dei Cercatori della Verità: Sebottendorff tornò in Germania mentre Gurdjieff raggiunse il Tibet. La Tradizione esoterica è sempre una sola: un suo assennato utilizzo è responsabilità del singolo Maestro. Per ulteriori approfondimenti (oltre ai saggi già citati nell’articolo): Walter Catalano, Applausi per mano sola, Clinamen 2001; Rene Alleau, Le origini occulte del Nazismo, Mediterranee 2000; Edred Thorsson, Futhark: a handbook of Rune Magic, Weiser Books 1984; Michio Kushi, Mondi dimenticati, Mediterranee 1993; Rafael Lefort, I maestri di Gurdjieff, Mediterranee 1998. Aggiornamento agosto 2014: Zam Bhotiva, Asia Mysteriosa, a cura di G. de Turris e M. Zagni, Arkeios 2013.


http://edmundkiss-zama.blogspot.it/2013/04/gurdjieff-e-sebottendorff.html