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domenica 29 aprile 2018

Bisogna abituarsi a ricordarsi di sé coscientemente - Gurdjieff

Gurdjieff: Lo stato è una cosa e il ricordo di sé un’altra cosa. È un affare della testa. Si ricorda di sé spesso, o sì dimentica di sé spesso?

G.B.: Entrambi. Lo faccio spesso durante il giorno. A volte decido di farlo riposando in modo adeguato; e dimentico. Inoltre, molto spesso, lo faccio senza averlo deciso prima.

Gurdjieff: In altre parole, si dimentica di ricordarsi di sé quando è necessario; ma quando è inutile si ricorda di sé automaticamente. Questo non è per niente il nostro scopo. Bisogna abituarsi a ricordarsi di sé coscientemente. Non avrà successo a meno che non svolga il compito di ricordarsi di sé con la sua intera presenza — per esempio, alle quattro, alle cinque e alle sei, e dica “Io sono”.

Madame D.: Non capisco come sia possibile ricordarsi di sé nella vita. Già nel ricordo di sé nelle migliori condizioni, nel fermarmi, nel calmarmi, raggiungo con così tanta difficoltà una cosa così piccola, che posso dire che non mi ricordo mai di me nella vita.

Gurdjieff: Allora non fa niente coscientemente. Tutto quel che fa, lo fa automaticamente.

Madame D.: Allora cosa devo fare, Monsieur?

Gurdjieff: Si dia un compito: “Tutto o niente”. Se non può farlo, lei è niente. Deve riuscirci.

Madame D.: L'ho fatto.

Gurdjieff: Bisogna prendere come compito il ricordo di sé.

Madame D.: Ma come ricordare sé stessi se anche nelle condizioni migliori non l’ottengo?

Gurdjieff: Peggiori sono le condizioni, migliore è il risultato. È per questo che bisogna fare. Non consideri le condizioni; consideri il momento della decisione. Ogni tre ore, deve assolutamente ricordarsi di sé. Entrare in sé; sentire che esiste con tutta la sua presenza e questo — questo è il suo compito. Poi, lo rompa tutto. Non ci si può sempre ricordare di sé. Quel che conta è farlo coscientemente. Con una decisione automatica non vale niente.


G.I.Gurdjieff - Incontri con Gurdjieff - 1944-1946, 70-71

martedì 12 settembre 2017

Un vero attore - Gurdjieff

Gurdjieff: Nella vita, chi lavora diventa un attore, un vero attore. Essere un attore significa recitare un ruolo e la vita è un teatro, in cui ogni uomo recita un ruolo. Lo cambia ogni giorno: oggi uno, domani un altro. Un buon attore è solo chi riesce a ricordarsi di sé e a recitare il proprio ruolo consapevolmente, indipendentemente da quale ruolo sia.


G.I.Gurdjieff - Incontri con Gurdjieff - 1941-1943, p 46

mercoledì 21 giugno 2017

Ricordo di se stessi e risveglio - Ouspensky

Per me personalmente, da principio, l’idea più interessante era quella del ricordare se stessi. Proprio non potevo capire come alla gente po tesse sfuggire una cosa del genere. A tutta la filosofia e psicologia europea era sfuggito questo punto. Ne esistono tracce in vecchi insegnamenti, ma sono così ben occultate e poste tra cose meno importanti che non potete afferrare l’importanza dell’idea.
Quando cerchiamo di tenere a mente queste cose e di osservare noi stessi, arriviamo alla ben definita conclusione che nello stato di coscienza in cui ci troviamo, con tutta questa identificazione, considerare, emozioni negative e assenza di ricordare se stessi, siamo veramente addormentati. Immaginiamo di essere svegli. Perciò, quando cerchiamo di ricordare noi stessi, ciò significa una sola cosa: cerchiamo di svegliarci. E ci svegliamo per un secondo ma poi ricadiamo nel sonno. Questo è il nostro stato di essere, quindi in realtà siamo addormentati. Ci possiamo svegliare soltanto se correggiamo parecchie cose nella macchina e se lavoriamo tenacemente e per molto tempo sull’idea del risveglio.

[..]
Esistono parecchie cose interessanti in relazione a ciò. Il gruppo da me incontrato a Mosca usava metafore e parabole orientali, e una del le cose di cui essi amavano parlare era la prigione: quell’uomo sta in prigione, cosa gli può quindi piacere, cosa può desiderare? Se è un uomo più o meno sensibile, egli può volere soltanto una cosa: evadere.
Ma ancor prima che egli possa formulare questo desiderio, che desidera evadere, deve divenir conscio di essere in prigione. Poi, quando formula questo desiderio, egli comincia a rendersi conto delle possibilità di fuga, e comprende che, da solo, non può evadere perché è necessario scavare sotto i muri e cose del genere. Egli si rende conto che, prima di tutto, deve avere qualche persona che desideri fuggire con lui:un piccolo gruppo di persone. Egli si rende quindi conto che un certo numero di persone può forse fuggire. Ma non tutti possono evadere.

[..]
Ripeto, non tutti possono fuggire. Esistono parecchie leggi contro ciò. Per dirla in parole povere, ciò sarebbe troppo osservabile e produrrebbe immediatamente una reazione da par te delle forze meccaniche.

D. Il desiderio di evadere è istintivo, non è vero?

R. No, Soltanto il lavoro interiore dell’organismo è istintivo. Deve essere intellettuale o emotivo, perché la funzione istintiva appartiene in realtà alle funzioni inferiori, quelle fisiche. Tuttavia, in qualche occasione, ci può essere un desiderio fisico di evasione. Supponiamo che faccia troppo caldo nella stanza e che sappiamo che fuori fa fresco; indubbia mente possiamo desiderare di uscirne. Ma il rendersi conto di essere in prigione, e che esiste la possibilità di evadere, richiede ragione e senti mento.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 21-22

 

 

lunedì 8 maggio 2017

Ricordate voi stessi - Ouspensky

D. Quando dite “ricordate voi stessi”, intendete con ciò il ricordare dopo esserci osservati, o ricordare le cose che sappiamo essere in noi?
R. No, esso va completamente separato dall’osservazione. Ricordare se stesso significa la stessa cosa che essere conscio di se stesso: “Io sono”.
Qualche volta ciò viene da sé; è una sensazione stranissima. Non è una funzione, né un pensiero, né un sentimento; è uno stato di consapevolezza diverso. Da sé viene soltanto per brevissimi momenti, generalmente in ambienti completamente nuovi, e allora uno si dice: “Che strano. Sto qui”. Questo è ricordare se stesso; in quel momento ricordate voi stessi.
Successivamente, quando cominciate a distinguere questi momenti, arrivate ad un’altra interessante conclusione: vi rendete conto che quanto ricordate della vostra infanzia sono barlumi di ricordi di voi stessi, in quanto tutto ciò che sapete dei momenti ordinari è che le cose sono accadute. Sapete che eravate là, ma non ricordate nulla con esattezza; mentre, se c’è quel lampo, allora ricordate tutto quello che circondava quel momento.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, p 15

 

 

Metodi di osservazione di sé - Ouspensky

Per cominciare lo studio di sé è necessario studiare metodi di osservazione di sé, ma questa a sua volta deve essere basata su una certa comprensione delle divisioni delle nostre funzioni. La nostra idea ordinaria di queste divisioni è completamente errata. Conosciamo la differenza tra funzioni intellettuali ed emozionali. Per esempio, quando discutiamo le cose, ci riflettiamo sopra, le confrontiamo con altre, inventiamo spiegazioni o troviamo vere spiegazioni: questo è tutto lavoro intellettuale; mentre amore, odio, paura, sospetto e così via, sono emozionali. Molto spesso però, quando cerchiamo di osservarci, confondiamo addirittura funzioni intellettuali ed emozionali; quanto realmente sentiamo, chiamiamo pensare, e quanto pensiamo chiamiamo sentire.
Ma nel corso dello studio apprendiamo in qual maniera questi differiscano. Per esempio, c’è un’enorme differenza di velocità, ma ne parleremo in seguito.
Ci sono poi altre due funzioni che nessun sistema di ordinaria psicologia divide e comprende in maniera giusta: la funzione istintiva e la funzione motrice. Quella istintiva si riferisce al lavoro interno dell’organismo: digestione del cibo, battiti del cuore, respirazione, queste sono funzioni istintive. Alle funzioni istintive appartengono anche i sensi ordinari: vista, udito, odorato, gusto, tatto, la sensazione di freddo e di caldo, cose del genere; e ciò in realtà è tutto. Tra i movimenti esterni, soltanto i riflessi semplici appartengono alla funzione istintiva, in quanto quelli più complicati appartengono alla funzione motoria. E facilissimo distinguere fra funzioni istintive e funzioni motorie. Non dobbiamo apprendere nulla di quanto appartiene alla funzione istintiva; siamo nati con le capacità di usare tutte le funzioni istintive. Le funzioni motorie, invece, debbono tutte essere apprese: un bambino impara a camminare, a scrivere, e così via. Esiste un’enorme differenza tra le due funzioni in quanto non c’è nulla di inerente nelle funzioni motorie mentre quelle istintive sono tutte inerenti.
Quindi, nell’osservazione di sé, è necessario prima di tutto dividere queste quattro funzioni e classificare immediatamente tutto ciò che osserviamo, dicendo: “Questa è una funzione intellettuale”, “Questa è una funzione emozionale” e così di seguito.
Se praticherete questa osservazione per qualche tempo, vi potrà accadere di notare alcune cose strane. Scoprirete, per esempio, che la cosa realmente difficile nell’osservazione è che ve ne dimenticate. Cominciate con l’osservare, le vostre emozioni si mettono in relazione con qualche tipo di pensiero, e voi dimenticate di osservarvi.
Un’altra volta, dopo un po’ di tempo, se continuerete nello sforzo di osservare, che è una funzione nuova non usata nella stessa maniera nel la vita ordinaria, noterete un’altra cosa interessante: generalmente non ricordate voi stessi. Se poteste essere consapevoli di voi stessi tutto il tempo, sareste sempre capaci di osservare, o in ogni caso finché ne avete voglia. Ma poiché non potete ricordare voi stessi, non vi potete concentrare; questo è il motivo per cui dovrete ammettere di non avere volontà. Se poteste ricordare voi stessi, avreste volontà e potreste fare ciò che vi piace. Ma non potete ricordare voi stessi, non potete essere consapevoli di voi stessi e perciò non avete volontà. Qualche volta potrete avere volontà per breve tempo, ma questa si rivolge verso qualcos’altro e voi la dimenticate.


P. D. Ouspensky, La Quarta Via, pp 10-11

 

 

lunedì 9 gennaio 2017

Tre tipi di nutrimento - Gurdjieff

"Tutte le sostanze necessarie al mantenimento della vita dell'organismo, al lavoro psichico, alle funzioni superiori della coscienza e alla crescita dei corpi superiori, sono prodotte dall'organismo a partire dal nutrimento che penetra in esso.
"L'organismo umano riceve tre tipi di nutrimento:
1° II cibo che mangiamo.
2° L'aria che respiriamo.
3° Le nostre impressioni.
"Non è difficile capire che l'aria è un genere di alimento per l'organismo, ma può apparire difficile, a prima vista, comprendere come le impressioni possano essere un nutrimento.
"Dobbiamo tuttavia ricordarci che con ogni impressione esterna, sia che prenda la forma di suono, di visione, di odore, noi riceviamo dall'esterno una certa quantità di energia, un certo numero di vibrazioni; questa energia che dall'esterno penetra nell'organismo è un nutrimento.
Inoltre, come ho già detto, l'energia non può essere trasmessa senza materia. Se un'impressione esterna introduce nell'organismo un'energia esterna, ciò significa pure che una materia esterna penetra nell'organismo e lo 'nutre', nel senso pieno della parola.
"Per un'esistenza normale, l'organismo ha bisogno di tre generi di nutrimento: alimenti fisici, aria ed impressioni. L'organismo non può sussistere con un solo o anche due generi di nutrimento, sono necessari tutti e tre. Ma il rapporto tra questi nutrimenti e ciò che essi significano per l'organismo, non è sempre lo stesso.
"L'organismo può esistere per un tempo relativamente lungo senza alcun apporto di nuovo nutrimento fisico. Sono conosciuti casi di digiuno di oltre sessanta giorni, al termine dei quali l'organismo non aveva perso niente della sua vitalità ed aveva rapidamente ricuperato le proprie forze, appena ricominciava ad alimentarsi. Ben inteso, una tale privazione di nutrimento non può essere considerata completa, poiché in questi casi di digiuno volontario, i soggetti avevano continuato a bere dell'acqua. Non di meno, anche senza acqua un uomo può vivere senza nutrimento parecchi giorni.
"Senza aria, non può sopravvivere che qualche minuto, non più di due o tre; in generale, la morte segue inevitabilmente una privazione d'aria della durata di quattro minuti.
"Senza impressioni, un uomo non può vivere un solo istante. Se il flusso delle impressioni, per una qualsiasi ragione, si arrestasse, o se l'organismo dovesse essere privato della sua capacità di ricevere le impressioni, morrebbe istantaneamente. Il flusso delle impressioni che ci viene dall'esterno è come una puleggia di trasmissione con la quale ci viene comunicato il movimento. Il motore principale è per noi la natura, il mondo circostante. La natura ci trasmette con le impressioni l'energia con la quale noi viviamo e ci muoviamo, ed abbiamo il nostro essere. Se questo influsso energetico cessasse un istante di pervenire fino a noi, la nostra macchina cesserebbe immediatamente di funzionare.
Così, di tre tipi di nutrimento, il più importante è quello delle impressioni, benché sia evidente che l'uomo non può vivere a lungo solo di impressioni. Impressioni e aria permettono all'uomo di vivere un po' più a lungo. Impressioni, aria e nutrimento fisico permettono all'uomo di vivere fino al termine normale della sua vita, e di produrre le sostanze necessarie non solo al mantenimento della sua vita, ma anche alla creazione e alla crescita dei corpi superiori.
"Il processo della trasformazione in sostanze più fini delle sostanze che entrano nell'organismo è retto dalla legge d'ottava.


"Re 96 passa a mi 48 grazie al carbonio 24 e, con questo, lo sviluppo della seconda ottava si arresta. Per il passaggio di mi a fa, uno choc addizionale è indispensabile, ma a questo punto, la natura non ha preparato alcuno choc addizionale; e la seconda ottava, vale a dire l'ottava dell'aria, non può svilupparsi ulteriormente e nelle ordinarie condizioni della vita non si sviluppa ulteriormente.


"Nelle condizioni di esistenza normale, la produzione di materie sottili da parte della fabbrica arriva allora ad un punto morto, si arresta e la terza ottava risuona come "do' soltanto. La sostanza di qualità più alta prodotta dalla fabbrica è si 12 e, per tutte le sue funzioni superiori, la fabbrica può impiegare solo questa sostanza superiore.
"Tuttavia vi è una possibilità di aumentare il rendimento, vale a dire di permettere all'ottava dell'aria e all'ottava delle impressioni di svilupparsi oltre. A questo scopo, è indispensabile creare un tipo speciale di 'choc artificiale' nel punto stesso dove la terza ottava ha avuto inizio e si è arrestata. Ciò significa che lo 'choc artificiale' deve essere applicato alla nota do 48.
"Ma cos'è uno 'choc artificiale' "? Esso è connesso con il momento della ricezione di una impressione. La nota do 48 indica il momento in cui un'impressione entra nella nostra coscienza. Uno choc artificiale a questo punto significa un certo tipo di sforzo, fatto nel momento in cui si riceve un'impressione.
"È stato spiegato precedentemente che, nelle condizioni di vita ordinaria, noi non ci ricordiamo di noi stessi; noi non ci ricordiamo, vale a dire non abbiamo la sensazione di noi stessi; non siamo coscienti di noi stessi al momento della percezione di un'emozione, di un pensiero o di un'azione. Se un uomo comprende questo e tenta di ricordarsi di sé, ogni impressione che egli riceverà durante questo ricordarsi di sé sarà, in un certo modo, doppia. Per esempio in uno stato psichico ordinario, io guardo semplicemente la strada, ma se io 'mi ricordo di me stesso', non guardo semplicemente la strada, sento che io la guardo, come se dicessi a me stesso: "Io guardo". Ed in luogo di un'impressione della strada, ho due impressioni: una della strada e l'altra di me stesso che guardo la strada. Questa seconda impressione, prodotta dal fatto del mio 'ricordarmi di me', è lo 'choc addizionale'. Inoltre avviene che la sensazione addizionale connessa al 'ricordarsi di sé' porta seco un elemento emozionale, in altri termini, in quell'istante, il lavoro della macchina richiama una certa quantità di 'carbonio' 12. Gli sforzi per ricordarsi di sé, l'osservazione di sé nel momento in cui si riceve un'impressione, l'osservazione dell'impressione, la 'registrazione', per così dire, della ricezione delle impressioni e la loro valutazione simultanea, tutto questo preso assieme raddoppia l’intensità delle impressioni e fa passare do 48 a re 24. 

"Mi 48 passa a fa 24; fa 24 passa a sol 12; sol 12 passa a la 6.
La 6 è la sostanza della qualità più elevata che possa essere prodotta dall'organismo a partire dall'aria, cioè dal secondo tipo di nutrimento.
Tuttavia questo può essere ottenuto solo mediante uno sforzo cosciente, compiuto nel momento in cui un'impressione è ricevuta.
"Cerchiamo di capire cosa vuoi dire questo. Noi tutti respiriamo la stessa aria. Oltre agli elementi conosciuti dalla nostra scienza, l'aria contiene un grande numero di sostanze, sconosciute e indefinibili per la scienza e inaccessibili alla sua osservazione. È’ possibile una analisi esatta dell'aria inalata così come dell'aria espirata. Benché l'aria inalata da differenti persone sia rigorosamente la stessa, questa analisi dimostra che l'aria espirata è completamente differente. Supponiamo che l'aria che noi respiriamo sia composta da una ventina di elementi diversi, sconosciuti dalla nostra scienza. Ognuno di noi assorbe un certo numero di questi elementi ad ogni inspirazione. Supponiamo che tra questi elementi cinque siano sempre assorbiti. Di conseguenza, l'aria espirata da ciascuno è composta da quindici elementi; cinque sono andati a nutrire l'organismo. Tuttavia vi sono uomini che non espirano quindici, ma soltanto dieci elementi, ciò vuoi dire che essi assorbono cinque elementi in più. Questi cinque elementi sono degli idrogeni superiori.
Questi idrogeni superiori sono presenti in ogni piccola particella d'aria che noi inaliamo. Inspirando, introduciamo questi idrogeni superiori in noi, ma se il nostro organismo non sa come estrarli dalle particelle d'aria, né come trattenerli, essi ritorneranno all'aria con l'espirazione.
Se l'organismo è capace di estrarli e di trattenerli, essi resteranno in esso. Così noi respiriamo tutti la medesima aria, ma non tutti ne estraiamo le medesime sostanze. Alcuni ne estraggono di più, altri meno.
"Per estrarne di più, è necessario che il nostro organismo disponga di una certa quantità di sostanze fini corrispondenti. Queste sostanze fini contenute nell'organismo agiscono allora come una calamità sulle sostanze fini contenute nell'aria inalata. Ritroviamo così l'antica legge alchimistica: ‘Per fare dell'oro, occorre prima avere dell'oro. Senza oro, nessuna possibilità di fare dell'oro’.


"Lo sforzo che crea questo 'choc' deve consistere in un lavoro sulle emozioni, in una trasformazione e trasmutazione delle emozioni; questa trasmutazione delle emozioni aiuterà allora la trasmutazione di si 12 nell'organismo umano. Nessuna crescita reale, vale a dire nessuna crescita dei corpi superiori nell'organismo è possibile senza questa trasmutazione. Questa idea era conosciuta da numerosi insegnamenti antichi, e anche da qualche insegnamento più recente, per esempio l'alchimia del Medio Evo. Ma gli alchimisti parlavano di questa trasmutazione sotto la forma allegorica di una trasformazione di metalli vili in metalli preziosi. In realtà, essi volevano parlare della trasformazione degli idrogeni grezzi in idrogeni fini nell'organismo umano, e soprattutto della trasformazione di mi 12. Di un uomo arrivato a operare questa trasmutazione si può dire che egli ha raggiunto lo scopo dei suoi sforzi; ma fintanto che non l'ha realizzata, tutti i risultati ottenuti possono ancora essere perduti, poiché essi non sono in alcun modo fissati in lui; inoltre essi sono acquisiti solo nelle sfere del pensiero e della emozione. Dei risultati reali, obiettivi, non possono essere ottenuti prima di aver cominciato la trasmutazione di mi 12.
"Gli alchimisti che parlano di questa trasmutazione cominciano da essa direttamente. Essi non sapevano niente, oppure non dicevano niente della natura del primo 'choc' volontario. È da questo ultimo che tutto dipende. Il secondo 'choc' volontario e la trasmutazione divengono fisicamente possibili solo dopo una lunga pratica del primo 'choc' volontario che consiste nel 'ricordarsi di sé' e nell' 'osservazione delle impressioni' ricevute. Sulla via del monaco e sulla via del fachiro, il lavoro sul secondo 'choc' precede il lavoro sul primo 'choc' ma, siccome solo quest'ultimo può arrivare alla creazione di mi 12, gli sforzi in assenza di tutti gli altri elementi devono per necessità concentrarsi su si 12, ciò che da molto sovente dei risultati del tutto falsi. Sulla quarta via, uno sviluppo corretto deve cominciare con il primo 'choc' volontario e passare in seguito al secondo 'choc', che deve intervenire nel mi 12.
"Il terzo stadio nel lavoro dell'organismo umano comincia quando l'uomo crea coscientemente in sé stesso un secondo 'choc' volontario nel punto mi 12, allorché la trasformazione o trasmutazione di quegli idrogeni in idrogeni superiori si inizia in lui. Il secondo stadio e il principio del terzo si riferiscono alla vita e alle funzioni dell'uomo n. 4.
Un periodo di trasmutazione e di cristallizzazione abbastanza lungo è richiesto per il passaggio dell'uomo n. 4 al livello dell'uomo n. 5.


"Tutti gli insegnamenti mistici e occulti riconoscono nell'uomo l'esistenza di forze e di capacità superiori — benché, in molti casi ammettano queste forze e capacità soltanto in forma di possibilità — e parlano della necessità di sviluppare le forze nascoste nell'uomo. Il presente insegnamento differisce da altri in quanto afferma l'esistenza nell'uomo di centri superiori già pienamente sviluppati.
"Sono i centri inferiori che non sono sviluppati. Ed è precisamente questa mancanza di sviluppo dei centri inferiori, o il loro funzionamento imperfetto, che ci impedisce l'uso del lavoro dei centri superiori.
"Come ho già detto, vi sono due centri superiori:
"il centro emozionale superiore, che lavora con l'idrogeno 12, e "il centro intellettuale superiore che lavora con l'idrogeno 6.
"Se noi consideriamo il lavoro della macchina umana dal punto di vista degli idrogeni con i quali lavorano i centri, vediamo perché i centri superiori non possono entrare in contatto con i centri inferiori.
"Il centro intellettuale lavora con l'idrogeno 48; il centro motore con l'idrogeno 24.
"Se il centro emozionale lavorasse con l'idrogeno 12, il suo lavoro si collegherebbe a quello del centro emozionale superiore. Nei casi in cui il lavoro del centro emozionale raggiunge l'intensità di vita e la rapidità data dall'idrogeno 12, si produce un contatto momentaneo con il centro emozionale superiore e l'uomo prova nuove emozioni, nuove impressioni mai conosciute prima per la descrizione delle quali non ha né parole né espressioni. Ma nelle condizioni ordinarie, la differenza tra la velocità delle nostre emozioni abituali e la velocità del centro emozionale superiore è così grande che non vi è possibilità di contatto e che non arriviamo a sentire in noi le voci che parlano, e che ci chiamano, del centro emozionale superiore.

"Inoltre, è da rilevare l'abitudine di parlare incessantemente di tutto a tutti e, se non vi è nessuno, di parlare a sé stessi; l'abitudine di nutrirsi di chimere, di sognare continuamente, il cambiare d'umore, il continuo passaggio da un sentimento all'altro, le infinite cose, completamente inutili, che l'uomo si crede obbligato di sentire, di pensare, di fare o di dire.
"Per regolare ed equilibrare il lavoro dei tre centri le cui funzioni costituiscono la nostra vita, è indispensabile imparare ad economizzare l'energia prodotta dal nostro organismo, non sprecarla in un funzionamento inutile, ma risparmiarla per un'attività che unirà gradualmente i centri inferiori ai centri superiori.
"Tutto ciò che è stato già detto sul lavoro su di sé, sulla formazione dell'unità interiore e sul passaggio dell'uomo n. 1 2, 3 al livello dell'uomo n. 4 e 5, e superiore, persegue un solo ed unico fine. Ciò che è detto 'corpo astrale', secondo una terminologia speciale, è chiamato, secondo un'altra terminologia, il 'centro emozionale superiore', benché la differenza qui non stia nella terminologia soltanto. Si tratta, per meglio dire, di differenti aspetti del successivo stadio evolutivo dell'uomo. Si può dire che il 'corpo astrale' è necessario al funzionamento completo e adeguato del 'centro emozionale superiore' all'unisono con i centri inferiori, oppure che il centro emozionale superiore è necessario al lavoro del 'corpo astrale'.
"Il 'corpo mentale' corrisponde al 'centro intellettuale superiore'.
Sarebbe sbagliato dire che essi sono una sola e medesima cosa. Ma l'uno esige l'altro, l'uno non può esistere senza l'altro, l'uno è l'espressione di certi aspetti e funzioni dell'altro.
"Il 'quarto corpo' esige il lavoro completo e armonico di tutti i centri; e implica un controllo completo su questo lavoro, del quale è anche l'espressione.

"Ciò che occorre comprendere bene (e che la 'tavola degli idrogeni’ ci aiuta a capire), è l'idea della completa materialità di tutti i processi interiori, psichici, intellettuali, emozionali, volontari ed altri, comprese le ispirazioni poetiche più esaltate, le estasi religiose e le rivelazioni mistiche.


"Occorre notare che l'organismo produce abitualmente nel corso di una sola giornata tutte le sostanze necessarie al giorno seguente.
E accade molto sovente che tutte queste sostanze siano usate o consumate da qualche emozione completamente inutile e, in genere, spiacevole. I cattivi umori, le preoccupazioni, l'angoscia nell'attesa di qualcosa di sgradevole, il dubbio, la paura, un sentimento d'offesa, l'irritazione, ciascuna di queste emozioni quando raggiunge un certo grado di intensità, può in una mezz'ora, o anche in mezzo minuto, bruciare tutte le sostanze che erano state preparate per il giorno seguente; mentre una semplice esplosione di collera, o qualche altra emozione violenta, può di colpo far esplodere tutte le sostanze preparate nel laboratorio, e lasciare un uomo vuoto interiormente per lungo tempo o anche per sempre.
"Tutti i processi psichici sono materiali. Non vi è un solo processo che non esiga il consumo di una certa sostanza corrispondente. Se questa sostanza è presente, il processo si sviluppa. Ma quando la sostanza è esaurita, il processo si arresta".


P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto - la testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G. I. Gurdjieff, pp 201-220



Economizzare l'energia - Gurdjieff

"Ah!, disse G., se la gente ragionasse così! Ma, in realtà ragionano esattamente in modo opposto. Senza la minima necessità, affronteranno ogni difficoltà, ma per qualche cosa d'importante da cui potrebbero trarre un vero profitto, non muoveranno un dito. Così è la natura umana. L'uomo non vuole mai pagare, ma soprattutto, non vuole pagare per ciò che è veramente essenziale. Voi sapete ora che niente può essere ottenuto per niente, che bisogna pagare per ogni cosa, e pagare in proporzione a ciò che si è ricevuto. Ma l'uomo generalmente pensa la cosa opposta. Per delle sciocchezze, del tutto insignificanti, pagherà qualunque prezzo. Ma per qualche cosa di importante, mai. Questo deve arrivargli spontaneamente.

"E per ritornare alla lettura che voi non avete ascoltato Pietroburgo, in essa vi era la risposta esatta alla domanda che ponete ora. Se allora aveste fatto attenzione, comprendereste oggi che non vi è alcuna contraddizione tra i diagrammi e che non ve ne può essere alcuna".

Ma ritorniamo a Pietroburgo.

Ora che rivedo il passato, non posso impedirmi d'essere stupito della rapidità con la quale G. ci trasmetteva i principi fondamentali del suo insegnamento. Naturalmente, ciò derivava in gran parte dalla sua maniera di esporre le cose, la sua stupefacente capacità di far emergere tutti i punti importanti senza mai entrare in particolari inutili, fino a che l'essenziale non fosse stato compreso.

Dopo gli 'idrogeni', G. aveva così proseguito:

"Noi vogliamo 'fare', diceva, ma in tutto ciò che facciamo siamo legati e limitati dalla quantità di energia prodotta dal nostro organismo. Ogni funzione, stato, azione, pensiero, emozione necessita di una certa energia, di una certa sostanza determinata.

"Arriviamo alla conclusione che dobbiamo 'ricordarci di noi'. Ma non possiamo farlo se non abbiamo in noi l'energia indispensabile al 'ricordo di sé'. Non possiamo studiare, comprendere o sentire qualcosa se non abbiamo l'energia richiesta per questa comprensione, questo sentimento o questo studio.

" Cosa deve fare dunque un uomo quando incomincia a rendersi conto che non ha abbastanza energia per raggiungere lo scopo che si è fissato?

"La risposta a questo interrogativo è che ogni uomo normale ha abbastanza energia per cominciare il lavoro su di sé. È’ necessario soltanto che egli impari ad economizzare, in vista di un lavoro utile, l'energia di cui dispone, e che, la maggior parte del tempo, dissipa in pura perdita.

"L'energia viene sopratutto spesa in emozioni inutili e sgradevoli, nell'ansiosa attesa di cose spiacevoli possibili ed impossibili, consumata dai cattivi umori, dalla fretta inutile, dal nervosismo, dall'irritabilità, dall'immaginazione, dal sognare ad occhi aperti e cosi via. L'energia viene sprecata da un cattivo lavoro dei centri; dalla tensione inutile dei muscoli, sproporzionata rispetto al lavoro compiuto; dal perpetuo chiacchierare, che ne assorbe una quantità enorme, dall’ 'interesse' accordato ininterrottamente alle cose che accadono intorno a noi o alle persone con le quali non abbiamo nulla a che fare e che non meritano nemmeno uno sguardo; dallo sciupio senza fine della forza di 'attenzione'; e via di seguito.

"Dal momento in cui l'uomo comincia a lottare contro tutte queste abitudini, risparmia una quantità enorme di energia, e con l'aiuto di questa energia può facilmente intraprendere il lavoro dello studio di sé e del perfezionamento di sé.

"In seguito, tuttavia, il problema diviene più difficile. Un uomo che, fino ad un certo punto, ha equilibrato la sua macchina e che ha provato a se stesso che essa produce molta più energia di quanto egli si aspettasse, arriva tuttavia alla conclusione che essa non è sufficiente e che deve accrescerne la produzione se vuole continuare il suo lavoro.

"Lo studio del funzionamento dell'organismo umano dimostra che ciò è possibile.

"L'organismo umano è paragonabile ad una fabbrica di prodotti chimici dove tutto è stato previsto per un altissimo rendimento. Ma nelle condizioni ordinarie della vita, essa non raggiunge mai il massimo rendimento, perché solo una piccola parte del suo macchinario viene utilizzata e produce soltanto ciò che è indispensabile alla sua propria esistenza. Far lavorare una fabbrica in questo modo è evidentemente antieconomico al massimo grado. Infatti, la fabbrica, con tutto il suo macchinario, con tutte le sue installazioni perfezionate, non produce niente, poiché essa non arriva che a mantenere, e persino con difficoltà, la propria esistenza.

"Il lavoro della fabbrica consiste nel trasformare una quantità di materia in un'altra, vale a dire dal punto di vista cosmico le sostanze più grezze in sostanze più fini. La fabbrica riceve dal mondo esteriore, come materia prima, una quantità di 'idrogeni' grezzi, e il suo lavoro consiste nel trasformarli in 'idrogeni' più fini, mediante tutta una serie di processi alchimistici complicati. Ma, nelle ordinarie condizioni di vita, la produzione da parte della fabbrica umana di idrogeni più fini, che è quella che a noi interessa in modo particolare dal punto di vista della possibilità di stati superiori di coscienza e del lavoro dei centri superiori, risulta insufficiente. Questi idrogeni più fini sono tutti consumati, senza profitto, per mantenere l'esistenza della fabbrica stessa.
Se noi potessimo elevare la produzione della fabbrica al suo massimo rendimento possibile, noi potremmo cominciare a risparmiare gli idrogeni fini. Allora la totalità del corpo, tutti i tessuti, tutte le cellule si saturerebbero di questi idrogeni fini, che si fisserebbero gradualmente, cristallizzando in un certo modo. Questa cristallizzazione degli idrogeni fini porterebbe poco a poco l'organismo intero ad un livello più elevato, a un più alto piano dell'essere.

"Ma questo non può mai accadere nelle condizioni ordinarie della vita, perché la fabbrica consuma tutto quanto produce.

" 'Impara a separare il sottile dallo spesso' — questo principio della ‘Tavola Smeraldina’ di Ermete Trismegisto si riferisce al lavoro della fabbrica umana; se un uomo impara a 'separare il sottile dallo spesso', vale a dire a portare la produzione degli idrogeni fini al più alto livello possibile, egli per questo solo fatto, creerà per se stesso, la possibilità di una crescita interiore, che non potrebbe essere assicurata da nessun altro mezzo. La crescita interiore, la crescita dei corpi interiori dell’uomo (l'astrale, il mentale) è un processo materiale assolutamente analogo a quello della crescita del corpo fisico. Per crescere, un bambino deve essere ben nutrito, il suo organismo deve godere di condizioni sane al fine di poter preparare, a partire da questo nutrimento, i materiali richiesti per la crescita dei suoi tessuti. La stessa cosa è necessaria al 'corpo astrale' che richiede, per la propria crescita, sostanze che l'organismo deve produrre a partire dalle diverse qualità di nutrimento che penetrano in lui. Oltre a ciò, le sostanze di cui il corpo astrale ha bisogno per la sua crescita, sono identiche a quelle che sono indispensabili al mantenimento del corpo fisico, con la sola differenza che gliene occorre una quantità molto maggiore.

"Se l'organismo fisico comincia a produrre una quantità sufficiente di queste sostanze fini, e se il corpo astrale è ormai costituito in lui, questo organismo astrale avrà bisogno, per mantenersi, di una minore quantità di queste sostanze, che non durante la sua crescita. Il sovrappiù di queste sostanze potrà allora essere impiegato per la formazione e la crescita del 'corpo mentale', che crescerà con l'aiuto delle stesse sostanze che .nutrono il 'corpo astrale', ma naturalmente la crescita del 'corpo mentale' richiederà maggior quantità di queste sostanze che non la crescita e il nutrimento del 'corpo astrale'. Il sovrappiù delle sostanze non consumate dal corpo mentale servirà a far crescere il 'quarto corpo'. Ma questo sovrappiù dovrà essere molto grande. Tutte le sostanze fini necessarie al mantenimento e al nutrimento dei corpi superiori devono essere prodotte dall'organismo fisico, e l'organismo fisico è capace di produrle, a condizione che la fabbrica umana lavori convenientemente ed economicamente.


P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto - la testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G. I. Gurdjieff, pp 198-201

 

 

lunedì 26 dicembre 2016

Il ricordo di sé - Gurdjieff

   Non posso dire che ciò che G. disse sulla coscienza mi fosse subito chiaro, ma uno dei colloqui seguenti mi spiegò i principi sui quali questi argomenti si basavano.
   Un giorno, all'inizio di una riunione, G. fece una domanda alla quale tutti i presenti dovevano rispondere a turno: "Qual è la cosa più importante che ho visto durante le mie osservazioni?". Alcuni dissero che, durante i loro tentativi di osservazione di sé, ciò che avevano sentito con particolar forza era un flusso incessante di pensieri che ave- vano trovato impossibile arrestare. Altri parlarono della difficoltà di distinguere il lavoro di un centro da quello di un altro centro. In quanto a me, evidentemente non avevo capito la domanda, oppure risposi ai miei propri pensieri; spiegai infatti che ciò che più mi aveva colpito nel sistema, era la connessione di tutti i suoi elementi, collegati tra loro in modo da formare un tutto, come se fosse un 'organismo', e il significato interamente nuovo che assumeva ora per me la parola conoscere, che includeva non più soltanto l'idea di conoscere questa o quella cosa, ma la relazione tra questa cosa e tutto il resto.
   G. era visibilmente insoddisfatto di tutte le nostre risposte. Avevo già cominciato ad avvertire che in tali circostanze egli aspettava da noi delle indicazioni di qualcosa di definito che invece ci era sfuggito, o che non avevamo saputo comprendere.
   "Non uno tra voi ha notato la cosa più importante, benché io ve l'avessi messa in evidenza, egli disse. Ossia, nessuno di voi ha notato che voi non vi ricordate di voi (egli diede a queste parole un accento particolare). Voi non sentite voi stessi, voi non siete coscienti di voi stessi. In voi, 'qualcosa osserva', come 'qualcosa parla', o 'pensa' o 'ride'; voi non sentite: io osservo, io constato, io vedo. Tutto si con- stata da solo, si vede da solo... Per arrivare ad osservarsi veramente occorre innanzitutto ricordarsi di se stessi (e di nuovo accentuò queste parole). Tentate di ricordarvi di voi stessi quando vi osservate e più tardi mi parlerete dei risultati. Solo i risultati ottenuti mentre ci si ricorda di se stessi hanno un valore. Altrimenti, voi non siete nelle vostre osservazioni; e in questo caso, quale può essere il loro valore?".
   Queste parole di G. mi diedero molto da riflettere. Mi parve innanzitutto che fossero la chiave di tutto ciò che era stato già detto sulla coscienza. Tuttavia decisi di non trarne alcuna conclusione, ma di tentare soltanto di ricordarmi di me stesso mentre mi osservavo.
   I primissimi tentativi mi mostrarono come ciò fosse difficile. I tentativi di ricordarmi di me stesso non mi diedero altro risultato all'infuori di quello di mostrarmi che di fatto noi non ci ricordiamo mai di noi stessi.
   "Che cosa volete di più? disse G. Questa è una scoperta molto importante. Coloro che sanno questo (egli accentuò queste parole) sanno già molto. Il guaio è che nessuno lo sa. Se domandate a qualcuno se può ricordarsi di sé stesso, vi risponderà naturalmente che può. Se gli dite che non può ricordarsi di sé, o si irriterà, o penserà che siete matto. Tutta la vita è basata su questo fatto, tutta l'esistenza umana, tutta la cecità umana. Se un uomo realmente sa che non può ricordarsi di se stesso, è già vicino ad una comprensione del suo essere".
   Tutto quello che G. diceva, tutto quello che io pensavo e soprattutto ciò che i miei tentativi di 'ricordarmi di me stesso' mi avevano mostrato, mi convinsero molto rapidamente che mi trovavo di fronte ad un problema interamente nuovo che scienza e filosofia avevano fin ora trascurato.
   Ma prima di fare delle deduzioni, proverò a descrivere i miei tentativi di 'ricordarmi di me stesso'. La mia prima impressione fu che i tentativi di ricordarmi di me o di essere cosciente di me, di dirmi: sono io che cammino, sono io che faccio questo, tentando di sentire continuamente questo io, interrompevano i pensieri. Quando avevo la sensazione di me, non potevo né pensare, né parlare; le sensazioni stesse si oscuravano. È questa la ragione per cui ci si può ricordare di sé in questo modo soltanto per un tempo brevissimo.
   Avevo già fatto certi esperimenti di interruzione del pensiero come sono menzionati nei libri di Yoga pratico, per esempio nel libro di Edward Carpenter From Adam's Peak to Eiephanta, per quanto qui si trattasse di una descrizione molto generica. I miei primi tentativi di 'ricordo di sé’ mi riportarono alla memoria quei miei primi esperimenti. Infatti, vi è quasi identità tra le due esperienze, con la sola differenza che arrestando i pensieri, l'attenzione è interamente orientata verso lo sforzo di non ammettere pensieri, mentre nell'atto del 'ricordarsi di sé’ l'attenzione si divide: una parte è diretta verso lo sforzo stesso, l'altra verso la sensazione di sé.
   Quest'ultima constatazione mi permise di arrivare a una certa definizione del 'ricordarsi di sé', forse molto incompleta, ma che si rivelò assai utile nella pratica.
Parlo del 'ricordarsi di sé' come divisione di attenzione, che ne è il tratto caratteristico.
   Quando osservo qualcosa, la mia attenzione è diretta su ciò che osservo:
      Io ------------------------------------ > il fenomeno osservato.
   Quando, sempre osservando, tento di ricordarmi di me, la mia attenzione è diretta contemporaneamente verso l'oggetto osservato e verso me stesso:
      Io < ---------------------------------- > il fenomeno osservato.
   Stabilito questo punto, vidi che il problema consisteva nel dirigere l'attenzione su di sé senza lasciare che l'attenzione portata sul fenomeno osservato si indebolisse o si eclissasse. Inoltre, questo 'fenomeno' poteva essere sia in me che fuori di me.
   I primissimi tentativi di tale divisione dell'attenzione mi mostrarono la sua possibilità. Al tempo stesso, feci altre due constatazioni.
   Anzitutto vidi che il 'ricordarsi di sé' ottenuto in questo modo non aveva nulla in comune con 1' 'introspezione', o con l’ 'analisi'. Si trattava di uno stato nuovo e molto interessante, il cui gusto era strana- mente familiare.
   In secondo luogo, comprendevo che momenti di ricordo di sé appaiono nella vita, benché raramente, e che solo il produrli deliberata- mente creava la sensazione di novità. Infatti, avevo sperimentato tali momenti fin dalla prima infanzia; si verificavano in circostanze nuove ed inattese, in un luogo insolito, fra estranei, per esempio durante un viaggio; ci si guarda attorno e ci si dice: "Che strano! Io, e in questo posto ! "; o in momenti di emozione, di pericolo, nei quali è necessario non perdere la testa, quando si ascolta la propria voce, ci si vede e ci si osserva dal di fuori.
   Vidi con molta chiarezza che i primi ricordi della mia vita, e nel mio caso questi ricordi risalivano alla primissima infanzia, erano mo- menti di 'ricordo di sé'. Contemporaneamente ebbi la rivelazione di molte altre cose. Mi resi conto che ricordavo realmente soltanto i mo- menti in cui mi ero ricordato di me stesso. Degli altri momenti, sapevo solo che avevano avuto luogo. Non ero in grado di riviverli completa- mente, né di provarli di nuovo. Ma gli istanti in cui mi ero 'ricordato di me' erano vivi e non differivano per nulla dal presente. Temevo ancora di concludere troppo in fretta. Ma vedevo già che mi trovavo alla soglia di una grandissima scoperta. Mi avevano sempre stupito la debolezza e l'insufficienza della nostra memoria. Tante cose scompaiono, sono dimenticate. Mi sembrava che l'assurdità fondamentale della vita consistesse in questo oblio. Perché tante esperienze, per poi dimenticarle? Mi pareva inoltre che ci fosse in questo qualcosa di degradante. Un uomo prova un sentimento che gli sembra molto grande, pensa che non lo dimenticherà mai; passano uno o due anni e non ne rimane nulla. Ma ora vedevo perché era così e perché non poteva essere altri- menti. Se veramente la nostra memoria mantiene vivi soltanto i mo- menti in cui ci si ricorda di sé, è chiaro che dev'essere molto povera.
   Queste erano le mie esperienze dei primi giorni. Più tardi, quando cominciai ad imparare a dividere l'attenzione, vidi che il ‘ricordo di sé’ dava delle sensazioni meravigliose che solo raramente e in condizioni eccezionali potevano prodursi da sole. Così, in quel periodo, mi piaceva molto passeggiare la notte per Pietroburgo e 'sentire' la presenza delle case e delle strade. Pietroburgo è ricca di queste strane sensazioni. Le case, particolarmente le vecchie case, erano proprio vive, quasi rivolgevo loro la parola. Non vi era 'immaginazione' in questo.
   Non pensavo a nulla, semplicemente me ne andavo a spasso cercando di 'ricordare me stesso' e mi guardavo attorno; le sensazioni venivano da sole.
   Allo stesso modo avrei fatto, in seguito, molte e inaspettate scoperte.
   Ma di ciò parlerò più avanti.
   Talvolta il 'ricordo di sé' non riusciva; altre volte, era accompagnato da curiose osservazioni.

   Percorrevo un giorno la Liteyny nella direzione della Prospettiva Nevsky e. nonostante tutti i miei sforzi, ero incapace di mantenere l'attenzione sul 'ricordare me stesso'. Il rumore, il movimento, tutto mi distraeva. Ad ogni istante perdevo il filo dell'attenzione, lo ritrovavo e lo riperdevo. Alla fine, provai verso di me una specie di irritazione ridicola e girai in una via a sinistra, fermamente deciso, questa volta, a ricordarmi di me stesso almeno per qualche tempo, ad ogni modo fino a quando avessi raggiunto la via seguente. Raggiunsi la Nadejdinskaya senza perdere il filo dell'attenzione, salvo forse per brevi istanti. Allora, rendendomi conto che mi era più facile, nelle vie tranquille, non perdere la linea del mio pensiero, e desiderando mettermi alla prova nelle vie più rumorose, decisi di ritornare alla Nevsky continuando a ricordarmi di me. La raggiunsi senza aver smesso di ricordarmi di me ed incominciavo già a provare lo strano stato emozionale di pace interiore e di fiducia che viene dopo grandi sforzi di questo tipo. Proprio all'angolo della Nevsky, vi era il tabaccaio che mi forniva le sigarette. Continuando a ricordarmi di me, mi dissi che sarei entrato ad ordinarne qualche scatola.
   Due ore più tardi, mi svegliai nella Tavricheskaya, cioè molto lontano. Stavo andando in slitta dal mio editore. La sensazione del risveglio era straordinariamente viva. Posso quasi dire che ritornavo in me. Di colpo mi ricordai di tutto: come avevo percorso la Nadejdinskaya, come mi ero ricordato di me stesso, come avevo pensato alle sigarette e come, a questo pensiero, ero caduto, come annientato, in un profondo sonno.
   Tuttavia, mentre ero così immerso in questo sonno, avevo continuato a compiere delle azioni coerenti e opportune. Avevo lasciato il tabaccaio, telefonato al mio appartamento della Liteyny e al mio editore. Avevo scritto due lettere. Poi ero ritornato a casa. Avevo risalito la Nevsky sul marciapiede di sinistra fino alla Porta Gostiny con l'intenzione di raggiungere l'Offitzerskaya. Allora, cambiando idea, poiché si faceva tardi, avevo preso una slitta per andare dal mio editore nella Kavalergardskaya. Strada facendo, lungo la Tavricheskaya, cominciai a sentire uno strano malessere, come se avessi dimenticato qualcosa. E all'improvviso mi ricordai che avevo dimenticato di ricordarmi di me.

   Parlai delle mie osservazioni e riflessioni alla gente del nostro gruppo, come pure ai miei amici scrittori e ad altri.
   Dicevo loro che questo era il centro di gravità di tutto l'insegna- mento e di tutto il lavoro su di sé; che ora il lavoro su di sé non era più soltanto una parola, ma un fatto reale, pieno di significato, grazie al quale la psicologia diventava una scienza esatta e nello stesso tempo pratica.
   Dicevo che un fatto di importanza straordinaria era sfuggito alla psicologia occidentale e cioè: che noi non ci ricordiamo di noi stessi, che noi viviamo, agiamo e ragioniamo immersi in un sonno profondo, in un sonno che non ha niente di metaforico, ma che è assolutamente reale; e che tuttavia noi possiamo ricordarci di noi stessi, se facciamo sforzi sufficienti: che noi possiamo svegliarci.
   Ero colpito dalla differenza tra la comprensione della gente che apparteneva ai nostri gruppi e quella della gente al di fuori. La gente dei gruppi comprendeva quasi subito di essere venuta a contatto con un 'miracolo', qualche cosa di 'nuovo', mai esistito prima da nessuna parte.
   Gli altri non lo comprendevano; prendevano tutto troppo superficialmente e a volte cercavano persino di provarmi che simili teorie esistevano già da molto tempo.
   A. L. Volinsky, che avevo incontrato sovente e con il quale sin dal 1909 avevo avuto diversi scambi di idee e del quale apprezzavo molto le opinioni, non trovò niente di nuovo nell'idea del 'ricordarsi di sé'.
   "È un’appercezione, mi disse. Hai letto la Logica di Wundt? Vi troverai la sua ultima definizione dell'appercezione. È esattamente ciò di cui parli. La 'semplice osservazione' è percezione. 'L'osservazione con il ricordo di sé', come tu la chiami, è una appercezione. Wundt non l'ignorava, beninteso".
   Non volevo discutere con Volinsky. Avevo letto Wundt. Natural- mente ciò che Wundt aveva scritto non aveva niente a che fare con ciò che avevo detto a Volinsky. Wundt si era avvicinato a questa idea, altri vi si erano ugualmente avvicinati per poi allontanarsene. Non ave- va visto la grandezza dell'idea nascosta dietro a ciò che egli stesso pen- sava delle varie forme di percezione e, non avendo visto la grandezza dell'idea, non poteva naturalmente vedere la posizione centrale che doveva occupare nel nostro pensiero, l'idea dell'assenza di coscienza e quella della possibilità di una creazione volontaria di questa coscienza. Soltanto, mi pareva strano che Volinsky non potesse vederla, sebbene io gliela mettessi in evidenza.
   Mi convinsi in seguito che quest'idea per molte persone, peraltro assai intelligenti, restava nascosta da un velo impenetrabile, e più tardi vidi perché era così.


P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto - la testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G. I. Gurdjieff, pp 132-137

 

 

giovedì 22 dicembre 2016

Il ricordo di sé - Osho

L’altro consiste nel non pensare nulla riguardo al mondo, ma continuare soltanto a ricordarsi che tu sei. Gurdjieff usava questo secondo metodo, che deriva dalla tradizione sufì, dall’Islam. I sufì ci lavorarono sopra molto profondamente.
Ricorda: “Io sono”, qualsiasi cosa tu stia facendo. Stai bevendo dell’acqua, stai mangiando il tuo cibo, ricorda: “Io sono”. Continua a mangiare e continua a ricordare: “Io sono, io sono”. Non dimenticartene! E’ difficile perché tu pensi di sapere già di essere dunque che bisogno c’è di continuare a ricordarlo? Tu non te lo ricordi mai, ma è una tecnica molto, molto potente. Mentre stai camminando ricordati: “Io sono”. Lascia che ci sia il camminare, continua a camminare, ma sii costantemente centrato in questo ricordare a te stesso: “Io sono, io sono, io sono”. Non dimenticartene. Tu mi stai ascoltando: fallo qui. Mi stai ascoltando: non essere così immenso, coinvolto, identificato. Qualsiasi cosa io stia dicendo, ricordati, continua a ricordarti. C’è l’ascolto, ci sono le parole, qualcuno sta parlando, tu sei: “Io sono, io sono, io sono”. Fa che questo “io sono” sia un fattore costante di consapevolezza. E’ molto difficile. Tu non riesci a ricordartene neppure per un solo minuto. Provaci. Mettiti l’orologio davanti agli occhi, e fissa le lancette che si muovono: un secondo, due secondi, tre secondi, continua a guardarlo. Fa’ due cose, guarda il movimento della lancetta che segna i secondi e ricordati continuamente: “Io sono, io sono”. A ogni secondo continua a ricordarti: “Io sono”. Nel giro di cinque o sei secondi sentirai di averlo dimenticato. All’improvviso ti ricorderai:”Sono passati diversi secondi e non me ne sono ricordato”. Ricordarsene anche per un solo intero minuto è un miracolo, e se ci riesci, la tecnica fa per te. Allora praticala. Per suo tramite sarai in grado di andare al di là dei sogni e di sapere che i sogni sono sogni. Come funziona? Se per tutto il giorno riesci a ricordarti: “Io sono”, questo penetrerà anche il tuo sonno. E quando starai sognando, ti ricorderai continuamente: “Io sono”. Se riuscirai a farlo, all’improvviso il sogno diventerà solo un sogno. Allora non potrà più ingannarti, non potrà più essere percepito come realtà. Il meccanismo è questo: il sogno è percepito come realtà perché ti manca il ricordo di te stesso: ti manca l’”io sono”. Se non c’è alcun ricordo del sé, il sogno diventa realtà. Se non ti ricordi di te stesso, anche la realtà, la cosiddetta realtà diventa solo un sogno. Questa è la differenza tra sogno e realtà. Per una mente meditativa, o per la scienza della meditazione, questa è l’unica differenza. Se tu sei, l’intera realtà è solo un sogno. Se tu non sei, sognare diventa la realtà. Nagarjuna dice: Ora io sono, perché il mondo non è. Mentre non ero, il mondo era. Solo uno può esistere”. Ciò non significa che il mondo sia scomparso. Nagarjuna non sta parlando di questo mondo, sta parlando del mondo del sognare. Puoi esistere tu o possono esistere i sogni non possono esistere entrambi. Il primo passo sarà quindi continuare a ricordare: “Io sono” costantemente, semplicemente: “Io sono”. Non dire: “Rama”, non dire: “Shyam”. Non usare alcun nome, perché tu non sei quello. Usa semplicemente: “Io sono”. Provalo in qualsiasi attività e poi sentilo. Più diventi reale dentro, più il mondo circostante diventa irreale. La realtà diventa “io”, e il mondo diventa irreale. E’ reale il mondo o è reale l’io”: non possono esserlo entrambi. Ora tu senti di essere solo un sogno, quindi il mondo è reale. Sposta l’accento:
diventa reale e il mondo diventerà irreale. Gurdjieff lavorò continuamente con questo metodo. Il suo discepolo principale, P:D. Ouspensky, riferisce che quando Gurdjieff stava lavorando su di lui con questo metodo, e lui praticò per tre mesi continuamente questo ricordarsi “io sono, io sono”, dopo tre mesi ogni cosa si fermò. Si fermarono pensieri, sogni, ogni cosa. Dentro rimase solo una nota, come una musica eterna: “Io sono, io sono, io sono, io sono”. Ma questo non era più uno sforzo, era un’attività spontanea che continuava: “Io sono”. Gurdjieff chiamò allora Ouspensky fuori di casa. Era stato tenuto in casa per tre mesi e non gli era stato permesso di uscire. Dunque Gurdjieff disse: “Vieni con me”. Risiedevano in una città russa, Tifls. Gurdjieff lo chiamò fuori e scesero in strada Ouspensky scrive nel suo diario: “Per la prima volta potrei capire cosa intendeva Gesù quando diceva che l’uomo è addormentato. L’intera città mi sembrava addormentata. La gente si spostava nel sonno; i negozianti vendevano nel loro sonno. I clienti compravano nel loro sonno. L’intera città era addormentata. Guardai Gurdjieff: solo lui era sveglio.
L’intera città era addormentata. Si arrabbiavano, litigavano, si amavano, compravano, vendevano, facevano di tutto”. Ouspensky dice: “Ora potevo vedere i loro volti, i loro occhi:
erano addormentati. Non erano lì. Mancava il loro centro interiore; non c’era”. Ouspensky disse a Gurdjieff: “Non voglio tornarci più in città. Che cosa è successo alla città?
Sembrano tutti addormentati, drogati”. Gurdjieff rispose: “Non è successo niente alla città.
E’ successo qualcosa a te. Sei stato disintossicato. La città è la stessa. E’ lo stesso posto dove andavi in giro tu tre mesi fa, ma non potevi vedere che le altre persone erano addormentate, perché anche tu lo eri. Ora puoi vederlo perché sei giunto a una certa qualità di consapevolezza. Ricordandoti continuamente per tre mesi: ‘io sono’, sei diventato in minima parte consapevole. Sei diventato consapevole! Una parte della tua consapevolezza è andata oltre il sognare. Ecco perché puoi vedere che sono tutti addormentati, morti, che si muovono, drogati, come ipnotizzati”. Ouspensky dice: “Non potevo sopportare quel fenomeno: tutti addormentati! Qualsiasi cosa stessero facendo non erano responsabili. Non lo erano! Come avrebbero potuto esserne responsabili?”.
Ritornerò indietro e domandò a Gurdjieff: “Che cos’è questo? Sono forse stato ingannato in qualche modo? Mi hai fatto qualcosa in modo da farmi apparire l’intera città come addormentata? Non riesco a credere ai miei occhi”. Ma questo accadrà a chiunque. Se riesci a ricordare te stesso, saprai che nessuno si ricorda di se stesso, ed è in questo modo che ognuno continua a muoversi. L’intero mondo è addormentato. Comincia perciò mentre sei sveglio. In qualsiasi momento te ne ricordi, comincia: “Io sono” Non intendo che tu debba ripetere le parole “io sono”, piuttosto devi averne la sensazione. Mentre fai il bagno, senti: “Io sono”. Lascia che ci sia la sensazione della doccia fredda e tu stattene in disparte, sentendola e ricordando: “Io sono”. Ricorda, non ti sto dicendo di ripetere verbalmente: “Io sono”. Puoi ripeterlo, ma quella ripetizione non ti darà consapevolezza.
Anzi, la ripetizione può creare più sonno.
[...]
Perciò questo “io sono”, il ricordarsi che “io sono”, non è un mantra verbale. Non deve essere ripetuto verbalmente. Percepiscilo! Sii sensibile al tuo essere.
Quando tocchi la mano di qualcuno non toccare solo la sua mano, senti anche il tuo toccare, senti anche te stesso senti che tu sei qui in questo contatto, totalmente presente.
Mentre mangi, non mangiare solamente: senti anche te stesso che sta mangiando. Questo sentire, questa sensibilità deve penetrare sempre più profondamente nella tua mente. Un giorno, all’improvviso, tu sei sveglio nel tuo centro, funzionante per la prima volta. E allora l’intero mondo diventa un sogno, e puoi sapere che il tuo sognare è solo un sognare. E, una volta che lo sai, il sognare si arresta: può continuare solo se è sentito come reale, è fermato se è sentito come irreale. E una volta che il sognare si arresta in te, sei un uomo diverso. L’uomo vecchio è morto; l’’uomo dormiente è morto. Non sei più l’essere umano che eri: per la prima volta diventi consapevole, per la prima volta, nell’intero mondo che è addormentato, tu sei sveglio. Diventi un Buddha, un risvegliato. Con questo risveglio non c’è più miseria, dopo questo risveglio non c’è più morte, per mezzo di questo risveglio non c’è più paura. Per la prima volta diventi libero da tutto. Essere liberi dal sonno, essere liberi dal sognare, significa essere liberi da tutto. Ottieni la libertà. L’odio, la rabbia, l’avidità scompaiono. Tu diventi solo amore. Non amante: diventi solo amore!


Osho, Il libro dei segreti




Gurdjieff dice: Continua a ricordare colui che osserva - il ricordo del sé. Buddha dice: "Dimenticate l'osservatore guardate solamente quello che viene osservato". Se dovete scegliere tra Buddha e Gurdjieff, mi permetto di suggerire di scegliere Buddha. Con Gurdjieff  esiste il pericolo di diventare troppo consapevoli del sé - piuttosto che diventare consapevoli puoi diventare cosciente del sé, puoi anche diventare egoista. Questo l’ho sentito in molti discepoli di Gurdjieff, che sono diventati molto, molto egoisti.  Gurdjieff non era un egoista - è stato uno dei rari uomini illuminati di questa epoca, ma il metodo ha un pericolo intrinseco, è molto difficile distinguere tra coscienza di sé e ricordo di sé, è così sottile che è quasi impossibile fare qualsiasi distinzione, per le masse ignoranti, è quasi sempre la coscienza di sé, che prenderà possesso, ma non sarà mai il ricordo di sé.
La stessa parola "sé" è pericolosa – puoi diventare sempre più fisso nell'idea del sé, e l'idea del sé ti isola dal resto dell’esistenza.
Buddha dice di dimenticare il sé, perché il sé non esiste, il sé è solo nella grammatica, nel linguaggio - non è esistenziale. Basta osservare il contenuto, via via che osservi, esso inizia a scomparire, e una volta scomparso, osserva la tua rabbia - e osservandola la vedrai scomparire - e troverai il silenzio. Non c'è alcun sé, nessun osservatore, e nulla da osservare; ma solo silenzio. Questo silenzio è portato dalla Vipassana, il metodo creato da Buddha per risvegliarsi.