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lunedì 8 gennaio 2018

Andare per non arrivare - Tiziano Terzani

A un semaforo, aspettando il verde, mi colpì la scena al mezzanino dell'edificio che avevo dinanzi: decine di uomini e donne nel riquadro di grandi finestre correvano, correvano, restando però lì dov'erano, sudati e paonazzi, rivolti verso la strada. Non era la prima volta che vedevo una palestra, ma l'immagine di tutti quei giovani che, finito l'orario d'ufficio, erano corsi a smaltire frustrazioni e grasso mi pareva riassumere tutto il senso di quella civiltà: correre per correre, andare per non arrivare da nessuna parte.


Un altro giro di giostra, p 147 - Tiziano Terzani

 

 

L'arte ci cura - Tiziano Terzani

Per questo l'arte, quella vera, quella che viene dall'anima, è così importante nella nostra vita. L'arte ci consola, ci solleva, l'arte ci orienta.
L'arte ci cura. Noi non siamo solo quel che mangiamo e l'aria che respiriamo.
Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato.


Un altro giro di giostra, p 138 - Tiziano Terzani

 

 

mercoledì 27 dicembre 2017

Mao e la Cina - Tiziano Terzani

Strano destino, quello di Mao! Aveva voluto dare vita a una nuova Cina, rifondando la sua civiltà, imponendole nuovi valori e aveva finito per distruggere quel poco che ancora restava della vecchia. È stato Mao a voler togliere ai cinesi quell’ultima coscienza di essere diversi grazie alla loro civiltà per mettere loro in testa che erano diversi perché erano rivoluzionari. È bastato dimostrare che quella rivoluzione era un fallimento perché la tragedia arrivasse al suo epilogo, perché i cinesi andassero alla deriva e fossero presi dalla corrente dei tempi: quella di diventare come tutti. Poveri cinesi!
Il destino di questa straordinaria civiltà che aveva, davvero per millenni, preso un‘altra via, che aveva affrontato la vita, la morte, la natura, gli dei in maniera diversa dagli altri, mi rattristava! Quella cinese era una civiltà che aveva inventato un suo modo di scrivere, di mangiare, di fare l’amore, di pettinarsi; una civiltà che per secoli ha curato diversamente i suoi malati, ha guardato diversamente il cielo, le montagne, i fiumi; che ha avuto una diversa idea di come costruire le case, di fare i templi, un’altra concezione dell’anatomia, un diverso concetto di anima, di forza, di vento, d’acqua; una civiltà che ha scoperto la polvere da sparo e l’ha solo usata per fare fuochi d’artificio invece che proiettili per i cannoni. Quella civiltà oggi cerca solo di essere moderna come l’Occidente; vuole diventare come quell’isolotto ad aria condizionata che è Singapore; produce giovani che sognano solo di vestirsi come rappresentanti di commercio, di fare la coda davanti ai fast food di Macdonald, di avere un orologio al quarzo, un televisore a colori e un telefonino portatile.
Non è triste? Non dico per i cinesi. Ma per l‘umanità in genere, che perde molto nel perdere le sue diversità e nel diventare tutta uguale. Mao aveva capito che, per salvare la Cina, bisognava proteggerla contro l’influenza occidentale e farle cercare una soluzione cinese al problema della modernità e dello sviluppo. Nel porsi il problema Mao era stato grande. Grande era stato anche nello sbagliarsi sul come risolverlo. Ma sempre grande, Mao: grande poeta, grande stratega, grande intellettuale e grande assassino. Ma grande come la Cina. Così come ora è grande la sua tragedia.
Se qualcuno, fra qualche secolo, riuscirà a guardare indietro alla storia dell‘umanità, la fine della civiltà cinese gli dovrà apparire come una grande perdita, perché con quella è finita una grande alternativa la cui esistenza forse garantiva l’armonia del mondo.
Non è un caso che siano stati i cinesi a scoprire che l‘essenza di tutto è l’equilibro fra gli opposti, fra lo yin e lo yang, fra il sole e la luna, la luce e l’ombra, il maschio e la femmina, l’acqua e il fuoco. È nell’armonia fra le diversità che il mondo si regge, si riproduce, sta in tensione, vive. Per questo c’è una qualche ragione di rimpiangere il comunismo, non in quanto tale, ma in quanto alternativa, contrapposizione. Senza più quello, s’è creato oggi nel mondo uno squilibrio e la stessa parte che crede di aver vinto soffre ora di quella mancanza di tensione che dopotutto stimolava la sua creatività.


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 391-392

domenica 12 novembre 2017

L'Asia e la modernizzazione - Tiziano Terzani

Che brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d‘infanzia, a una Disneyland senza confini. Presto anche nella vecchia, remota capitale reale del Laos sbarcheranno a migliaia questi nuovi invasori, soldati dell’impero dei consumi e, con le loro macchine fotografiche, le loro implacabili videocamere, gratteranno via quell’ultima naturale magia che lì è ancora dovunque.
Perché in Asia, quando un vecchio si vede puntare addosso una macchina fotografica, si volta, resiste, cerca di nascondersi, si copre la faccia? Lo fa perché pensa che quella macchina gli porti via qualcosa di suo, qualcosa di prezioso che non può ritrovare. E non ha forse ragione? Non è anche nell’usura di decine di migliaia di foto, scattate da turisti distratti, che le nostre chiese hanno perso la loro sacralità, che nostri monumenti hanno perso la loro patina di grandezza?
Il Tibet, per proteggere la propria spiritualità, ha impedito per secoli a chiunque di varcare i suoi confini ed è così che ha mantenuto la sua specialissima aura. Lì, a rompere l‘incanto è stata l’invasione cinese: anche quella avvenuta, ovviamente, in nome dello sviluppo. Una delle notizie più sconcertanti che ho letto di recente è che i cinesi, per facilitare - e che altro? - l’accesso dei turisti, hanno deciso di «modernizzare» l’illuminazione del Potala, il palazzo-tempio del Dalai Lama, e ci hanno introdotto il neon. Non l’hanno certo fatto a caso: il neon uccide tutto, anche gli dei. E con loro muore sempre di più anche l’identità dei tibetani.


[..] Il Mekong era piatto e senza drammi, l‘acqua densa, con la superficie a volte mossa da grandi bolle di fango. Si scivolava via lenti fra le due sponde che erano l’essenza di quella contraddizione che dentro di me avrei tanto voluto risolvere: a sinistra la sponda laotiana con i villaggi di capanne all’ombra delle palme di cocco, le barche a remi ormeggiate al fondo di semplici scale di bambù e, la sera, i bagliori teneri delle lucine a olio nel silenzio; a destra, la sponda thailandese: luci al neon, la musica degli altoparlanti e il rombare lontano dei motori. Da una parte il passato da cui tutti vogliono strappare i laotiani, dall’altra il futuro verso cui tutti credono di dover correre. Su quale sponda la felicità?


[..] Per ogni disastro che avviene c‘è una immediata, ovvia spiegazione razionale: il gas scoppia perché non viene trasportato rispettando le regole di sicurezza; le fabbriche sono trappole di fuoco perché, invece di spendere soldi nei dovuti sistemi antincendio, i padroni preferiscono pagare una bustarella ai funzionari che dovrebbero controllare l’applicazione delle leggi. Eppure la spiegazione dei pii è in fondo in fondo la più vera, la più giusta, perché coglie l’essenza di quel che sta succedendo non soltanto a Bangkok, ma in tantissime altre parti del mondo: la natura si vendica sugli uomini che non la rispettano e che per pura ingordigia distruggono ogni tipo di armonia.


[..] Siccome nessuno dei conoscenti thailandesi era capace di indicarmi un indovino, mi tornò in mente il mio amico Sulak Sivaraksa, il solo filosofo vivente della Thailandia, già due volte candidato al premio Nobel per la pace. Sulak, un convinto buddhista, è l‘unico a criticare a fondo il modo con cui il paese sta sviluppandosi e non perde occasione per attaccare chi, secondo lui, ha abbandonato la giusta via: quella della tradizione.


[..] Anche la Birmania si è arresa dunque al comune destino! Per trent‘anni ha cercato di resistere isolandosi, andando per una sua via, ma non ce l’ha fatta. Nessuno sembra farcela. Dalla Cina di Mao all’India di Gandhi e alla Cambogia di Pol Pot, tutti gli esperimenti di autarchia, di sviluppo non capitalista, con caratteristiche nazionali, sono falliti. I più, per giunta, facendo milioni di vittime.


[..] In apparenza tutto va bene, oggigiorno in Asia. Le guerre sono finite, la pace, anche quella ideologica, regna, con pochissime eccezioni, sull’intero continente e ovunque non si fa che parlare di crescita economica. Eppure proprio ora questo antico, grande mondo di diversità sta per soccombere. Il cavallo di Troia è la «modernizzazione».
Invece di continuare sulla propria strada e cercare soluzioni asiatiche ai suoi problemi, l‘Asia importa adesso, senza alcuna discriminazione, le formule del successo altrui e quindi rinuncia progressivamente alla propria diversità. Il rapido sviluppo strangola la sua cultura, mentre la pressione del nuovo materialismo spezza i legami tradizionali, distrugge i vecchi schemi di valori e toglie la fiducia in tutto ciò che non è riconducibile al denaro. Modernizzazione vuol dire occidentalizzazione e con questo l’Asia perde definitivamente la coscienza di sé.
C’è per me qualcosa di tragico in questo continente che, così gioiosamente, uccide se stesso. Ma nessuno ne parla, nessuno protesta, tanto meno gli asiatici. In passato, quando l‘Europa batteva alle porte dell’Asia con le bordate delle sue cannoniere e chiedeva di aprire porti, di commerciare, di ottenere concessioni e colonie, quando le sue soldataglie saccheggiavano e davano alle fiamme un monumento come il Palazzo d’Estate a Pechino con uno spregio che ai cinesi brucia ancora sulla pelle, gli asiatici avevano, ognuno a suo modo, resistito.


[..] Uno dopo l‘altro, i vari paesi dell’Asia hanno finito per liberarsi del giogo coloniale e per mettere l’Occidente alla porta. Ma ora? L’Occidente rientra dalla finestra e conquista finalmente l’Asia non più impossessandosi dei suoi territori, bensì della sua anima. Lo fa ormai senza un piano, senza una precisa volontà politica, ma grazie a un processo di avvelenamento contro cui nessuno ha trovato per ora un antidoto: l’idea di modernità. Abbiamo convinto gli asiatici che solo a essere moderni si sopravvive e che l’unico modo di esser moderni è il nostro: il modo occidentale. Ci sono alternative? Nessuna. Tutti i tentativi di percorrere altre vie sono finiti male!
 Proiettandosi come unico vero rappresentante del progresso umano, l‘Occidente è riuscito a dare, a chi non è «moderno» a sua immagine, un grande complesso di inferiorità - neppure il cristianesimo era riuscito a tanto! - e l’Asia sta ora buttando a mare tutto quel che era suo per acquisire tutto quel che è occidentale, sia nel modello originale, sia nelle imitazioni locali, da quella giapponese a quella thai, a quella di Singapore.
Copiare quel che è «nuovo», quel che è «moderno», è diventato un‘ossessione, una febbre per la quale non esiste cura. A Pechino si buttano giù le ultime case su cortile; nei villaggi dell’Asia del Sud-Est, in Indonesia come nel Laos, al primo segno di benessere, i bei materiali locali vengono sostituiti con quelli sintetici e i tetti di paglia rimpiazzati con quelli di bandone: poco importa se poi le case diventano calde come forni e nella stagione delle piogge le stanze sembrano tamburi dentro i quali ci si assorda!
 Tutti ormai fanno così. Persino i cinesi! Anche loro, prima così fieri di essere eredi di una «cultura di 4000 anni» e perciò convinti di essere spiritualmente superiori a tutti, hanno ceduto e, significativamente, cominciano a sentirsi imbarazzati a mangiare ancora con le bacchette.
Adesso anche a loro pare di essere più presentabili con in mano coltello e forchetta; anche a loro pare di essere più eleganti se vestiti in giacca e cravatta. La cravatta! In origine un’invenzione dei mongoli per trascinare i prigionieri legati al pomo delle loro selle… appunto con una corda al collo.


[..] E allora! Sono felici, oggi, gli abitanti di Kengtung, riuniti in famiglia a parlare attorno ai piatti della cena, o lo saranno di più quando anche loro trascorreranno la serata, ebeti e ammutoliti, dinanzi a uno schermo televisivo? So bene che, a chiederglielo, loro stessi risponderebbero: meglio la televisione! Ed è proprio per questo che vorrei vedere almeno un posto come Kengtung retto da un re-filosofo, da un bonzo illuminato, da un qualche visionario che cercasse una via di mezzo fra l‘isolamento-stagnazione e l’apertura-distruzione e non certo dai generali che ora hanno in mano i destini della Birmania.


[..]  Che differenza - pensavo - fra il crescere così, educati nello spartano ordine di un tempio, sotto quei Buddha, maestri di tolleranza, sentendo il tintinnare di quelle campanelle, e il crescere invece in una città come Bangkok, dove i giovani vanno ormai a scuola con un fazzoletto sulla bocca per proteggersi dagli scarichi delle macchine e con i tappi dei walkman nelle orecchie per soffocare con la musica rock il frastuono del traffico! Che differenti uomini debbono creare queste due diverse condizioni! Quali i migliori?


[..]  Sarei andato volentieri a vivere in India quando i cinesi, nel 1984, prendendo per me una decisione che io non sarei mai riuscito a prendere - e con ciò facendomi un enorme favore -, mi arrestarono e mi espulsero dal loro paese. Ma a quel tempo non ci riuscii e passarono così altri anni. Non inutilmente. Nel frattempo ho vissuto cinque anni in Giappone, altri tre in Thailandia e alla vecchia ragione per voler andare in India se n‘è aggiunta ora una nuova e molto più importante: voglio vedere se l’India, con la sua spiritualità e la sua follia, è capace di resistere alla scoraggiante ondata di materialismo che sta spazzando il mondo; voglio vedere se l’India è capace di fare quadrato, di restare diversa; voglio vedere se in India rimane vivo il seme di un’umanità che ha altre aspirazioni oltre quella di correre, ingorda, verso la modernità dell’Occidente.
Vivendo a Bangkok ho avuto sotto gli occhi l‘esempio più lampante di uno sviluppo impazzito, delle orribili conseguenze di quella logica modernista che nessuno sa fermare e che è alla base dell’abbrutimento e della perdita di identità dell’Asia. Guardandomi attorno mi son detto più volte che non c‘è più una cultura in grado di resistere, di esprimersi con rinnovata creatività. La cultura cinese, umiliata dal confronto con l’Occidente, è moribonda almeno da un secolo e Mao, non a caso cercando di fondare una «Nuova Cina», ha finito per ammazzare quel poco della vecchia che restava. Senza più niente cui rifarsi, i cinesi ora non sognano che di diventare americani, con gli studenti che marciano sul Tien An Men dietro una statua, copia di quella della Libertà di New York, e i vecchi dirigenti marxisti-leninisti che fanno dimenticare i loro delitti e il loro voler restare attaccati al potere permettendo a tutti di correre dietro a sogni e illusioni di benessere occidentale.




Tiziano Terzani - Un indovino mi disse





I tanti riti attorno la morte - Tiziano Terzani

 La necessità di essere pratici impedisce di venir travolti da quel che si prova. Per questo i tanti riti attorno alla morte. Il dolore di aver perso una persona cara sarebbe insopportabile se uno non avesse da pensare al funerale, a come vestirsi, a quale musica far suonare. Ogni popolo ha elaborato le sue forme di distrazione. I cinesi, praticissimi e materialistici, sono arrivati a togliere al dolore il massimo di sentimentalità: i loro funerali finiscono sempre in grandi banchetti!


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, p 137

 

 

Il commercio era cosa di poco rispetto - Tiziano Terzani

Mangiai una zuppa a un banchetto davanti alla stazione e feci due passi. Yala è una cittadina come tante, senza alcun carattere particolare, con una strada principale fatta di due file di case-botteghe tutte uguali. Ogni casa è una famiglia: al pianterreno si vende, al primo piano si vive. I proprietari sono tutti cinesi. I miei soliti, duri, pratici, disgraziati cinesi, venuti qui senza nulla e ora piccoli padroni. Vite spese a riscattarsi, a perseguire una meta che tutto sommato la loro cultura disprezzava! La Cina da cui questi emigranti venivano era confuciana e praticare il commercio era cosa di poco rispetto. Nella gerarchia sociale i mercanti stavano all’ultimo posto, subito dopo i soldati e ben dopo i contadini e gli artigiani.


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 120-121

 

 

I soldi sono l'unica grande ossessione - Tiziano Terzani

Mi resi conto che anche questo bonzo in verità non aveva parlato d‘altro. Tutti uguali, questi veggenti, monaci o no! Tutti presi solo a cercare risposte sulla materialità della vita, come fossero intonati sui loro clienti per i quali i soldi sono l’unica grande ossessione, l’unico scopo dell’esistenza.
Rientrammo in macchina a Bangkok, attraverso la solita città cinese con le sue migliaia di botteghe, una accanto all’altra; ciascuna con dietro il banco o dietro la cassa un cinese che alla sorte chiede solo di essere ricco. Mi rendevo conto che fino a quel momento nessuno degli indovini che avevo visto aveva mai usato la parola felicità, come se questa fosse inesistente, o irrilevante. O forse irraggiungibile? Strano che importi così poco a tanta gente!


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, p 113

 

 

Ma è sempre così terra terra, così semplice semplice, il Dalai Lama? - Tiziano Terzani

Nelle poche ore in cui era rimasto in città, il Dalai Lama era venuto al Club dei Corrispondenti stranieri e lì, davanti alla più fitta folla di giornalisti mai riunitisi in quella sala al ventunesimo piano dell‘Hotel Dusit Thani, aveva lanciato il suo appello per la liberazione di Aung San Suu Kyi, l’eroina del movimento per la democrazia, sempre prigioniera dei militari birmani (questo era lo scopo della visita) e aveva parlato di bontà, d’amore, di cuore puro e di pace.
Io, di quel discorso, ero rimasto molto deluso e non mi consolò il fatto che alla fine, con quel suo fare bonario e sorridente, il Dalai Lama, sceso dal podio, mi si fermò davanti, come mi riconoscesse, giunse le mani davanti al petto e, quando allo stesso modo contraccambiai il saluto, mi prese forte i polsi, me li scosse, mi fece dei calorosissimi auguri e mi dette una qualche benedizione.
«Ma è sempre così terra terra, così semplice semplice, il Dalai Lama? Ha parlato come un parroco di campagna!» dissi per provocazione a uno dei monaci che gli si affrettavano dietro. Era vestito, come gli altri, con una bella tonaca viola, dai risvolti gialli e rossi, ma la faccia era quella di un occidentale, pallida, con piccoli occhiali da miope. L’avevo notato tutto il tempo perché, con un sorriso felice, come se ogni parola del Dalai Lama fosse la più giusta, la più bella che avesse mai sentito, stava impalato a bere dalle sue labbra.
«La grandezza può anche manifestarsi nella semplicità. Questa è la grandezza del Dalai Lama», disse il monaco con il suo immutato, felice sorriso. Il suo inglese era perfetto, ma dall’accento capii che non era anglosassone.
«No. No. Sono italiano», disse.
«Italiano? Anch’io!»
 Ovviamente quello non fu un caso: Stefano Brunori, cinquant‘anni, fiorentino, ex giornalista, da vent’anni monaco tibetano con il nome di Gelong Karma Chang Choub, me l’ero andato a cercare! Troppe coincidenze per essere frutto del caso! Chang Choub vive di solito in un monastero di Katmandu, ma i suoi «maestri» (già questa definizione mi appassionava: deve essere bello avere dei «maestri»; io da tempo non ne ho più avuti… O forse bisogna accontentarsi, per averne?) gli avevano permesso di venire in Thailandia per curarsi di una gastrite presa a causa di quella durissima dieta da monaco, fatta di sola verdura, il tutto mangiato, in fretta e senza piacere, prima di mezzogiorno. Accanto a casa nostra c’era un ottimo ospedale in cui avrebbe potuto farsi tutte le analisi necessarie e così Chang Choub si stabilì a Turtle House.

[..] A Katmandu gli era «successo qualcosa, dentro», come diceva; si era separato dalla moglie, era entrato da novizio in un monastero della setta tibetana e, dopo qualche tempo, aveva preso i voti. Il Dalai Lama stesso lo aveva ordinato monaco.

[..] Anche dell‘aspetto religioso della sua scelta parlava con distacco. «Buddha stesso ha detto di mettere tutto in discussione, di mettere in discussione i maestri e il Buddha stesso», ripeteva, come se volesse giustificare un’incertezza di fondo che, pur dopo tanti anni, gli era rimasta. Quel che a me suonava strano era il suo modo di parlare dei «maestri». Di uno con cui aveva studiato diceva: «Capisci, quello è avanzatissimo; è uno che ha alle spalle più di duecento anni di meditazione». Di un altro, che voleva incontrare, precisava: «Ha solo nove anni, ma nell’ultima vita è stato grandissimo e questa potrebbe essere la sua ultima reincarnazione».
A proposito di questo continuo rinascere dei grandi «maestri», o di quelli «molto avanzati» come li definiva lui, Chang Choub diceva che la stragrande maggioranza dei reincarnati nasce nelle famiglie di gente semplice, perlopiù contadini, perché questo facilita il loro sviluppo, perché così, da bambini, crescendo nei campi e vicini alle montagne, fanno le loro prime esperienze nella purezza della natura.

[..] La crisi di Stefano Brunori vent‘anni prima era ovvia. È quella che, in una forma o un’altra, prima o poi prende tutti. Basta cominciare a porsi delle domande per scoprire che alcune, specie le più semplici, non hanno risposte chiare. Bisogna andarsele a cercare. Ma dove? Lui aveva preso la direzione meno ovvia, una direzione difficile. Era stato attratto forse dall’esotico, dal diverso. Quelle parole straniere, nuove alle sue orecchie, gli dicevano molto più di quelle conosciute e vecchie della sua lingua. Il satori sembra davvero promettere di più che la «grazia».
Eppure, se quel fiorentino in crisi si fosse messo «in cammino» all’interno della sua cultura, si fosse fatto francescano o gesuita, si fosse ritirato a Camaldoli o La Verna, invece che in un monastero del Nepal, forse avrebbe trovato una strada più familiare, più adatta, meno solitaria. E almeno si sarebbe risparmiato quei terribili corni al mattino!


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 98-102

 

 

Magia nera a Bangkok - Tiziano Terzani

La crisi si risolse con l‘intervento del re: Suchinda si dimise, ma prima di farlo dichiarò un’amnistia generale che mise lui e gli altri responsabili del massacro al sicuro da ogni possibile azione legale. I dimostranti - disse Suchinda - erano morti non per colpa sua, ma perché era il loro karma di morire. i più si dettero pace. Solo un gruppo di irriducibili democratici trovò inaccettabile che nessuno venisse punito per la morte di tante persone e ricorse alla magia nera per farsi giustizia.
Una domenica mattina, sulla grande piazza di Sanam Luang, davanti al Palazzo Reale, si svolse una strana cerimonia. In una vecchia bara vennero messi i nomi e le foto di Suchinda e degli altri due generali della giunta, poi alcune vedove bruciarono peperoni e sale in ciotole da elemosina rotte. Bara, vedove e cocci rotti sono simboli di grande sciagura e l’intera cerimonia, celebrata secondo le vecchie formule, era intesa a mettere il malocchio addosso ai tre e a distruggerli.
I generali, dal canto loro, presero la faccenda molto seriamente: Suchinda andò da un famoso bonzo a farsi cambiare nome, così che il malocchio cadesse su quello che lui non portava più; un altro generale, su consiglio di un famoso monaco, cambiò la montatura degli occhiali, si tagliò i baffi e mangiò una foglia d’oro, così che il suo parlare diventasse più popolare; il terzo andò da un chirurgo a farsi togliere delle rughe che gli portavano male, poi, per maggior sicurezza, prese la sua amante e andò a Parigi a gestire un ristorante.
Nessun libro di storia, specie quelli che saranno scritti da occidentali, racconterà gli avvenimenti del colpo di Stato e del massacro di Bangkok così, ma è così che la maggior parte dei thailandesi li ha vissuti.
Alcuni stranieri che vivono a lungo in Thailandia finiscono per cadere vittime di questa atmosfera di magia e mistero e hanno difficoltà a sottrarsene.
Una notte ricevetti una stranissima telefonata da un inglese che chiamava da Londra: diceva di essere appena riuscito a scappare dall’isola di Pukhet, dove aveva scoperto la verità sulle ragazze trovate decapitate.
«Sì? E qual è la verità?» chiesi.
«Mettono le teste mozze sotto i piloni del nuovo ponte per rafforzarne la struttura», rispose.
La mattina dopo telefonai a una persona di fiducia che abitava da anni a Pukhet. Sì, era vero: c’erano stati dei casi di ragazze trovate senza testa e anche lui aveva sentito la storia del ponte, ma era molto più verosimile che le ragazze fossero prostitute, vittime di qualche racket che le ammazzava e buttava via le teste perché non fossero riconosciute!


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 96-97

 

 

Responsabili della propria faccia - Tiziano Terzani

Nelle orecchie i cinesi leggevano il carattere di una persona, nella fronte vedevano la sorte fino ai trentadue anni, negli occhi quella fino ai quaranta. Nelle sopracciglia vedevano i segni della vita emotiva, nel naso il destino dai quaranta ai cinquant’anni e nella bocca la buona o cattiva fortuna nel periodo conclusivo della vita. Nella piega delle labbra, che appunto cambia con il tempo, i cinesi leggevano quel che un uomo aveva voluto essere e quel che era diventato. Non così assurdo, mi pareva. Il corpo può davvero essere un ottimo indicatore. Non è forse vero che, dopo una certa età, si è responsabili della propria faccia? E le mani non dicono forse sul passato quel che la chirurgia plastica cerca di cancellare altrove?


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 86-87

 

 

Istintivo bisogno di imporsi dei limiti - Tiziano Terzani

La mattina Angela e Charles presero l‘aereo e in due ore erano a Bangkok. Io avevo dinanzi a me quattro ore di autobus fino a Chiang Mai e poi un’intera notte in treno. Scomodo. Complicato. Ma l’idea di tener duro con il mio proposito continuava a divertirmi. Mi venne in mente come da ragazzo, andando a scuola, camminavo sul marciapiede imponendomi di non mettere il piede là dove le pietre combaciavano. Se ci fossi riuscito sino in fondo, mi sarebbe andata bene un’interrogazione o avrei fatto un buon tema. L’ho visto fare poi ad altri bambini in altre parti del mondo. Forse in ogni uomo c’è un primordiale, istintivo bisogno, ogni tanto, di imporsi dei limiti, di scommettere con delle difficoltà, per poi sentire di essersi «meritato» qualcosa di desiderato.


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, p 80

 

 

La missione cattolica - Tiziano Terzani

La missione cattolica divenne presto il rifugio di tutti i disgraziati della regione. Gli storpi, i mentecatti, gli epilettici, le donne abbandonate dai mariti, i neonati con il labbro leporino, lasciati morire da una società che considera ogni menomazione fisica come il segno di una grave colpa nella vita precedente, per cui va espiata senza la misericordia altrui, trovavano qui da mangiare e un tetto. È lo stesso tipo di gente che ancor oggi coltiva l’orto, custodisce le stalle e lavora nelle cucine per dar da mangiare a 250 orfani.


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 77

 

 

Prima di questa vita - Tiziano Terzani

Perché a quindici anni scappai praticamente di casa per andare a lavare piatti in giro per l‘Europa? Perché arrivato in Asia mi ci sono sentito così tanto a casa che ci sono rimasto? Perché il caldo dei tropici non mi stanca e mi siedo a gambe incrociate senza difficoltà? Il fascino dell’esotico? La voglia di andar più lontano possibile da quel mondo di miseria dell’infanzia? Forse. O forse aveva ragione il cieco, se voleva dire che, non il mio corpo, nato certo dai miei genitori, ma qualcos’altro in me veniva da un’altra fonte, con un bagaglio di vecchi desideri e la nostalgia di altre latitudini conosciute prima: prima di questa vita.


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 57-58

 

 

Ignoranza e Karma - Tiziano Terzani

Questa era una delle famose caverne in cui la gente viveva durante la guerra. Qui, nelle viscere di sasso della montagna, le bombe dei B-52 non erano potute arrivare. Ma nel 1968 un T-28, un piccolo aereo delle forze governative filoamericane, era entrato nella valle, s‘era avvicinato alla montagna, aveva visto la caverna e l’aveva centrata con un razzo al fosforo. L’esplosione fra le pareti di pietra fu tremenda. Morirono più di 400 persone. Nessuno si salvò.
Dopo una trentina di metri la caverna scende, diventa buia, e soltanto al lume della mia pila tascabile riesco a proseguire. Presto mi accorgo di camminare su delle ossa; alcune piccole, come fossero di bambini. Alla fine sono solo e nell’assoluto silenzio immagino di sentire, attutite come da un velo, le urla di tanti anni prima. Nel buio ripenso alla diversa prospettiva di quel momento: il pilota, teso ed eccitato, che arriva fin qui, spara, si accorge di aver centrato e torna euforico alla base; e lo strazio dei morti, i lamenti dei feriti che si trascinano sino in fondo alla caverna per non uscirne più.
Certo: è perché so che mi commuovo, che «sento». Ma una tragedia così, o un altro grande dolore, non lascia comunque, in qualche modo, una traccia di sé nell’aria e nella terra? Che cosa volevano dire gli antichi riferendosi allo spiritus loci se non che qualcosa resta ad aleggiare in un posto dove è avvenuto qualcosa di eccezionale?
«Ci siete stati in quella caverna?» chiesi, mentre scendevo, a un gruppo di ragazzini che da un fusto di banano ritagliavano delle ruote per una loro immaginaria automobile. Tutti assieme indietreggiarono come atterriti. «No! Non ci si può andare. Fa paura. Ci sono i pii.» Gli spiriti, i fantasmi.
In Occidente quella sarebbe la Caverna dei Martiri, ogni anno ci sarebbero cerimonie di rimembranza. La storia della caverna sarebbe una di quelle che si insegnano a scuola. Per i laotiani non è così. Per loro la storia non ha questo senso e in quella buca non ci sono i resti dei loro familiari, ma solo dei fantasmi che hanno impregnato le mura di grida, di sofferenza, di orrore da cui debbono semplicemente stare lontani.
Nella loro visione del mondo il rapporto di causa ed effetto non è quello della nostra logica. Poco prima di me, nella regione della Piana delle Giare c’era stato per qualche settimana un gruppo di esperti americani in cerca dei MIA (Missing in Action), i piloti degli aerei abbattuti durante la guerra la cui morte non è mai stata accertata. Gli americani scavavano nella giungla, setacciavano la terra per recuperare anche solo la scheggia di un osso e passavano le sere a Phongsovane. I laotiani non avevano manifestato verso di loro la benché minima ostilità. Nessuno era andato anche solo a mostrar loro uno dei tanti bambini che nascono ancora oggi deformi a causa degli agenti chimici sganciati nella regione un quarto di secolo fa.
La moglie del fotografo di Phongsovane ne teneva in braccio uno di tre anni con una testa grossa e quadra e le mani tozze dalle dita tutte attaccate l‘una all’altra. «Karma», disse, attribuendo buddhisticamente l’orrore di quel figlio a una qualche sua colpa nella vita precedente.



Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 39-40

 

 

Come si può continuare a vivere normalmente? - Tiziano Terzani

Come tanti, anch‘io avevo sentito e letto di profezie avveratesi, di gente capace di fare cose incredibili, di volare, di levitare, di vedere nel passato o nel futuro, ma non ci avevo mai dato tanto peso. «Se una sola di queste cose fosse vera», mi dicevo, «come si può continuare a vivere normalmente? Se il destino è scritto nella nostra mano, se la storia dipende dalle stelle, come si può continuare a prendere il tram, andare in ufficio o pagare la bolletta della luce? Non ci sarebbe allora da smettere di fare la vita che si fa e da dedicarsi completamente allo studio di questi fenomeni?!» Ma siccome la gente va avanti e indietro come se niente fosse, i treni partono, la posta arriva, i giornali escono ogni giorno, vuol dire che quel mondo è una invenzione di alcuni - mi dicevo -, che è una deformazione della fantasia, un’espressione, come altre, del naturale bisogno dell’uomo di credere in qualcosa al di là delle apparenze. Non c’era bisogno di occuparsene.


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 21-22

 

 

Da maledizione a benedizione - Tiziano Terzani

Fu una splendida decisione e l‘anno 1993 è finito per essere uno dei più straordinari che io abbia passato: avrei dovuto morirci e son rinato. Quella che pareva una maledizione s’è dimostrata una vera benedizione.
Muovendomi fra l‘Asia e l’Europa in treno, in nave, in macchina, a volte anche a piedi, il ritmo delle mie giornate è completamente cambiato, le distanze hanno ripreso il loro valore e ho ritrovato nel viaggiare il vecchio gusto di scoperta e di avventura.
D’un tratto, senza più la possibilità di correre a un aeroporto, pagare con una carta di credito, schizzar via ed essere, in un baleno, letteralmente dovunque, sono stato costretto a riguardare al mondo come a un intreccio complicato di paesi divisi da bracci di mare che vanno attraversati, da fiumi che vanno superati, da frontiere per ognuna delle quali occorre un visto; e un visto speciale che dica «via terra», come se questa via, specie in Asia, fosse nel frattempo diventata così insolita da rendere automaticamente sospetto chiunque si ostini a usarla.
Spostarsi non è stato più questione di ore, ma di giorni, di settimane. Per non fare errori, prima di mettermi in viaggio, ho dovuto guardare bene le carte, rimettermi a studiare la geografia. Le montagne sono tornate a essere possibili ostacoli sul mio cammino e non più delle belle, irrilevanti rifiniture in un paesaggio visto da un oblò.
Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, m‘ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto m’ha fatto riscoprire un’umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l’esistenza: l’umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa.
Impormi di non volare è diventato un gioco pieno di sorprese. A far finta, per un po‘, d’esser ciechi si scopre che, per compensare la mancanza della vista, tutti gli altri sensi si affinano. Il rifiuto degli aerei ha un effetto simile: il treno, con i suoi agi di tempo e i suoi disagi di spazio, rimette addosso la disusata curiosità per i particolari, affina l’attenzione per quel che si ha attorno, per quel che scorre fuori del finestrino. Sugli aerei presto si impara a non guardare, a non ascoltare: la gente che si incontra è sempre la stessa; le conversazioni che si hanno sono scontate. In trent’anni di voli mi pare di non ricordarmi di nessuno. Sul treni, almeno quelli dell’Asia, no! L’umanità con cui si spartiscono i giorni, i pasti e la noia non la si incontrerebbe altrimenti e certi personaggi restano indimenticabili.


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 10-12

 

 

Una sola verità - Tiziano Terzani

Nei giorni del massacro sul Tien An Men, la C. N. N. trasmetteva in diretta dalla piazza nel centro di Pechino e molti colleghi preferivano stare nella loro camera d‘albergo davanti al televisore invece che andare a vedere di persona quel che succedeva a poche centinaia di metri. Era il modo più veloce di tenersi aggiornati, di seguire gli avvenimenti. Per giunta i loro direttori e capiredattori a migliaia di chilometri di distanza vedevano sui loro televisori le stesse immagini e quella diventava la verità; la sola. Inutile andare a cercarne un’altra.


Tiziano Terzani - Un indovino mi disse, pp 9-10

 

 

giovedì 28 settembre 2017

Il tempo è circolare - Tiziano Terzani

L'inizio è la mia fine e la fine è il mio inizio. Perché sono sempre più convinto che è un'illusione tipicamente occidentale che il tempo è diritto e che si va avanti, che c'è progresso. Non c'è. Il tempo non è direzionale, non va avanti, sempre avanti. Si ripete, gira intorno a sé. Il tempo è circolare. Lo vedi anche nei fatti, nella banalità dei fatti, nelle guerre che si ripetono.
Risultati immagini per tempo circolare

martedì 12 settembre 2017

Un Indovino mi Disse - Tiziano Terzani

Nella primavera del 1976, a Hong Kong, un vecchio indovino cinese avverte l'autore di questo libro: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell'anno non volare. Non volare mai».
Dopo tanti anni Terzani non dimentica la profezia (che a suo modo si avvera...), ma anzi la trasforma in un'occasione per guardare al mondo con occhi nuovi: decide infatti di non prendere aerei per un anno, senza tuttavia rinunciare al suo mestiere di corrispondente. Il 1993 diviene così un anno molto particolare di una vita già tanto straordinaria: spostandosi in treno, in nave, in auto, e talvolta anche a piedi, Terzani si trova così a osservare paesi e persone della sua amata Asia da una prospettiva nuova, e spesso ignorata.
Un libro fuori dall'ordinario, che è insieme romanzo d'avventura, autobiografia, narrazione di viaggio e grande reportage.




 

lunedì 19 giugno 2017

Tiziano Terzani - La scienza, il nuovo "oppio dei popoli"

Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in Occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull'altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l' "oppio dei popoli", con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos'è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare?
Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà. Qualcuno se ne sta certo occupando! La popolazione aumenta, esaurendo le risorse della Terra, l'acqua innanzitutto? Sicuramente la scienza risolverà anche questo problema. Milioni di esseri umani patiscono la fame in gran parte del mondo? Rimettiamoci alla modificazione genetica di certi semi che presto produrranno raccolti miracolosi e magari anche... nuovi tipi di cancro.
Viviamo come se questo fosse il solo dei mondi possibili, un mondo che promette sempre una qualche felicità. Una felicità a cui ci avvicineremo con un progresso fatto sostanzialmente di più istruzione (che istruzione!), più benessere, e ovviamente più scienza. Alla fine dei conti tutto sembra ridursi a un problema di organizzazione, di efficienza. Che illusione! Ma è così che ci siamo tarpati le ali della fantasia, che abbiamo messo il bavaglio al cuore, che abbiamo ridotto tutto il mondo al solo mondo dei sensi, con questo negandoci l'altra metà.
Per i saggi, specie quelli indiani, il mondo visibile non è mai stato l'intera realtà, ma solo una parte. E nemmeno la parte più importante, dal momento che è mutevole e sempre in balia del distruttivo scorrere del tempo.
Eppure, a volte basta poco per rendersi conto anche del resto. Tagore, il grande poeta bengalese, lo dice con una semplice similitudine. Una sera è a bordo di una casa galleggiante sul Gange e al lume di candela legge un saggio di Benedetto Croce. Il vento fa spegnere la fiamma e improvvisamente la stanza è invasa dalla luce della luna. E Tagore scrive:

La bellezza era tutta attorno a me,
Ma il lume dì una candela ci separava.
Quella piccola luce impediva
Alla bella, grande luce della luna di raggiungermi

La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Così come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C'è una strada già tracciata. Procediamo per quella.
Nell'ashram non era così. Si aveva il tempo di vivere con attenzione ogni momento. Ci si esercitava ad agire, non a reagire; a tenere all'erta la mente, a essere consapevoli di ogni gesto. Delle zanzare mi ronzavano attorno agli orecchi? Facile reagire distrattamente, sovrappensiero, con una manata. Mi costringevo invece a non ucciderle. E mi piaceva.
Sì, l'ashram era, per tanti versi, uno strano posto. Strano certo per me che, abituato da una vita a stare in mezzo alla gente e a scorrazzare per il mondo per raccontarne le storie e i mille problemi, improvvisamente mi ritrovavo lì, isolato da tutto, senza radio, senza televisione, senza giornali, con un unico problema su cui riflettere, ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana: «Io, chi sono?»