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mercoledì 24 gennaio 2024

Gurdjieff e la Preghiera del Cuore - Joseph Azize

[..] In alcune note pubblicate come "Note sul Vangelo di San Giovanni", erroneamente attribuite ad Ouspensky troviamo scritto (pubblicato da Ediciones Sol, Messico, senza data, attribuito a P. D. Ouspensky, quasi certamente scritto da un anonimo allievo di Ouspensky; vedasi James Webb, The Harmonious Circle): 

 "La Terra è racchiusa e avvolta in una grande fiamma di potere radiante. Lo stesso potere è custodito all'interno di ogni forma vivente, in attesa di qualche shock che lo renda libero"

 Le tecniche cristiane di preghiera possono fornire tali shock, ma come affermò Ouspensky il 23 gennaio 1934, queste tecniche sono inutili senza la respirazione cosciente e il digiuno (vedasi: A Further Record, pp.295-8). I commenti di Ouspensky danno senso ad alcune osservazioni piuttosto criptiche che si trovano in Filocalia, soprattutto nel monaco Niceforo. Più sperimento il digiuno, le preparazioni e gli esercizi, esattamente come il signor Adie li ha ricevuti da Gurdjieff, più penso che questo sia vero anche per il metodo di Gurdjieff. Le istruzioni di Adie coincidono esattamente con quelle di Niceforo. In effetti, danno un senso ed espandono le istruzioni deliberatamente frammentarie e incomplete del monaco. Per inciso, credo che la signora Kadloubovsky, che ha avuto un ruolo importante nella preparazione della traduzione inglese di Filocalia, e che ha assemblato il volume che trattava della Preghiera del Cuore, fosse la segretaria di Ouspensky. Questo volume è altamente raccomandato e include Niceforo sotto il nome di "Niceforo il Solitario". Vorrei raccontare un'esperienza personale, o un tipo di esperienza personale. Con la preghiera continua, le impressioni vengono ricevute in modo completamente diverso, o forse si potrebbe dire che vengono ricevute come prima, ma si aggiungono anche impressioni di se stessi, di vividezza, di essere quasi in bilico al di sopra del tempo, di profondità e dimensione aggiunte in ogni cosa... e rapidamente. Quando dimentico la preghiera, a volte mi sveglia un sentimento che è qualcosa come: "chi ha portato via la terza dimensione?"

[..] La terza causa è che sono diventato sempre più consapevole che Gurdjieff aveva effettivamente delle fonti, e ovunque sono riuscito a identificare tali fonti, esse appartengono alla tradizione greca, in particolare a quella che viene chiamata la scuola "neoplatonica" di Plotino e Giamblico, compreso il loro lontano discepolo Proclo. Ora, chi ha conservato quei testi in una lingua che Gurdjieff poteva leggere? Qualche scuola Sufi in Afghanistan? Non è molto probabile, e certamente non ho visto prove che lo abbiano fatto. Tuttavia, la tradizione greco-ortodossa di Bisanzio ha preservato molti di questi testi in biblioteche ben ordinate e accessibili e, per di più, gli studiosi ortodossi li hanno studiati. Mi è stata ricordata un'altra cosa che avevo dimenticato. Il segreto finora dimenticato giace aperto nelle pagine di "Frammenti di un insegnamento sconosciuto". Si racconta che Gurdjieff chiese ai suoi allievi dove risuonava in loro la parola "io" quando la pronunciano ad alta voce. Ouspensky affermò di essere "del tutto incapace di evocare questa sensazione" in se stesso. Poi, Gurdjieff parlò di un esercizio "conservato fino ai nostri tempi nei monasteri del Monte Athos". (Per inciso, Gurdjieff aveva precedentemente affermato di essere stato al Monte Athos - Frammenti; Ouspensky). In questo esercizio, disse Gurdjieff, un monaco assume una certa posizione, alza le braccia in una postura definita e dice "Ego" mentre ascolta dove risuona. In greco, "Ego" non significa "me", e nemmeno "egoismo" o "egomania", significa "io", o "io sono". Lo scopo dell'esercizio, spiegò Gurdjieff, è sentire "io" in ogni momento in cui un uomo pensa a se stesso e, inoltre, portare il senso dell'"io" da un centro all'altro. Tutto questo materiale sull'esercizio "Ego" è distribuito in circa 19 righe. Per inciso, il monaco maronita del XIX secolo, Nimatullah Kassab, viene spesso mostrato mentre prega proprio in questa postura. 

 

https://enneagrammagurdjieff.blogspot.com/2024/01/gurdjieff-e-la-preghiera-del-cuore.html

mercoledì 10 ottobre 2018

Morire in piedi. Osho racconta Ouspensky


«Alcuni anni fa è morto Piotr D. Ouspensky, un grande matematico e filosofo russo: era l'unica persona, in questo secolo, che avesse fatto tanti esperimenti legati alla morte. Tre mesi prima di morire si ammalò gravemente. I dottori gli consigliarono di stare a letto, ma lui non li ascoltò e fece sforzi al di là di ogni immaginazione: di notte, invece di dormire, camminava, correva, viaggiava, era sempre in movimento. I dottori erano inorriditi. Dicevano che aveva bisogno di riposo assoluto. Ouspensky chiamò tutti gli amici più chiari intorno a sé, ma non disse loro nulla.

Gli amici che rimasero con lui quei tre mesi, fino alla sua morte, hanno detto di aver visto con i loro occhi, per la prima volta, qualcuno che accettava la morte in modo consapevole. Gli chiesero perché non seguiva i consigli dei medici e lui rispose: “Voglio sperimentare tutti i tipi di dolore, per evitare che quello della morte sia così grande da rendermi incosciente. Prima di morire voglio attraversare tutte le sofferenze; ciò può creare in me una resistenza così grande da permettermi di essere completamente consapevole quando arriverà la morte”. E per tre mesi fece uno sforzo esemplare per attraversare tutti i tipi di dolore.

Gli amici hanno scritto che una persona forte e sana si sarebbe stancata, non Ouspensky. I dottori insistevano sul riposo assoluto per evitare che si aggravasse, ma inutilmente. La notte in cui morì, Ouspensky non fece altro che andare avanti e indietro per la stanza; i dottori che lo visitarono dissero che nelle sue gambe non c’era più forza sufficiente per muoversi, e tuttavia lui camminò tutta la notte. Disse: “Voglio morire in piedi, per timore di morire incosciente, sedendomi o addormentandomi”. E sempre camminando, diceva agli amici: “Ancora un po’, altri dieci passi e sarà tutto finito. Sto per andarmene, ma continuerò finché avrò fatto l’ultimo passo. Voglio continuare a fare qualcosa fino alla fine, altrimenti la morte potrebbe arrivare mentre sono incosciente. Potrei rilassarmi e addormentarmi, e non voglio che questo succeda nel momento della morte”.

Ouspensky morì muovendo l’ultimo passo. Pochissima gente sulla Terra è morta camminando come fece lui. Cadde al suolo mentre camminava, cioè, cadde al suolo solo quando arrivò la morte. Compiendo l’ultimo passo disse: “Ecco, questo è l’ultimo passo, ora sto per cadere. Ma prima di andarmene lasciatemi dire che avevo abbandonato il corpo molto tempo fa, adesso vedrete il corpo che se ne va, ma io già da molto tempo ho visto che se n’è andato, anche se ci sono ancora. I legami con il corpo si sono spezzati completamente e tuttavia, all’interno, io ci sono ancora. Adesso solo il corpo cadrà; a me è impossibile cadere”.

Nell’istante della morte gli amici videro una strana luce nei suoi occhi: gioia, serenità e radiosità, qualcosa che si vede quando si è sulla soglia dell’altro mondo. Ma per questo è necessaria una preparazione continua. Se una persona si prepara con tutta se stessa, la morte diventa un’esperienza meravigliosa. Non esiste fenomeno più prezioso di questo, perché ciò che si rivela nel momento della morte non può mai essere conosciuto altrimenti. A quel punto la morte sembra amica, perché solo in quell’istante possiamo fare l’esperienza di esser un “organismo vivente”, non prima».

Tratto da L’immortalità dell’anima di Osho


Salvatore Brizzi
[Il mondo è bello, siamo noi ad esser ciechi]

http://www.salvatorebrizzi.com/2018/10/morire-in-piedi-osho-racconta-ouspensky.html

venerdì 1 giugno 2018

Il Padre Nostro

Il discorso con cui Ouspensky introdusse l'esercizio della preghiera incessante, riferito da Bennett, sembra essere quello riportato alle pagg. 277-281 di Un nuovo documento. Le date non corrispondono, ma gli elementi ci sono tutti: l'uso del Padre Nostro, la ripetizione in più lingue, il conteggio e il tentativo di mantenere l'esercizio anche mentre si legge e si parla.
Il discorso è l'ultimo del libro succitato, prima del "Frammento autobiografico" di chiusura. L'esercizio, dice Ouspensky, può aiutare a ricordare se stessi e a mantenere l'attenzione ("Come dovete già sapere, queste due cose sono quasi equivalenti, perché l'una non può esistere senza l'altra... O almeno il ricordo di sé non può esistere senza l'attenzione"). L'esercizio della ripetizione di una breve preghiera va associato al respiro e al digiuno, "altrimenti ben presto diventa troppo facile. Voglio dire che risveglia l'attenzione solo all'inizio". Per tale motivo, Ouspensky decise di tentare con una preghiera lunga: il Padre Nostro. Lo scopo restava quello di risvegliare il centro emozionale, ovvero "farlo lavorare più intensamente". Secondo Ouspensky, mentre la ripetizione di una breve preghiera era descritta in diversi testi, quella di una preghiera lunga come il Padre Nostro non era trattata in nessun libro tradizionale, anche se lui poté ascoltare direttamente la descrizione di tale metodo. 
Come scrive Bennett nella sua autobiografia, per conservare il più a lungo possibile l'attenzione, si possono usare diverse lingue o contare le ripetizioni, con le dita o un rosario: "In questo modo la ripetizione non potrà sfuggire all'attenzione". L'idea di questa forma di ripetizione, dice Ouspensky, è "creare una nuova funzione ... che a un certo momento passerà da un centro all'altro, divenendo inconsapevole (quando è nei centri meccanici) e poi nuovamente consapevole, quando giungerà nelle parti superiori dei centri. Questa funzione ... attraversando tutti i centri ... può diventare il mezzo per passare ai centri superiori". Se si mantiene la ripetizione mentre si legge, vuol dire che essa è passata al centro motorio; se mentre si parla, al centro istintivo. "Ma queste capacità sono molto lontane", concluse Ouspensky, anche se Bennett avrebbe poi scritto che in dodici anni sarebbe riuscito a realizzare tutti i passaggi.
Un testo in cui si può leggere Gurdjieff parlare di argomenti simili è Undiscovered Country di Kathryn Hulme. Non ci viene detto con esattezza quali esercizi Gurdjieff assegnasse alle donne della "Cordata", ma poiché andavano effettuati con un rosario da portare sempre con sé, nascosto in tasca, si può ipotizzare che si trattasse della ripetizione interiore di una formula verbale. Il fatto che Gurdjieff additasse come esempi gli orientali che sgranavano rosari al caffè rafforza questa ipotesi. Questi esercizi, scrive Hulme, andavano fatti tutti i giorni, in tutte le condizioni. L'idea del conteggio affiora in questo passaggio: "Non li farete una sola volta... Non li farete cento volte... Li farete mille e una volta, e allora forse qualcosa accadrà. Ora è tutta immaginazione, ma presto o tardi diventerà un fatto, perché il vostro animale è 'law-able', [sensibile alla legge, soggetto alla legge]". Coincidenza: mille volte al giorno era il numero di Padri Nostri che Bennett giunse a ripetere ogni giorno.

Poco prima, a pag. 93, a proposito del pensiero associativo involontario (ovvero dell'immaginazione) Gurdjieff aveva detto: "Non potete mai fermare le associazioni. Finché respirate, le associazioni avvengono: sono automatiche. Pertanto, con questo esercizio non dovete cercare di arrestarle; lasciate che le associazioni fluiscano, ma non siate attive. Con l'altra parte della mente, invece, lavorate a questo nuovo esercizio, che è attivo. Ben presto, scoprirete di avere il principio di un nuovo tipo di 'cervello', e allora l'altra parte diventerà completamente passiva. È molto importante che conosciate il corpo come un tutto, in questo esercizio. Molto importante". La "nuova funzione" di Ouspensky sembra corrispondere al "nuovo cervello" di Gurdjieff.

Che Gurdjieff assegnasse ripetizioni in lingua straniera, lo racconta Louise March a proposito del giovane Michel de Salzmann. 

In conclusione, non sembra inverosimile che Gurdjieff e Ouspensky insegnassero esercizi simili per lo sviluppo dell'attenzione.

Un'ultima osservazione. Tornando a Undiscovered Country, prima di cominciare un nuovo esercizio Gurdjieff faceva giurare che esso non sarebbe stato usato solo per se stessi, ma per tutta l'umanità. Secondo Kathryn Hulme, questo voto di beneficiare tutti attraverso la propria pratica aveva "un effetto potentissimo".


Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
dell’ortolano eterno, am’io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto.
 

Pregare incessantemente


Nel 1931 Ouspensky introdusse un nuovo esercizio nei suoi gruppi inglesi, finalizzato a tenere concentrata l'attenzione e impedire le divagazioni mentali: la ripetizione costante di una formula verbale, una preghiera o un'invocazione. Secondo lui, da quando questa pratica era stata introdotta più di mille anni prima nei monasteri ortodossi greci, migliaia di monaci e monache avevano raggiunto stati di illuminazione.
Tra chi lo ascoltava quel giorno, c’era John G. Bennett, che rimase tanto colpito dal nuovo esercizio da farvi ricorso per dodici anni. Egli, per usare le sue parole, apprese a dire il Padre Nostro contemporaneamente in greco e in latino; a impiegare velocità differenti; a ripeterla dentro di sé mentre svolgeva altre attività intellettuali, tipo leggere o parlare; a unirla al respiro. Riusciva a ripeterla fino a mille volte al giorno: essa era divenuta la sua “ancora di salvezza e un grande sollievo”. Nel corso della guerra, questa pratica “ebbe un effetto imprevisto, in quanto rimosse completamente la paura della morte”: “Fintantoché ripetevo la preghiera del Signore, avevo la convinzione di essere immune al pericolo”.
Questa ripetizione incessante di una formula verbale si ispira alla nota esortazione paolina “Pregate incessantemente”. Parlare a se stessi è sempre stato un valido supporto per l’attenzione. È come un giocare d’anticipo con la mente: anziché farci sopraffare dal suo usuale flusso di parole meccaniche, siamo noi a darle delle frasi precise, indirizzandola verso la direzione che vogliamo. Già Epitteto parlava dell'epileghein, ovvero dello "aggiungere alla situazione un discorso interiore". Nel suo caso si trattava di massime morali come "Non adoperarti perché gli avvenimenti seguano i tuoi desideri, ma desiderali così come avvengono", capaci di cambiare la disposizione dell'individuo.
Da quel lontano 1931 la ripetizione incessante di una formula verbale fa parte - in un modo o nell'altro, ora più ora meno - della Quarta Via.
Il pellegrino russo”, il libro più diffuso della spiritualità russa, è dedicato a questa tecnica. Vi troviamo anche una metafora dell’attenzione divisa che mi piace ricordare, perché originale ed efficace. Qualcuno chiede a un insegnante spirituale: “Come faccio a ripetere dentro di me la preghiera di Gesù anche mentre sto svolgendo un’attività intellettuale, tipo parlare a un’altra persona?”. Risposta: “Immagina che un severo ed esigente tiranno ti ordini di comporre un trattato in sua presenza, proprio ai piedi del trono. Sebbene tu possa essere totalmente assorto nel tuo lavoro, la presenza del re, che ha potere assoluto su di te e che ha la tua vita in pugno, non ti permetterebbe per un singolo istante di dimenticare che tu stai pensando, riflettendo e scrivendo non da solo, ma in un luogo che richiede da te un particolare rispetto, venerazione e decoro. Questa fervida consapevolezza della vicinanza del re esprime molto chiaramente la possibilità di essere assorti nella preghiera interiore senza sosta anche durante un lavoro intellettuale” (corsivo mio).
Con questa pratica non ci sono circostanze migliori di altre, ovunque è il posto adatto per “pregare incessantemente”. A quel punto, "gli affari vengono condotti con grande decisione, nelle conversazioni con altre persone ci si attiene alla brevità, in generale si tende al silenzio e non si è più inclini alle parole inutili". Essa sembra avere anche una funzione protettiva, come aveva intuito Bennett durante la seconda guerra mondiale: “Tutti quei problemi ti sono stati evitati grazie … a quella breve preghiera che ti permetteva di innalzare il tuo cuore, ogni giorno, in unione con Dio”, era stato detto al pellegrino russo.
Personalmente, trovo questo aspetto della Quarta Via uno dei più pratici e trasformativi, con l'avvertenza di ricordare che le parole non sono fini a se stesse: “Dio non vuole le nostre parole, ma una mente attenta e un cuore puro”, giacché “la buona parola è argento, ma il silenzio è d'oro”.

Ed elli a me: Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant'om più va sù, e men fa male.
 
 

sabato 12 maggio 2018

La Guerra Interiore

Quanto più sinceramente si fa questo lavoro, tanto più ci sì rende conto dì quanto sforzo richieda e di quale battaglia sia, il continuare ad essere presenti. Come disse il mistico Sufi Kabir: "Nel campo di questo corpo ha luogo una grande guerra".
Kabir si riferiva alla guerra interiore – la lotta degli “Io” di lavoro per aggirare costantemente gli ‘Io’ meccanici,e promuovere la presenza. Ma Kabir non fu il primo a servirsi dell'analogia della guerra. Migliaia di anni prima di Cristo, nel Libro per Uscire al Giorno (più comunemente conosciuto come Libro dei Morti) la scuola egiziana si esprimeva in tali termini: "Afferra il tuo arpione e caccia il nemico". Intendevano dire: assumi il controllo degli 'Io' di lavoro e usali per deflettere gli 'Io' meccanici generati dai quattro centri inferiori.
Qualche secolo dopo, il Mahabharata rappresentò questo sforzo nel guerriero Arjuna, che esotericamente rappresenta il maggiordomo: "Arjuna divenne famoso per la fermezza della sua presa sulle armi da combattimento". Gli autori del testo sacro indiano indicavano in tal modo che un maggiordomo ben sviluppato può prontamente usare gli ‘Io' di lavoro per deflettere gli 'Io' meccanici e reintrodurre la presenza. E in maniera analoga gli autori dei Nuovo Testamento descrivono Cristo: ‘Non crediate che io (maggiordomo) sia venuto per portare la pace (la presenza) sulla terra
(ì quattro centri inferiori), bensì una spada (gli 'Io' di lavoro)
". Maometto, che comprese il significato esoterico della Bibbia, aggiunse più tardi: "Le spade (gli 'Io' di lavoro) sono le chiavi dei paradiso (promuovendo la presenza)".
Queste immagini di guerra, usate dalla maggior parte delle scuole nel corso della storia, comunicano il livello d'intensità dei combattimento contro un nemico che è deciso a sconfiggere il suo avversario a qualunque costo, in una lotta in cui la vita e la morte sono la posta in gioco. La vittoria da conquistare interiormente è la divina presenza che culmina nell'immortalità della coscienza, mentre sconfitta significa essere immersi senza scampo nell'immaginazione.
Il condottiero di questa guerra è il maggiordomo che guida i suoi soldati gli 'Io' dì lavoro - in una battaglia contro un abile nemico: la parte intellettuale dei centro istintivo. Nell'immagine qui sopra riportata, l’avversario' è rappresentato da un drago in sembianze umane. Visto da vicino, l'abito dei drago consiste di centinaia di volti - I molti Io - che si oppongono al maggiordomo.
Quando Ouspensky disse che la parte intellettuale dei centro istintivo è il "cervello dietro la Macchina", spiegò che essa esercita il controllo sulle altre parti del centro istintivo. Quello che non disse è che questa parte della macchina controlla anche tutto il resto della macchina. Essa, cioè, è in grado di manipolare indirettamente i centri inferiori per produrre immaginazione, identificazione ed emozioni negative. Inoltre è anche all'origine di reazioni quali l'irrequietezza, la curiosità, le risate e l'umorismo, così come si nasconde dietro al bisogno di attirare o di evitare l'attenzione degli altri. E questi sono solo alcuni esempi fra i possibili. In pratica, dietro qualsiasi manifestazione della macchina, risiede la parte intellettuale dei centro istintivo che, o passa inosservato, o viene erroneamente scambiato per consapevolezza.
Il Vecchio Testamento, Lamentazioni 4:12, descrive così la natura clandestina di questa parte della macchina: "Non credevano i re della terra e tutti gli abitanti dei mondo, che sarebbero entrati, avversario e nemico, per le porte di Gerusalemme".
Le parti dei centri (perfino le altre parti intellettuali dei centri) sono all'oscuro dei fatto che la parte intellettuale del centro istintivo si serve di loro per rimuovere la presenze.
In altri punti della letteratura e dell'arte esoterica, la parte intellettuale dei centro istintivo è rappresentata nelle sembianze di un ippopotamo, un coccodrillo, un asino, un serpente e perfino un diavolo. Questo è perché la parte intellettuale dei centro istintivo è intelligenza animale in vesti umane, mentre i centri superiori sono intelligenza divina in forme umane. Sconfiggere la prima per promuovere l'altra è appunto lo scopo che ci prefiggiamo nello sviluppare il maggiordomo.
Anche molti autori della Filocalia erano consapevoli di questo e lo espressero attraverso l'idea della preghiera che per loro era analoga all'uso degli ‘Io’ di lavoro allo scopo di deflettere gli ‘Io’ meccanici. Per esempio, Giovanni Climaco scrisse: "La tua spada spirituale dev'essere sempre sfoderata". Similmente Giovanni di Carpathos disse: "Il nemico sa che la preghiera è la nostra arma invincibile contro di lui e per questo ci impedisce di pregare". In altre parole, sapendo che gli ’Io’di lavoro rappresentano la sua fine, la parte Intellettuale del centro istintivo fa tutto quello che è in suo potere per attirarci verso gli 'Io' meccanici e allontanarci da quelli di lavoro.
Il poeta Sufi Rumi descrisse così la severità e la durezza di questa lotta: "Non portare con te in battaglia una spada di legno. Và, trovane una di acciaio e poi mettiti in marcia con gioia. Fatti avanti con tutto il tuo vigore, con tutte le tue spade dalle punte acuminate". Come ha detto recentemente il signor Burton: Non abbiamo tempo di allenarci con una spada di legno; dobbiamo essere presenti quando c'è ancora tempo per esserlo".
Questo è da sempre lo scopo della scuole: continuare a deflettere gli 'Io' meccanici e recuperare l’attenzione divisa - essere presenti adesso. Una delle rappresentazioni più iconografiche di questa continua lotta interiore viene dal testo sacro indiano, la Baghavad Gita, che dice: "Esiste una guerra che apre le porte dei paradiso. Fortunati quei guerrieri cui è dato In sorte di combattere una tale guerra".

ESSERE PRESENTI * 15
LA “GUERRA INTERIORE”

venerdì 23 febbraio 2018

Il cristianesimo esoterico del monte Athos - Avet Kourdaki

Gurdjieff affermò varie volte che nel cristianesimo ortodosso si era preservata una certa conoscenza, mentre nel cristianesimo occidentale non era sopravvissuto nulla di utile. In effetti, dichiarò di aver appreso molte valide pratiche così come si erano preservate sul Monte Athos. Non a caso, Ouspensky ritrovò negli scritti "Filocalia", certe risonanze con alcuni aspetti delle tecniche di Gurdjieff. Anche in ambito musicale, Thomas de Hartmann realizzò numerosi inni liturgici del cristianesimo ortodosso dettati da Gurdjieff. Le tracce più evidenti di queste pratiche le ritroviamo quando Gurdjieff parla di "contemplazione volontaria" o "contemplazione trasformata". Queste terminologie disorientano coloro che hanno appreso l'insegnamento di Gurdjieff attraverso la testimonianza scritta dal suo allievo Ouspensky, come riportata fedelmente nella sua opera "Frammenti di un insegnamento sconosciuto", nonché dal libro "La Quarta via", nel quale Ouspensky rivestì, questa volta, il ruolo d'insegnante. Le perplessità sono dovute dal fatto che nelle opere di Ouspensky non c'è alcuna traccia di certe terminologie che Gurdjieff utilizzò nelle sue opere successive. Una di queste terminologie è: "contemplazione". Nel "Nunzio del bene venturo", Gurdjieff utilizzò l'espressione "contemplazione-trasformata". Dopodiché, dichiarò che lo stato di coscienza oggettivamente più elevato scaturisce da queste associazioni di terza categoria generate dalla “contemplazione-trasformata”. Sebbene Gurdjieff adoperò una terminologia, per così dire, "nuova", l'essenza del suo insegnamento restò immutata. La contemplazione corrisponde al lavoro cosciente condotto sui legami fra i centri, così com'era definito nel periodo in cui Ouspensky era suo allievo. La comparazione di impressioni simili che si sono fissate automaticamente nei vari cervelli devono ora essere confrontate e criticate attraverso l'osservazione reciproca fra i centri. I centri devono osservarsi reciprocamente e correggersi a vicenda. Senza l'instaurazione dei legami, o ponti, fra i diversi centri, non è possibile ottenere l'osservazione da parte di un centro sulle impressioni presenti in un altro centro. L'importanza di questo processo di osservazione volontaria e reciproca fra i differenti centri viene spiegata innumerevoli volte quando Gurdjieff parla dell'ipnotismo ai suoi allievi. Nel capitolo "I diversi tipi di influenze" presente nel libro "Vedute sul mondo reale", tratto da una conferenza tenuta da Gurdjieff il 24 febbraio del 1924 a New York, viene spiegata l'importanza dei legami fra i centri, i quali permettono l'osservazione reciproca fra gli stessi. Gurdjieff spiegò che coscienza, memoria e capacità critica si verificano nel momento in cui un centro ne osservava un altro. Le terminologie possono cambiare, tuttavia, l'essenza della pratica resta immutata. Queste tecniche vengono ancora praticate nell'esicasmo del cristianesimo esoterico dai monaci del Monte Athos. I monaci praticano la stessa contemplazione di cui parlò Gurdjieff, con la sola differenza che utilizzano una tecnica diversa al fine di produrre l'unità fra i differenti cervelli. Attraverso l'orazione di una frase o di una preghiera si presta la massima attenzione al significato di ciascuna parola, a tal punto da far partecipare persino il corpo stesso alla preghiera, oltre che al sentimento e alla mente.



Il cristianesimo esoterico del monte Athos
Avet Kourdaki

domenica 19 novembre 2017

L'Eterna Tenebra della Luna

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.
Ariosto, «Orlando Furioso», canto XXXIV.


Tutto ciò che tocchi
Tutto ciò che vedi
Tutto ciò che assaggi
Tutto ciò che senti
Tutto ciò che ami
Tutto ciò che odi
Tutto ciò di cui diffidi
Tutto ciò che salvi
Tutto ciò che dai
Tutto ciò che baratti
Tutto ciò che compri
Elemosini o prendi in prestito o rubi
Tutto ciò che crei
Tutto ciò che distruggi
Tutto ciò che fai
Tutto ciò che dici
Tutto ciò che mangi
Chiunque tu incontri
Tutto quello che disprezzi
Chiunque tu combatti
Tutto ciò che è adesso
Tutto ciò che è andato
Tutto ciò che verrà
E tutto quanto sotto il sole è in sintonia
Ma il sole è eclissato dalla luna.
(Non c'è un lato oscuro della luna, davvero. In realtà è tutta scura.)
Pink Floyd, «The Dark Side of the moon», Eclipse


"Per esempio, l'evoluzione dell'umanità oltre un certo limite, o più esattamente oltre una certa percentuale, sarebbe fatale alla luna. Attualmente la luna si nutre della vita organica, si nutre dell'umanità. L'umanità è una parte della vita organica; questo significa che l'umanità è un nutrimento per la luna. Se tutti gli uomini divenissero troppo intelligenti, non vorrebbero più essere mangiati dalla luna.
   "Ma, allo stesso tempo, le possibilità di evoluzione esistono e possono essere sviluppate in individui distinti, con l'aiuto di conoscenze e metodi appropriati. Tale sviluppo può soltanto avere luogo nell'interesse dell'uomo, in opposizione alle forze e, si potrebbe dire, agli interessi del mondo planetario. Una cosa l'uomo deve ben comprendere: la sua evoluzione non è necessaria che a lui. Nessun altro vi è interessato, ed egli non deve contare sull'aiuto di nessuno; infatti, nessuno è tenuto ad aiutarlo e neppure ne ha l'intenzione. Al contrario, le forze che si oppongono all'evoluzione di grandi masse umane, si oppongono anche all'evoluzione del singolo. Spetta a ciascuno di eluderle. E se un uomo può sottrarsi ad esse, l'umanità non lo può. Comprenderete più tardi come questi ostacoli siano utili; se non esistessero bisognerebbe crearli intenzionalmente, poiché soltanto vincendo degli ostacoli l'uomo può sviluppare in sé le qualità di cui ha bisogno.
 P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, pp 67


E tuttavia devo a lui la paura di perdermi, e l’urgenza di salvarmi in questa vita. Io non sono suo discepolo, né mai ho provato e preteso di ripetere i suoi esercizi fisici, armonici e musicali. Direte: potevo apprenderlo già dal Vangelo, dalla Chiesa. Ma da quanto tempo la Chiesa non parla più della perdizione, e dell’urgente necessità di scamparla? O come mai ciò che predicano cardinali e vescovi non lascia nell’anima il senso di quell’urgenza? Gesù adottò anch’Egli un linguaggio estremo, preso dalle zone estreme della lingua, per spingerci all’urgente necessità. «Se il vostro occhio ti è di scandalo, strappalo da te; meglio per te entrare nella Vita con un occhio solo, che con due occhi finire nella Geenna». «Non ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma ciò che ne esce. Perché ciò che entra va a finire nel cesso…». «Sepolcri imbiancati, pieni dentro di sporcizia». Ed anche «le tenebre esteriori», lo «stridor di denti», vengono da una zona inaudita perché – al contrario di Lui – non ne sappiamo niente. Non ne sappiamo per ora. Spiace dirlo, ma non pare di sentire simili estreme parole dalla bocca dei cardinal Martini, Tettamanzi o Ruini. Cristo forgiò una lingua rovente, apposta per scuoterci. Com’è che gli ecclesiastici non sentono lo stesso bisogno? Ripetono tiepide formule usuali, apprese, levigate dall’unzione e inefficaci; che non imprimono alcuna urgenza, e nemmeno alcuna convinzione. Forse se ne vergognano? O credono che delle espressioni forti e originalmente terribili si sia abusato in passato? Forse. Ma temo che il motivo sia un altro. E’ che la loro fede è diventata moralistica, ed ha finito per essere di morale «sociale». Anche in questi giorni, tra i motivi per cui ci si deve opporre ai PACS e alle nozze gay, hanno ripetuto che è in gioco «la famiglia» (ed è vero); contro l’aborto e l’eutanasia, invocano il «rispetto della vita» (verissimo). Ma per quale motivo dovrebbero starli a sentire gli increduli, convinti che non ci sia alcun aldilà, che certi atti non portino ad alcuna «tenebra esteriore», ad alcuna riduzione della vita alla schiavitù gelida e paralizzata del minerale? L’appello alla morale non ha alcun senso, se non si paventano «le tenebre esteriori» in cui «non c’è più salvezza possibile». In questione, coi PACS e l’aborto o l’eutanasia, non è solo o tanto la salute della società naturale; è in gioco il nostro destino, la nostra perdizione. Forse c’è il timore di essere derisi se si evoca il peccato. Ma «peccato» è già parola moralistica. Ciò che descrive invece Gurdjeff è un processo oggettivo, impersonale, basato sulle leggi ferree dell’universo, quasi una fisica spirituale. Chi non esercita il dominio sui sensi, chi si contenta di essere quello che già è, a suo gusto e senza sforzarsi di risalire la corrente delle «48 leggi» che ci condizionano, diventa ineluttabilmente quella poltiglia umana, personalità evanescente e informe, che finisce sulla Luna. Là si accumulano residui d’anime senza forza né «io» vero, cadute sotto il giogo delle 96 condizioni. Infatti lassù «non c’è che pianto e stridor di denti», ossia: nemmeno più gli «io» sussistono, ma solo sub-personalità cristallizzate nel gelo estremo, inimmaginabile. 
Maurizio Blondet, http://www.azionetradizionale.com/2007/02/19/gurdjieff-e-la-luna/



domenica 22 ottobre 2017

Il Raggio di Creazione e l'Uomo - Gurdjieff

L’Intelligenza del Sole vuole qualcosa per sè nel creare l’Uomo sulla Terra, qualcosa che non ha nulla a che vedere con le necessità del Grande Raggio. Che cosa vuole? Vuole che l’Uomo salga dal livello della Terra al livello del Sole. Per questa ragione crea l’Uomo come qualcosa d’incompleto, non finito. In che senso incompleto?

Intanto è una parte della Vita Organica che serve agli scopi del Raggio di Creazione, è completo e non si esige da lui niente altro di quello che la vita gli porta. È capace di vivere sulla Terra così com’é. Allora di lui si dice (nel Lavoro) che serve alla Natura. Ma in relazione alla sua vera origine dall’Ottava del Sole, l’Uomo ha in sè un altro destino. Per quanto riguarda questo destino l’Uomo è incompleto, non finito, perché l’Intelligenza del Sole lo ha creato per un’altra ragione ed ha posto in lui, oltre ciò che è necessario per servire la Natura, altri poteri e possibilità. Cioè, l’Uomo ha in sè molto più di ciò che è necessario per gli scopi di servire la Natura. Nel parlare della Natura ciò che qui si intende è tutta la Vita sulla Terra – tutto ciò che vediamo intorno a noi sulla Terra, la vita della piante, degli animali, degli alberi, dei pesci, ed anche la vita dell’umanità, con tutte le sue lotte, tutti i suoi crimini, dolori, nascite e morti che, tutte insieme, compone questa macchina di movimento perpetuo chiamata Vita Organica creata dal Sole per trasmettere influenze dalla parte superiore alla parte inferiore del Raggio di Creazione.

Per ciò che riguarda il secondo obiettivo del Sole, l’Uomo è creato incompleto sulla Terra allo scopo che si possa sviluppare fino ad un livello che possa essere significativo per il Sole. È in questo senso che nel Lavoro si afferma che l’Uomo è un organismo che si sviluppa da se stesso. L’Uomo è così un esperimento del Sole, collocato sulla Terra. Può rimanere addormentato e servire la Vita Organica; o può svegliarsi e servire il Sole. Se fosse stato creato con lo stesso essere ed intelligenza del Sole non sarebbe sulla Terra. L’Uomo ha pertanto due spiegazioni. È creato per servire la Natura – cioè, per essere parte della Vita Organica – e in questo senso non è nell’interesse della Natura che l’Uomo si sviluppi e smetta di servirla. Ma l’Uomo è creato anche per svilupparsi da se stesso, fino ad arrivare al livello del Sole

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Ma l’Uomo ha altre possibilità – possibilità speciali – che sono dovute alla piccola ottava proveniente dal Sole dal quale è creato, perché l’Uomo è creato in modo particolare. In questa piccola ottava può elevarsi o cadere. Può arrivare al livello del Sole o cadere al livello della Luna.
L’Uomo pienamente sviluppato – cioè, l’Uomo n. 7 – ha raggiunto l’Intelligenza del Sole. Ha raggiunto il suo completo sviluppo e si trova solo sotto 12 leggi, e in questo modo c’è in lui più libertà. Perché la libertà totale si ottiene elevandosi nella scala verticale e passando così sotto meno leggi. Allo stesso tempo l’Uomo n. 7 ha ottenuto l’immortalità nella scala della vita del Sole.

 (…) Per l’Uomo esiste una certa possibilità di scegliere le influenze – in altre parole, di passare da un’influenza all’altra. Per esempio, se un uomo comincia a lottare contro le proprie emozioni negative, comincerà ad uscire dalle influenze della Luna. Se un uomo si ricorda di se stesso, comincia a passare prima sotto le influenze planetarie e giunge eventualmente sotto le influenze del Sole. Ma è necessario che impari a fare una scelta interiore e per farla deve sapere molto su di sè e i differenti Io in lui e sulle parti dei centri. L’influenza del Sole porta ai Centri Superiori. Ma quando un uomo vive nelle parti meccaniche dei centri è sotto influenze più basse. È necessario comprendere una cosa: è impossibile liberarsi da un’influenza senza sottomettersi ad un’altra.

 Tutto il Lavoro su di sè consiste nello scorgere l’influenza sotto la quale si desidera sottomettersi, e in realtà cadere sotto questa influenza. E qui, in seguito ad una lunga e prolungata osservazione, è necessario che l’uomo sappia realmente cosa desidera a questo proposito.

 Nel nostro Sistema Solare ci sono sostanze che vengono emanate dal Sole e dai pianeti, allo stesso modo di quelle emanate dalla Terra, che entrano in contatto in certi punti del Sistema Solare. E questi punti possono riflettersi in immagini materializzate, che sono le immagini invertite dell’Altissimo – l’Assoluto. Posso dirle che esiste sempre un’immagine materializzata nella nostra atmosfera. Se le persone si concentrassero abbastanza per entrare in contatto con questa immagine, potrebbero riceverne l’essenza. Potrebbero stabilire una linea telepatica, come un telefono. (…) Se sette persone riuscissero concentrarsi abbastanza da mettersi in contatto con questa immagine, attraverso di essa potrebbero comunicare tra loro a qualunque distanza, perché sarebbero diventate una cosa sola. Potrebbero aiutarsi a vicenda.
 La macchina chiamata Vita Organica sulla Terra non trasmette solo forze discendenti del Raggio di Creazione, ma crea anche dentro di sè certe forze che passano alla crescente Luna e l’aiutano a svilupparsi. La Luna si alimenta della Vita Organica, oltre alla ricezione di forze che passano per il Raggio. Per esempio, tutta la sofferenza inutile sulla Terra è alimento per la Luna, così come e emozioni negative.


Il dolore è alimento per la Luna e per questa ragione si dice a volte che la Vita Organica è una fabbrica del dolore. Il dolore e la morte alimentano la Luna ed essa ne richiede una certa quantità. Per questa ragione quelli che avevano compreso iniziarono i sacrifici nelle epoche passate. Potremo considerare la Vita Organica solo dal punto di vista di una macchina messa in un punto particolare del Raggio per una particolare ragione, per servire il Raggio, ed è necessario capire che l’Uomo non ha nessuna importanza per il Raggio stesso ma è solo una parte della Vita Organica.

Ma rispetto al Sole che lo ha creato, l’Uomo ha un grande significato se si impegna a adempierlo. C’è qui una porta aperta per lui – che non lo porta al gigantesco Raggio, ma in una scala separata che parte da esso. Questo è uno dei significati della parabola del Figliol Prodigo: l’Uomo può ritornare in seno al Padre.

 L’Uomo non fu creato solo ai fini del Raggio, ma fu creato anche per gli scopi del Sole – come un esperimento nell’evoluzione di sè. Se questa auto-evoluzione dell’Uomo non si compie in un sufficiente numero di uomini, il Sole non riceverà ciò che desidera e non sarà soddisfatto. Rimettiamoci ad una delle molte parabole che troviamo nei Vangeli che si riferiscono a questa cosa:

 Un uomo aveva un fico piantato nella sua vigna. Andò a cercarvi il frutto ma non ne trovò. “Taglialo! Perché deve occupare il terreno inutilmente?”. Il vignaiolo gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno, per darmi il tempo di scavare tutt’intorno e mettergli del concime. Se farà frutti, bene; se no poi lo taglieremo. (Luca: XIII, VI – IX)

 Non bisogna capire letteralmente questa parabola. La si può capire psicologicamente e vedere che l’Uomo ha certe possibilità che possono giungere a dare frutto ma che, se non ne darà, sarà abbattuto.


Lo studio dei 48 ordini di leggi ai quali l’uomo è sottomesso non può essere astratto come lo studio dell’astronomia; non vi è che un modo di studiarli: osservarli in se stessi e riuscire a liberarsene. All’inizio un uomo deve semplicemente comprendere che è schiavo, senza necessità, di mille piccole leggi fastidiose che altri uomini hanno creato per lui o che si è creato da solo. Ma, non appena cercherà di liberarsene, si accorgerà di non potere.

Lunghi e persistenti sforzi in questa direzione lo convinceranno della propria schiavitù. Le leggi alle quali l’uomo è soggetto non possono essere studiate che lottando contro di esse e sforzandosi di liberarsene. Ma occorre una grande conoscenza per liberarsi di una legge, senza crearsene un’altra in sostituzione.


 https://associazioneperankh.com/2017/08/14/il-raggio-di-creazione-la-quarta-via-cap-23/


lunedì 26 giugno 2017

Sviluppo dell'uomo - Ouspensky

A questo punto sorge naturalmente la domanda: perché è così difficile per un uomo cominciare col cambiare se stesso, arrivare alla possibilità di crescere? Perché, vedete, dovete ricordare che l’uomo è creato dalla natura in una maniera assai interessante. Egli è sviluppato fino a un certo punto; dopo questo punto deve svilupparsi da sé. La natura non sviluppa l’uomo oltre un certo punto. In seguito apprenderemo nei particolari fino a che punto l’uomo è sviluppato e come deve comincia re il suo sviluppo successivo;


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, p 32

 

 

Influenze e centro magnetico - Ouspensky

Tutte le persone in condizioni ordinarie di vita vivono sotto due tipi di influenze. Prima vengono le influenze create nella vita: desiderio di ricchezza, di fama e così via, che chiameremo influenze A. Poi ci sono altre influenze che provengono dalla vita esterna, che funzionano nelle stesse condizioni sebbene siano diverse, e noi le chiamiamo influenze B.
Queste raggiungono l’uomo sotto forma di religione, letteratura o filosofia. Queste influenze del secondo tipo sono consce all’origine. Le influenze A sono meccaniche fin dal principio. L’uomo può imbattersi in queste influenze B, o passarci accanto senza nemmeno notarle, o può udirle e credere di comprenderle, usare le parole e al tempo stesso non averne alcuna comprensione. Queste due influenze determinano vera  mente il successivo sviluppo dell’uomo. Se l’uomo accumula influenze B, i risultati di queste influenze si cristallizzano in lui (uso la parola cristallizzarsi nel senso comune) e formano in lui un certo tipo di centro di attrazione che noi chiamiamo centro magnetico.
Questa massa compatta di ricordi e queste influenze lo attraggono in una determinata direzione o gli fanno prendere un’altra direzione.
Quando si è formato il centro magnetico in un uomo sarà più facile per lui attirarsi più influenze B e non essere distratto da influenze A.
Nelle persone ordinarie le influenze A possono prendere una tale quantità del loro tempo che nulla è lasciato alle altre influenze ed esse sono scarsamente influenzate dalle influenze B. Ma, se questo centro magnetico nell’uomo cresce, allora dopo un po’ di tempo egli incontra un altro uomo, o un gruppo di persone, da cui può apprendere qualcosa di diverso, qualcosa che non è incluso nelle influenze B e che noi chiamiamo influenza C. Quest’influenza è conscia nell’origine e nell’azione e può essere trasmessa soltanto mediante istruzioni dirette. Le influenze B possono venire tramite libri e opere d ’arte e qualcosa del genere, ma l’influenza C può venire soltanto mediante contatto diretto. Se un uomo in cui è cresciuto il centro magnetico incontra un uomo o un gruppo tramite i quali egli viene in contatto diretto con l’influenza C, ciò significa che egli ha fatto il primo passo. Allora esiste per lui possibilità di sviluppo.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 31-32

 

 

Il male è sempre meccanico - Ouspensky

Un altro importantissimo problema da considerare è l’idea di bene e di male in questo sistema, perché generalmente le idee della gente su questo argomento sono assai confuse ed è necessario che stabiliate da voi stessi come comprenderle. Dal punto di vista del sistema ci sono due cose soltanto che possono essere confrontate e viste nell’uomo: la manifestazione delle leggi meccaniche e la manifestazione della consapevolezza. Se volete trovare esempi di ciò che potete chiamare bene o male, per arrivare ad un certo standard, vedrete immediatamente che quanto noi chiamiamo male è sempre meccanico, non può mai essere consapevole; e ciò che chiamiamo bene è sempre consapevole, non può essere meccanico. Ci vorrà molto tempo prima di scorgere la ragione di ciò, in quanto queste idee di meccanico e di consapevole sono confuse nella nostra mente. Non le descriviamo mai nella maniera giusta, questo è quindi il prossimo punto che voi dovete considerare e studiare.

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Cercate di collegare nella vostra mente quanto ho detto circa lo studio di bene e male, meccanicità e consapevolezza, morale e coscienza, e poi ponetevi la domanda: “È possibile il male conscio?”. Ciò richiederà studio e osservazione, ma dal punto di vista del sistema esiste un principio ben preciso che il male conscio è impossibile; la meccanicità deve essere inconscia.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 28-29



Importanza della Legge del Sette - Ouspensky

Il motivo per cui è necessario comprendere la Legge del Sette è che essa ha una parte importantissima in tutti gli eventi. Se non ci fosse la Legge del Sette ogni cosa nel mondo andrebbe alla sua conclusione finale, mentre per effetto di questa legge, ogni cosa devia. Per esempio, se cominciasse la pioggia essa proseguirebbe senza fermarsi, se cominciassero le alluvioni esse sommergerebbero tutto, se cominciasse un terremoto esso proseguirebbe indefinitamente. Invece essi si fermano per effetto della Legge del Sette, perché in ciascun semitono mancante le cose deviano, non vanno avanti in linee rette. La Legge del Sette spiega anche perché non esistono linee rette in natura.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, p 26

 

 

mercoledì 21 giugno 2017

I sette tipi di uomo - Ouspensky

L’uomo, in relazione alle funzioni e agli stati di consapevolezza e dal punto di vista della sua possibile evoluzione, è diviso in sette categorie.
Le persone nascono soltanto in una delle prime tre categorie. Una persona in cui predomina la funzione istintiva o motoria, e in cui le funzioni intellettuali ed emozionali sono meno sviluppate, è chiamata uomo n. 1; ma se la funzione emozionale predomina sulle altre funzioni, è chiamata uomo n. 2; e, se predomina la funzione intellettuale, egli è uomo n. 3. Oltre questi tre tipi di uomo, ma non nato come tale, c’è l’uomo n. 4. Ciò significa l’inizio del mutamento, principalmente nella consapevolezza, ma anche nella conoscenza e capacità di osservazione. Poi vie ne l’uomo n. 5 che ha già sviluppato in se stesso il terzo stato di consapevolezza, cioè la consapevolezza di sé, ed in cui agisce la funzione emozionale superiore. Poi viene l’uomo n. 6, ed infine l’uomo n. 7, che ha piena consapevolezza obiettiva e nel quale opera la funzione intellettuale superiore.

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Cercate di riflettere un po’ sulle caratteristiche di queste sette categorie di uomo. Per esempio, quali potrebbero essere le caratteristiche generali dell’uomo 1, 2, 3? Prima di tutto il sonno. L’uomo 1, 2 e 3, prima di cominciare a studiare se stesso in collegamento con qualche sistema che gli dia la possibilità dello studio di sé, trascorre tutta la sua vita nel sonno. Egli ha l’aspetto di uno che è desto, ma in realtà non è mai sveglio, oppure occasionalmente si sveglia per un momento, si guarda attorno e ricade nel sonno. Questa è la prima caratteristica dell’uomo 1, 2 e 3. La seconda caratteristica sta nel fatto che, sebbene egli abbia parecchi ‘io’ differenti, alcuni di questi ‘io’ non si conoscono nemmeno tra loro. L’uomo può avere atteggiamenti ben definiti, convinzioni precise, punti di vista ben definiti e d ’altra parte può avere convinzioni affatto differenti, punti di vista completamente diversi, simpatie e antipatie completamente diverse, e uno di essi non conosce l’altro. Questa è una delle principali caratteristiche dell’uomo 1, 2 e 3.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 23-24 

 

 

Ricordo di se stessi e risveglio - Ouspensky

Per me personalmente, da principio, l’idea più interessante era quella del ricordare se stessi. Proprio non potevo capire come alla gente po tesse sfuggire una cosa del genere. A tutta la filosofia e psicologia europea era sfuggito questo punto. Ne esistono tracce in vecchi insegnamenti, ma sono così ben occultate e poste tra cose meno importanti che non potete afferrare l’importanza dell’idea.
Quando cerchiamo di tenere a mente queste cose e di osservare noi stessi, arriviamo alla ben definita conclusione che nello stato di coscienza in cui ci troviamo, con tutta questa identificazione, considerare, emozioni negative e assenza di ricordare se stessi, siamo veramente addormentati. Immaginiamo di essere svegli. Perciò, quando cerchiamo di ricordare noi stessi, ciò significa una sola cosa: cerchiamo di svegliarci. E ci svegliamo per un secondo ma poi ricadiamo nel sonno. Questo è il nostro stato di essere, quindi in realtà siamo addormentati. Ci possiamo svegliare soltanto se correggiamo parecchie cose nella macchina e se lavoriamo tenacemente e per molto tempo sull’idea del risveglio.

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Esistono parecchie cose interessanti in relazione a ciò. Il gruppo da me incontrato a Mosca usava metafore e parabole orientali, e una del le cose di cui essi amavano parlare era la prigione: quell’uomo sta in prigione, cosa gli può quindi piacere, cosa può desiderare? Se è un uomo più o meno sensibile, egli può volere soltanto una cosa: evadere.
Ma ancor prima che egli possa formulare questo desiderio, che desidera evadere, deve divenir conscio di essere in prigione. Poi, quando formula questo desiderio, egli comincia a rendersi conto delle possibilità di fuga, e comprende che, da solo, non può evadere perché è necessario scavare sotto i muri e cose del genere. Egli si rende conto che, prima di tutto, deve avere qualche persona che desideri fuggire con lui:un piccolo gruppo di persone. Egli si rende quindi conto che un certo numero di persone può forse fuggire. Ma non tutti possono evadere.

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Ripeto, non tutti possono fuggire. Esistono parecchie leggi contro ciò. Per dirla in parole povere, ciò sarebbe troppo osservabile e produrrebbe immediatamente una reazione da par te delle forze meccaniche.

D. Il desiderio di evadere è istintivo, non è vero?

R. No, Soltanto il lavoro interiore dell’organismo è istintivo. Deve essere intellettuale o emotivo, perché la funzione istintiva appartiene in realtà alle funzioni inferiori, quelle fisiche. Tuttavia, in qualche occasione, ci può essere un desiderio fisico di evasione. Supponiamo che faccia troppo caldo nella stanza e che sappiamo che fuori fa fresco; indubbia mente possiamo desiderare di uscirne. Ma il rendersi conto di essere in prigione, e che esiste la possibilità di evadere, richiede ragione e senti mento.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 21-22

 

 

Osservazione, identificazione e attaccamento - Ouspensky

D. Non avete parlato dell’identificazione. Posso fare una domanda su di essa?

R. Prego. Ma non tutti i presenti ne hanno sentito parlare, perciò spiegherò un po’. Vedete, quando cominciamo a osservare in particolare le emozioni, ma in realtà anche tutte le altre funzioni, troviamo che tutte le nostre funzioni sono accompagnate da un certo atteggiamento: diveniamo troppo assorbiti dalle cose, troppo persi nelle cose, specialmente quando compare anche il più piccolo elemento emotivo. Ciò è chiamato identificazione. Ci identifichiamo con le cose. Non è una parola molto esatta, ma in inglese non ce n’è una migliore. L’idea di identificazione esiste negli scritti indiani e i Buddisti parlano di attaccamento e non attaccamento. Queste parole mi sembrano ancor meno soddisfacenti per ché, prima di incontrare questo sistema, le ho lette e non le ho comprese, o piuttosto ho compreso, ma ho colto l’idea intellettualmente.
Compresi perfettamente soltanto quando trovai la stessa idea espressa in russo e in greco da primitivi scrittori cristiani. Essi hanno quattro paro le per quattro gradi di identificazione, ma ciò non è ancora necessario per noi. Noi cerchiamo di comprendere l’idea non mediante la definizione ma mediante l’osservazione. E una certa qualità di attaccamento: essere perduti nelle cose.

D. Si perde il senso dell’osservazione?

R. Quando si diviene identificati non si può osservare.

D. Comincia di solito con l’emozione? C’entra in questo la possessività?

R. Sì. Parecchie cose. Essa comincia prima con l’interesse. Siete interessati in qualche cosa e il momento dopo siete in essa e non esistete più.

D. Ma se si pensa e si è consci dello sforzo di pensare, ciò salva dall’identificazione? Non si possono fare le due cose assieme, vero?

R. Sì, ciò salva per un momento, ma il momento successivo arriva un altro pensiero e vi porta via. Non c’è quindi garanzia. Dovete stare sempre in guardia contro di essa.

D. Quali emozioni negative è più facile esaltare?

R. Alcuni sono molto orgogliosi della loro irritabilità o eccitabilità o qualcosa del genere. Amano essere ritenuti dei durissimi. Non esiste praticamente emozione negativa che non possiate godervi e questa è la cosa più difficile di cui rendersi conto. In realtà alcune persone ricavano ogni loro piacere da emozioni negative.
L ’identificazione in rapporto alla gente prende una forma speciale che, in questo sistema, è chiamata considerare. Ma considerare può es sere di due tipi. Quando consideriamo i sentimenti degli altri e quando consideriamo i nostri. Consideriamo principalmente i nostri sentimenti.
Li consideriamo soprattutto nel senso che la gente in qualche modo non ci stima abbastanza o ci sottovaluta, o non è troppo riguardosa con noi. Troviamo parecchie parole per dirlo. Questo è un importantissimo aspetto dell’identificazione da cui è difficilissimo liberarsi; alcuni sono totalmente in suo potere. Comunque, è importante osservare il considerare.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 19-21 

 

 

Sull'emozioni negative - Ouspensky

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Come ho detto, il primo passo sta nel cercare di non esprimere queste emozioni negative; il secondo passo è lo studio delle emozioni negative stesse, facendone elenchi, scoprendo le loro relazioni - in quanto al cune sono semplici e alcune complesse - e cercando di comprendere che sono assolutamente inutili. Può sembrare strano, ma è importantissimo comprendere che tutte le emozioni negative sono assolutamente inutili; non servono ad alcuno scopo utile; non ci danno la conoscenza di cose nuove e non ci portano più vicini a cose nuove; non ci danno energia,non fanno altro che consumare energia e creare illusioni spiacevoli. Arrivano persino a rovinare la salute fisica.
In terzo luogo, dopo una certa quantità di studio e di osservazione è possibile arrivare alla conclusione che possiamo liberarci delle emozioni negative, che non sono obbligatorie. Qui il sistema è di aiuto per ché mostra che in realtà non esiste un centro reale per le emozioni negative, ma che esse appartengono ad un centro artificiale in noi, che noi creiamo nell’infanzia imitando persone con emozioni negative da cui siamo circondati. Alcuni addirittura insegnano ai bambini ad esprimere emozioni negative. Poi i bambini apprendono ancora di più con l’imitazione, essi imitano bambini più anziani; questi imitano gli adulti e così, già in età giovanissima, divengono professori di emozioni negative.
E una gran liberazione quando cominciamo a comprendere che non esistono emozioni negative obbligatorie. Siamo nati senza di esse, ma per qualche ignota ragione insegniamo a noi stessi emozioni negative.

D. Per essere liberi dalle emozioni negative, dobbiamo essere capaci di impedire che sorgano?

R. Questo è sbagliato, perché non possiamo controllare le emozioni.
Ho già parlato della diversa rapidità di funzioni differenti. La funzione intellettuale è la più lenta. Poi vengono la funzione motoria e istintiva, che hanno una velocità approssimativamente uguale, e che è enorme mente più rapida di quella intellettuale. La funzione emotiva dovrebbe essere ancora più veloce, ma generalmente funziona pressappoco alla stessa velocità di quella istintiva. Quindi le funzioni motorie, istintive ed emozionali sono assai più rapide del pensiero ed è perciò impossibile cogliere le emozioni col pensiero. Quando ci troviamo in uno stato emotivo, esse si succedono così rapidamente da non darci il tempo di pensare. Ma possiamo avere un’idea della differenza di rapidità confrontando le funzioni del pensiero con quelle motorie. Se, effettuando qualche rapido movimento, cercate di osservare voi stessi, vedrete che non potete. Il pensiero non può seguire il movimento. O dovete fare il movimento lentissimamente o non potete osservare. Questo è un fatto certo.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 17-18

 

 

Immaginiamo noi stessi - Ouspensky

D. Mi interessa la faccenda dell’immaginazione. Suppongo significhi che, nell’impiego comune della parola, si stava usando il significato sbagliato?
R. Nel significato comune di immaginazione manca il fattore più importante, mentre nella terminologia di questo sistema cominciamo con ciò che è più importante. Il più importante fattore in ogni funzione è: “Sta sotto il nostro controllo o no?”. Perciò, quando l’immaginazione è sotto il nostro controllo, non la chiamiamo nemmeno immaginazione; le diamo vari nomi: visualizzazione, pensiero creativo, pensiero inventivo; possiamo trovare un nome per ciascun caso speciale. Ma quando questa viene da sola e ci controlla, sicché siamo in suo potere, allora la chiamiamo immaginazione.
Ancora una volta esiste un altro aspetto dell’immaginazione che ci sfugge nella comprensione ordinaria. Esso è che immaginiamo cose inesistenti: per esempio, capacità inesistenti. Ci attribuiamo poteri che non abbiamo, immaginiamo di essere consci di noi stessi sebbene non lo sia  mo. Abbiamo poteri immaginari, immaginaria consapevolezza di noi stessi, e immaginiamo di essere un ‘io’ unico, mentre in realtà siamo tanti ‘io’ differenti. Esistono parecchie cose del genere che immaginiamo di poter ‘fare’, di avere una scelta; non abbiamo scelta, non possiamo ‘fare’: le cose semplicemente ci accadono.
Perciò, in realtà, immaginiamo noi stessi. Non siamo ciò che ci immaginiamo di essere.
D. C’è qualche differenza tra immaginazione e sogno ad occhi aperti?
R. Se non potete controllare il sognare ad occhi aperti ciò significa che esso fa parte dell’immaginazione; ma non tutto. L’immaginazione ha parecchi aspetti diversi. Immaginiamo stati inesistenti, possibilità inesistenti, poteri inesistenti.
D. Mi potreste dare una definizione di immaginazione negativa?
R. L’immaginare ogni genere di cose spiacevoli, il tormentare se stessi, l’immaginare tutte le cose che possono accadere a voi o ad altri, roba di questo genere; essa prende forme diverse. Alcune persone immaginano svariate malattie, altre immaginano incidenti, altre ancora immaginano sventure.


 P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 16-17

 

 

lunedì 8 maggio 2017

Ricordate voi stessi - Ouspensky

D. Quando dite “ricordate voi stessi”, intendete con ciò il ricordare dopo esserci osservati, o ricordare le cose che sappiamo essere in noi?
R. No, esso va completamente separato dall’osservazione. Ricordare se stesso significa la stessa cosa che essere conscio di se stesso: “Io sono”.
Qualche volta ciò viene da sé; è una sensazione stranissima. Non è una funzione, né un pensiero, né un sentimento; è uno stato di consapevolezza diverso. Da sé viene soltanto per brevissimi momenti, generalmente in ambienti completamente nuovi, e allora uno si dice: “Che strano. Sto qui”. Questo è ricordare se stesso; in quel momento ricordate voi stessi.
Successivamente, quando cominciate a distinguere questi momenti, arrivate ad un’altra interessante conclusione: vi rendete conto che quanto ricordate della vostra infanzia sono barlumi di ricordi di voi stessi, in quanto tutto ciò che sapete dei momenti ordinari è che le cose sono accadute. Sapete che eravate là, ma non ricordate nulla con esattezza; mentre, se c’è quel lampo, allora ricordate tutto quello che circondava quel momento.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, p 15

 

 

Sulla immaginazione - Ouspensky

Tuttavia, dovete rendervi conto che la nostra macchina funziona tutt’altro che perfettamente; e ciò, a causa di parecchie funzioni sbagliate, sicché un’importantissima parte dello studio di sé è connessa con lo studio delle funzioni sbagliate. Dobbiamo conoscerle al fine di eliminarle. E una delle funzioni particolarmente sbagliate, che a volte ci piace in noi, è l’immaginazione. In questo sistema ‘immaginazione’ non significa pensiero consapevole o intenzionale su qualche soggetto, o visualizzazione di qualcosa, ma immaginazione che muta senza alcun controllo o senza alcun risultato. Essa sottrae molta energia e indirizza il pensiero in una direzione sbagliata.
D. Quando voi dite ‘immaginazione’, intendete immaginare che qualcosa è vero, non il creare delle immagini?
R. L ’immaginazione ha parecchi aspetti; può essere semplicemente comuni sogni ad occhi aperti, o per esempio, immaginare poteri inesistenti in noi stessi. E la stessa cosa, funziona senza controllo, corre da sola.
D. Ognuno di essi è illusione?
R. Uno non la prende come illusione: egli immagina qualcosa, poi ci crede e dimentica che era immaginazione.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 13-14

 

 

Metodi di osservazione di sé - Ouspensky

Per cominciare lo studio di sé è necessario studiare metodi di osservazione di sé, ma questa a sua volta deve essere basata su una certa comprensione delle divisioni delle nostre funzioni. La nostra idea ordinaria di queste divisioni è completamente errata. Conosciamo la differenza tra funzioni intellettuali ed emozionali. Per esempio, quando discutiamo le cose, ci riflettiamo sopra, le confrontiamo con altre, inventiamo spiegazioni o troviamo vere spiegazioni: questo è tutto lavoro intellettuale; mentre amore, odio, paura, sospetto e così via, sono emozionali. Molto spesso però, quando cerchiamo di osservarci, confondiamo addirittura funzioni intellettuali ed emozionali; quanto realmente sentiamo, chiamiamo pensare, e quanto pensiamo chiamiamo sentire.
Ma nel corso dello studio apprendiamo in qual maniera questi differiscano. Per esempio, c’è un’enorme differenza di velocità, ma ne parleremo in seguito.
Ci sono poi altre due funzioni che nessun sistema di ordinaria psicologia divide e comprende in maniera giusta: la funzione istintiva e la funzione motrice. Quella istintiva si riferisce al lavoro interno dell’organismo: digestione del cibo, battiti del cuore, respirazione, queste sono funzioni istintive. Alle funzioni istintive appartengono anche i sensi ordinari: vista, udito, odorato, gusto, tatto, la sensazione di freddo e di caldo, cose del genere; e ciò in realtà è tutto. Tra i movimenti esterni, soltanto i riflessi semplici appartengono alla funzione istintiva, in quanto quelli più complicati appartengono alla funzione motoria. E facilissimo distinguere fra funzioni istintive e funzioni motorie. Non dobbiamo apprendere nulla di quanto appartiene alla funzione istintiva; siamo nati con le capacità di usare tutte le funzioni istintive. Le funzioni motorie, invece, debbono tutte essere apprese: un bambino impara a camminare, a scrivere, e così via. Esiste un’enorme differenza tra le due funzioni in quanto non c’è nulla di inerente nelle funzioni motorie mentre quelle istintive sono tutte inerenti.
Quindi, nell’osservazione di sé, è necessario prima di tutto dividere queste quattro funzioni e classificare immediatamente tutto ciò che osserviamo, dicendo: “Questa è una funzione intellettuale”, “Questa è una funzione emozionale” e così di seguito.
Se praticherete questa osservazione per qualche tempo, vi potrà accadere di notare alcune cose strane. Scoprirete, per esempio, che la cosa realmente difficile nell’osservazione è che ve ne dimenticate. Cominciate con l’osservare, le vostre emozioni si mettono in relazione con qualche tipo di pensiero, e voi dimenticate di osservarvi.
Un’altra volta, dopo un po’ di tempo, se continuerete nello sforzo di osservare, che è una funzione nuova non usata nella stessa maniera nel la vita ordinaria, noterete un’altra cosa interessante: generalmente non ricordate voi stessi. Se poteste essere consapevoli di voi stessi tutto il tempo, sareste sempre capaci di osservare, o in ogni caso finché ne avete voglia. Ma poiché non potete ricordare voi stessi, non vi potete concentrare; questo è il motivo per cui dovrete ammettere di non avere volontà. Se poteste ricordare voi stessi, avreste volontà e potreste fare ciò che vi piace. Ma non potete ricordare voi stessi, non potete essere consapevoli di voi stessi e perciò non avete volontà. Qualche volta potrete avere volontà per breve tempo, ma questa si rivolge verso qualcos’altro e voi la dimenticate.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 10-11