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mercoledì 10 marzo 2021

ma solo la reazione a tutto ciò - Gurdjieff

"Questo lavoro inizia con l’osservazione di sè e alla scoperta degli stati sbagliati in se stessi e con il lavoro di contrastarli. In questo modo la vita interiore si purifica e siccome essa attrae la nostra vita esterna, dovuto al cambiamento dei nostri stati interiori, il non alimentarne uno ed alimentando l’altro, alteriamo allo stesso tempo non solo la relazione con gli eventi provenienti dall’esterno ma persino la natura degli avvenimenti che ci capitano ogni giorno.
Solo così possiamo cambiare la natura degli avvenimenti che ci capitano. Non possiamo cambiarli direttamente, ma possiamo cambiarli solo cambiando gli stati, cioè, cominciando a mettere ordine nella disordinata casa in cui abitiamo. Non sono gli eventi quotidiani che hanno importanza come l’aver perso qualcosa o che qualcosa è andata storta o che qualcuno si sia dimenticato di noi, o ci abbia parlato sgarbatamente, ma solo la reazione a tutto ciò, cioè, in quale stato di voi siete, perché è lì che nasce la vera vita e se i vostri stati interiori sono appropriati nulla nello scorrere degli eventi esterni può nuocervi.
Si tratta poi di distinguere come esercizio per vivere più coscientemente, tra gli stati interiori e gli eventi esterni, e cercare di confrontarsi con qualsiasi evento esterno, dopo averne osservato la natura, con la disposizione interiore appropriata, con lo stato appropriato. Se non può, rifletta su di esso.
In primo luogo si cerchi di definire la natura dell’avvenimento ed osservi se questo tipo di evento accade spesso e cerchi di esaminarlo più dettagliatamente in termini come “ Questo si chiama arrivare tardi” o “Questo si chiama perdere le cose”, ”Questo si chiama ricevere brutte notizie” o “Questa si chiama una brutta sorpresa” o “Questo si chiama lavoro duro”, o “Questo si chiama essere malato”.
Incomincia con questo modo semplice e subito si vedrà quanto sono diversi gli avvenimenti personali e come la nostra vita esterna é sempre cangiante, e ciò che non si può fare un momento si può fare in un altro. Perché gli eventi all’inizio si assomigliano e chiudono delle porte. Allora si sarà capaci di vedere, nei riguardi dei piccoli avvenimenti della vita quotidiana, che essi furono provocati parzialmente da noi stessi, e che i fatti sono accidentali, e così via.
Dunque riflessione sul proprio stato e con quale stato si affronta qualsiasi evento particolare e se questo stato è lo strumento appropriato che si deve usare, il biglietto giusto che si deve offrire, il metodo idoneo che si deve impiegare per questo fatto. Nei riguardi di molti avvenimenti è giusto imparare ad essere passivi, per esempio, non reagire in assoluto, non fare nulla. Ma la passività esige una forte attività interiore di coscienza, per impedire che qualche reazione meccanica arrivi quando l’evento, entrando come un’impressione meccanica, tocchi il meccanismo puramente associativo della mente e il sentimento che erroneamente consideriamo noi stesso."
 
(Commentari Psicologici – Maurice Nicoll)
 
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lunedì 30 aprile 2018

La forza buona è l'angelo - Gurdjieff

Domanda: In seguito non ho più consumato i miei pasti da solo. È molto difficile farlo in pubblico, la mia testa si ribella.

Gurdjieff: Quando una cosa va bene, nell’uomo appare sempre, all’improvviso, qualche fattore di Opposizione. Bisogna lottare. La forza buona è l'angelo. La rivolta è il diavolo. È un processo automatico di lotta. Deve entrare in questo processo automatico e aiutare l'angelo o il diavolo. Lei ha un senso di quel che è l'angelo buono; favorisca l'angelo. Altrimenti si venderà al diavolo.


G.I.Gurdjieff - Incontri con Gurdjieff - 1944-1946, p 92

lunedì 13 novembre 2017

Esercizi sullla non immaginazione - Gurdjieff

Pom: Posso fare una domanda?

Gurdjieff: Se lo desidera. Questa e la prima volta che parla, vero?

Pom: Vorrei sapere cosa fare per impedire, al di fuori del lavoro che dura per un certo periodo di tempo, alla mia immaginazione di prendere il largo?

Gurdjieff: Bene, per questo le darò un consiglio molto semplice e molto ordinario. Anche lei è sulla strada giusta. Quello che sto per dirle è una cosa molto semplice. Comprendere logicamente non le darà assolutamente nulla. Tra un po’ capirà che l’unico consiglio adatto è quello che le sto dando ora. Durante il suo tempo libero, conti: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, fino a cinquanta. Poi: cinquanta, quarantanove, quarantotto, quarantasette, quarantasei, eccetera, finché non torna al punto di partenza. Tutto il tempo. E se lo fa sette volte, cinque o dieci minuti, si sieda, si rilassi e dica a sé stesso: “Io sono”, “lo desidero essere”, “Io posso essere”, “Non usare tutto questo per essere malvagio, ma buono”, “Aiuterò il mio prossimo quando sarò. lo sono”. Dopodiché, conti ancora. Ma consciamente, non automaticamente. Lo faccia durante tutto il tempo libero che ha. La prima volta le sembrerà assurdo. Ma quando lo avrà fatto per due o tre settimane, mi ringrazierà con tutto il cuore. Ha capito?

Pom.: Molto bene.

Gurdjieff: Non le do nient’altro. Conosco mille altre cose, ma ora le do solo questa semplice cosa. [Agli altri] E questo lo salverà. La sua intera vita cambierà e fino all’ora della sua morte mi ringrazierà, non mi dimenticherà mai. Faccia quello che le ho detto, e questo è tutto.


[..]
Jac: Monsieur Gurdjieff, poco fa sono stato molto colpito dalla domanda di Pom e dalla sua risposta. Nella mia vita, che di solito è molto attiva e molto triviale, osservo quanto poco spazio ci sia per il lavoro. Fin troppo spesso mi sento perso. Il che è normale. Ma quel che è meno normale è che sono attaccato, identificato con questo trambusto, questa trivialità che si addice così esattamente a me, al me ordinario, l’individuo che è più forte in me. E le chiedo se non dovrei forse applicare al mio caso il suggerimento che ha dato a Pom, perché credo che contenga qualcosa di chiaro e semplice che mi tirerà fuori dalla gabbia per scoiattoli in cui giro tutto il tempo.

Gurdjieff: Non la aiuterebbe per nulla. È difficile contare a quel modo: uno, due, tre, fino a cinquanta. Le darò qualcosa di ancora più semplice. Ha una famiglia. Un padre? Una madre? Un fratello?

Jac: E una sorella.

Gurdjieff: Anche una sorella: cinque persone. A partire da domani mattina, prenda questo come compito: ogni dieci minuti, poco meno o poco più, circa dieci minuti — è lo stesso per me se sono otto o dodici — ricordi suo padre, dieci minuti dopo sua madre, eccetera. Se ne ricordi e li rappresenti a sé stesso. E quando ha finito con tutti e quattro, dieci minuti dopo, “Io sono”, “Io desidero essere”, con il sentire tutta la sua presenza. E dieci minuti dopo ricominci: suo padre, sua madre, eccetera. E in tal modo dovrebbe trascorrere il suo tempo. È più semplice così. Capisce? Ad ogni modo, deve avere una idea fissa. Ogni volta che pensa a sua madre, pensi che lei è qui, con orecchini d’argento alle sue orecchie, di poco valore; e dia la sua parola a sé stesso che quando sarà cresciuto e guadagnerà dei soldi si darà il compito di comprare per lei orecchini d’oro. [A Madame Et.] Il dieci per cento per me. [A far] Mi ha capito?


G.I.Gurdjieff - Incontri con Gurdjieff - 1941-1943, pp 140-141, 147-148

Consapevolezza è sforzo - Gurdjieff

Luc: Ho notato che posso separarmi da me stesso con molta forza quando faccio uno sforzo molto breve. Ma lo sforzo è perso e scompare quando tento di trattenerlo.

Gurdjieff: Non è necessario farlo con forza. Potrebbe sviluppare un’idea fissa rispetto all’esercizio. Non è mai necessario forzarsi: è necessario farlo per gradi.

Luc: Mi sono espresso davvero male. Non sono gli sforzi che faccio per avere successo a essere forzi, è nell’impressione che ricevo la forza, fintantoché lo sforzo è breve.

Gurdjieff: È nello sforzo. Tutto ciò che lei fa senza usare l’automatismo è uno sforzo. Quando si fa tutto meccanicamente, agire con un po’ più di consapevolezza sarà uno sforzo. Ma lei non deve fare niente con foga.


G.I.Gurdjieff - Incontri con Gurdjieff - 1941-1943, p 126

mercoledì 1 novembre 2017

Demoni e Meccanismi - Esoterismo: dall'informatica al cinema

In gergo informatico, in particolar modo in ambiente Unix (Gnu/Linux, Mac e Android), si utilizza il termine demoni per quei processi che si avviano in automatico e in background, all'avvio del sistema operativo, senza supervisione da parte dell'utente. Ognuno di essi esegue un compito ben preciso, utilizza dei servizi, dei dati e produce a sua volta dati per altri processi. Tutto in un ordine prestabilito e programmato.
(Mascot del sistema operativo unix-like BSD)
È singolare come gli sviluppatori del MIT negli anni sessanta abbiano scelto proprio questa parola, demone, per indicare tutta una serie di processi che dovevano essere eseguiti con ordine prima che il controllo del computer passasse ad un operatore. Tale termine veniva utilizzato anche nella mitologia greca ad indicare un essere soprannaturale che opera aldilà del bene e del male e che fa da intermediario tra un piano o una dimensione superiore, divina, ad un altro inferiore, terreno.

Anche l'essere umano è costituito di processi automatici di diversa natura che il più delle volte fanno sì che la vita sia un meccanismo privo di consapevolezza. La maggior parte delle azioni e delle scelte che si compiono sono atti meccanici privi di una vera presa di coscienza. Se ad esempio la mattina appena svegli beviamo il nostro caffè è perché così facciamo ormai da anni, è diventata una consuetudine. Anche il nostro porci verso gli altri è diventata un'abitudine, l'essere simpatici o antipatici, il parlare troppo o troppo poco, l'essere timidi o estroversi, provare odio o compassione, sentirsi superiori o inferiori davanti agli altri, immaginare o pensare in modo passivo. Automatismi, meccanismi che fanno vivere come se ci fosse un pilota automatico quasi sempre attivo, in altre parole come dei robot.
Tali meccanismi sono comunque funzionali per la sopravvivenza, basti pensare all'adrenalina che si scatena quando ci si trova davanti ad un pericolo imminente e la conseguente strategia di lotta o fuga. I medesimi meccanismi diventano deleteri quando sovrastano l'intero corso della vita riducendo la stessa ad azioni principalmente meccaniche e inconsapevoli.

https://www.fantasylit.com/wp-content/uploads/2014/01/marypoppins.jpgNegli insegnamenti orientali (12) si adopera l'analogia dell'essere umano come di una casa avente diverse stanze e con dei servitori. Casa che nella maggior parte dei casi è priva di un Padrone, ed i diversi servitori a turno assumono un ruolo che non gli compete. In un vero percorso spirituale si cerca di ordinare un po' le cose all'interno della casa, creando un capo momentaneo, un maggiordomo, per sistemare la situazione, in modo da preparare, in futuro, la casa al Padrone.
Questa particolare metafora dell'uomo come di una casa è stata anche romanzata nei famosi libri che ha come protagonista una stramba baby-sitter, Mary Poppins, di Pamela Travers. Romanzi che sono poi stati portati al grande pubblico tramite i celebri film della Disney.

I servitori sono i piccoli "io", sono momentanei e mutevoli, come foglie secche che si spostano con il vento. Si attuano e vivono per reazioni e sono accidentali.  Ognuno di essi è desideroso di far valere la propria volontà e spesso sono in contraddizione tra di loro. Per fortuna ci sono altri meccanismi (ammortizzatori) che fanno sì che non ci accorgiamo dell'alternanza tra i diversi "io", che smussano le loro contraddizioni, e ci sembra di essere un unico "io", che costituisce in fin dei conti l'ego.
Il Padrone, invece, è la coscienza, il "", che agisce e si muove come una stella fissa, è il Centro.

I servitori usano e sfruttano i meccanismi, sono i demoni che si "impossessano" in modo più o meno evidente della nostra quotidianità. Provare rabbia o odio per una determinata persona o situazione è un demone, un meccanismo, che si è creato da noi o da altri, in una certa circostanza, dentro di noi.

Le emozioni in Inside Out
Recentemente sempre la Disney ha realizzato un singolare film, Inside Out, in cui possiamo vedere come la mente sia in qualche modo "gestita" da diverse emozioni: rabbia, tristezza, gioia, disgusto e paura. Riprendendo il significato del film della famosa domestica è come se cercassero di diffondere un messaggio che potrebbe essere racchiuso nella celebre frase di Walt Whitman:

Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini...
Sotto questa prospettiva la cosiddetta possessione diabolica nella tradizione cattolica assume un significato particolare e simbolico molto più profondo. In cui concetti di una tradizione più antica e vasta si sono approssimati e sincretizzati in modo troppo semplicistico e riduttivo. Dove si è persa la vera ricerca e non si pongono più quelle domande che potrebbero portare ad una reale ricchezza interiore.
Che siano demoni alter-mundi o meccanismi intra-mundi quello che è auspicabile fare è di ricercare sempre e comunque lo straordinario e misterioso che ci circonda e che si trova anche dentro di noi. Studio vero della natura che può portare alla creazione di un qualcosa di naturale e meraviglioso.
Linus Torvalds foto
Linus Torvalds
Ritornando all'informatica da cui è partita questa piccola analisi, cito le parole del creatore del kernel Linux, Linus Torvalds:
Sono convinto che l'informatica abbia molto in comune con la fisica. Entrambe si occupano di come funziona il mondo a un livello abbastanza fondamentale. La differenza, naturalmente, è che mentre in fisica devi capire come è fatto il mondo, in informatica sei tu a crearlo. Dentro i confini del computer, sei tu il creatore. Controlli – almeno potenzialmente – tutto ciò che vi succede. Se sei abbastanza bravo, puoi essere un dio. Su piccola scala