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lunedì 24 gennaio 2022

Ogni cosa può diventare un ingresso - Osho

Puoi entrare in meditazione da qualsiasi punto perché tutta la vita è in profonda meditazione. Le colline stanno meditando, le stelle stanno meditando, i fiori, gli alberi e gli elementi stanno meditando, la Terra stessa è in meditazione.
   Tutta la vita sta meditando, e puoi entrare in essa da qualsiasi punto: ogni cosa può diventare un ingresso. Ecco perché esistono tante tecniche e tante religioni; ecco perchè una religione non riesce a capirne un'altra: perché gli accessi sono diversi. E qualche volta ci sono religioni che non sono nemmeno conosciute con quel nome. Non riconoscerai come religiose certe persone, perché il loro punto di accesso è troppo diverso.

   Per esempio, un poeta: egli può entrare in meditazione senza andare da nessun insegnante, in nessun tempio, senza essere in alcun modo una cosiddetta persona religiosa. La sua poesia e la sua creatività possono diventare un accesso; egli può entrare per loro tramite. Oppure, un vasaio può entrare in meditazione semplicemente creando vasi di terracotta. L'arte stessa diventa un ingresso. Anche un arciere può entrare in meditazione tramite il tiro con l'arco, oppure un giardiniere; chiunque può entrare da qualsiasi punto. Qualunque cosa sei in grado di fare può diventare una soglia. Se la qualità della consapevolezza cambia mentre stai facendo qualcosa, diventa una tecnica. Per cui esistono tante tecniche quante ne puoi immaginare. Qualsiasi azione può diventare una soglia. La cosa fondamentale non è l'azione, la tecnica,la via, il metodo, ma la qualità di consapevolezza che porti nell'azione.

Osho, I segreti del tantra, p 168

mercoledì 7 luglio 2021

Il robot prima o poi tenterà di diventare il padrone - Osho

Prima domanda: “La repressione è diventata una reazione talmente automatica nei nostri corpi e nelle nostre menti, che non siamo nemmeno più in grado di riconoscerla o desiderosi di cambiarla. Come possiamo imparare a distinguere tra un’immagine falsa e una autentica di noi stessi?”.

 

Vanno capite molte cose. La prima: tutti i tuoi volti sono falsi; non hai nessun volto autentico. Per questo sorge la domanda su che cosa è falso e cosa è reale. Se tu possedessi il reale, sapresti di cosa si tratta e la domanda non sorgerebbe mai; invece hai solo volti falsi, irreali, per cui non hai alcun metro di paragone. La tua difficoltà è che non conosci il reale. Non lo hai mai visto, né lo puoi vedere con facilità. È necessario un grande sforzo per scoprirlo.

Nello Zen si dice che il reale è il volto originario, quello che avevi prima di nascere e che tornerai ad avere dopo la tua morte. Ciò che si vuol dire è che tutti i volti della vita, della cosiddetta vita, sono falsi. Come scoprire cos’è il volto originale? Dovrai tornare indietro, prima della tua nascita. Questo è l’unico modo per trovare il volto originale, perché nell’istante in cui sei nato hai iniziato a essere falso.

È accaduto perché il falso paga; quando il bambino nasce, comincia subito a essere un politico. Nell’istante in cui entra in rapporto con il mondo, i genitori e la famiglia è un politico. Adesso dovrà preoccuparsi dei suoi volti. Il suo sorriso sarà una forma di corruzione. Proverà a capire in quale modo dovrebbe comportarsi per farsi accettare di più, amare di più, per essere più apprezzato. Prima o poi il bambino comincerà a capire cosa è condannato dai genitori e dalla famiglia e comincerà a reprimerlo. A quel punto il falso avrà fatto il suo ingresso.

Tutti i tuoi volti sono falsi. Non provare a trovare il volto originale tra quelli che hai adesso: sono tutti falsi allo stesso modo. Li indossi perché sono utili, ma non sono autentici. E l’inganno più profondo è questo: ogni volta che ti accorgi di indossare maschere false, ne crei un’altra credendo che sia il tuo volto originale.

Ad esempio, una persona che vive una vita normale, nel mondo normale, in una famiglia facoltosa, capisce che tutta la sua vita è falsa e decide di abbandonarla. Diventa un sannyasin, un ricercatore del vero e lascia il mondo, pensando di aver trovato il volto originale. Ma la sua è sempre una maschera. È stata indossata come reazione alle altre maschere, e tramite una reazione non si può mai raggiungere il reale. Reagendo a una maschera, creerai un’altra maschera. Cosa si può fare allora?

Il reale non è qualcosa che si deve raggiungere. Il falso si raggiunge. Il reale non si realizza, non si coltiva, si scopre. Esiste già! Non devi sforzarti di conquistarlo, perché qualsiasi sforzo creerà solo un’altra maschera. La maschera richiede uno sforzo, il volto originale non richiede nulla. Esiste già. Se semplicemente smetti di aggrapparti alle maschere, ciò che è falso cadrà e resterà solo ciò che è reale. Quando non avrai più nulla da lasciar cadere e resterà solo ciò che non può essere lasciato cadere, saprai cosa è reale.

La meditazione è il modo per lasciar cadere le maschere, i volti falsi. Per questo si insiste tanto sull’essere senza pensieri — perché senza pensieri non è possibile creare una maschera. In uno stato di consapevolezza libera da pensieri, sarai autentico, perché fondamentalmente è il pensiero che crea le maschere. Quando non c’è il pensiero, non ci può essere un volto. Sei senza volto, o con il volto originale, il che è lo stesso.

Quindi sii consapevole dei tuoi pensieri. Non lottare contro di loro, non reprimerli. Sii semplicemente consapevole. I pensieri sono come nuvole nel cielo, che tu osservi senza alcun pregiudizio pro o contro. Se sei contro, stai lottando e quella lotta creerà nuovi pensieri. Se sei favorevole, ti dimenticherai di te stesso e verrai trasportato dalla corrente dei pensieri. Non sarai presente in quanto testimone cosciente. Se sei a favore, partecipi al processo di pensiero; se sei contro, per reazione, creerai un altro processo di pensiero.

Per cui non essere pro o contro. Lascia che i pensieri si muovano, lasciali andare per conto loro, ovunque stiano andando, sii in accettazione profonda, resta un semplice testimone. Sii un testimone di tutto ciò che scorre. Non giudicare; non dire che questo è buono e quello cattivo. Se arriva un pensiero sull’Essere Divino, non dire: “Che bello!”. Nell’istante in cui lo dici ti identifichi e sostieni quel processo di pensieri. Li aiuti, dai loro energia, li nutri. E se li nutri, non potrai mai abbandonarli.

Oppure, se affiora un pensiero sessuale, non dire: “Questo è peccato, non va bene”, perché dicendo “Questo è peccato”, hai creato un’altra serie di pensieri. Il sesso è pensiero, il peccato è pensiero, Dio è pensiero. Non essere pro o contro. Limitati a osservare con occhio libero da pregiudizi, resta indifferente: un testimone imparziale.

Ci vorrà tempo, perché la tua mente è troppo occupata dal sapere, per questo risulta molto difficile essere un testimone. Nell’istante in cui vediamo qualcosa, giudichiamo subito, senza nemmeno un istante di pausa. Quando vedi un fiore dici subito: “È bellissimo”. Per te vedere è interpretare.

Dovrai essere costantemente all’erta per liberarti di questa attitudine meccanica a giudicare. Vedi un volto e subito pensi: bello, brutto, cattivo e chissà cos’altro. Questi giudizi hanno messo radici tanto profonde, che non siamo più capaci di vedere e basta. La mente fa capolino immediatamente; la visione diventa interpretazione. È interpretazione! Non interpretare. Limitati a vedere.

Siediti in modo da stare comodo e rilassato oppure sdraiati: chiudi gli occhi e lascia che i pensieri scorrano. Se dici: “Male!”, condanni e cominci a reprimere; in questo caso, non lasci i pensieri liberi di andare dove vogliono. Per questo i sogni sono così necessari: tutto ciò che reprimi durante il giorno va espresso durante la notte. Ciò che è represso obbliga a un’espressione, ha bisogno di esprimersi. Per cui sognerai tutto ciò che reprimi. I sogni sono catartici.

Adesso moderne ricerche sul sonno confermano che, se vieni privato del sonno, non ne risulterà un gran male, ma non puoi essere privato dei sogni. La vecchia idea che il sonno è indispensabile si è rivelata falsa. Non il sonno, ma i sogni sono indispensabili: il sonno è necessario solo perché senza sonno non puoi sognare.

I ricercatori hanno sviluppato tecniche grazie alle quali si può stabilire dall’esterno se stai sognando o stai semplicemente dormendo. Se stai semplicemente dormendo, il tuo sonno verrà disturbato per tutta la durata della notte; se stai sognando, non ti verrà fatto nulla. È risultato che disturbando il sonno senza sogni non succede nulla, se però viene disturbato il tuo sonno mentre stai sognando e vieni lasciato in pace solo quando dormi senza sognare, in capo a tre giorni comincerai a sentirti preso da vertigini, e dopo sette sarai profondamente a disagio. Il corpo e la mente si sentiranno male. In tre settimane ti sembrerà di impazzire.

Cosa accade? Il fatto è che i sogni sono catartici. Se per tutto il giorno reprimi e non dai espressione al tuo Sé, le repressioni si accumuleranno in te e l’accumularsi delle repressioni è follia.

In meditazione non devi reprimere alcun pensiero. È difficile, perché tutta la tua mente è fatta di pensieri, giudizi, teorie, “ismi”, religioni e culti. Per cui chi è ossessionato profondamente da qualche idea, religione o filosofia, non può entrare veramente in meditazione; la sua ossessione sarà la sua barriera. Quindi, se sei cristiano, indù o giainista, ti sarà difficile entrare in meditazione, perché la tua filosofia ti dirà sempre: “Questo” è buono e “quello” non è buono; “questo” va represso e “quello” va espresso.

Tutte le filosofie, le religioni e le ideologie sono repressive, perché danno delle interpretazioni. Non permettono di vedere la vita per quello che è, impongono un’interpretazione.

Chi volesse addentrarsi profondamente in meditazione deve essere consapevole dell’assurdità delle ideologie. Sii un semplice uomo, senza filosofie, senza idee verso la vita. Sii un ricercatore, qualcuno alla ricerca, qualcuno che si interroga profondamente per sapere cosa sia la vita. Non imporre nessuna ideologia sopra e su di essa e diventerà molto facile entrare in meditazione.

Per questo, il più grande meditatore che il mondo abbia mai conosciuto, Gautama il Buddha, insisteva che nessuna ideologia, filosofia o idea sulla vita è necessaria. Se Dio esista o meno, se Moksha, la liberazione, esista o meno, se la tua anima sia immortale o meno, sono questioni irrilevanti.

Il Buddha era fortemente contrario alla filosofia non perché lui fosse contro la filosofia, ma perché così poteva aiutare un meditatore a saltare nell’ignoto. Filosofia vuol dire sapere qualcosa dell’ignoto senza conoscerlo. Non è altro che un insieme di pregiudizi, ipotesi, opinioni inventate dall’uomo.

Questo va ricordato come una cosa essenziale: non giudicare; lascia che la mente fluisca con facilità, senza intoppi, come se fosse un fiume. Siediti semplicemente su una sponda e sta’ a guardare, mantenendo lo sguardo puro, libero da qualsiasi interpretazione. Prima o poi, quando l’acqua sarà passata e le idee represse se ne saranno andate, scoprirai che arrivano gli intervalli. Un pensiero se ne va e prima che ne arrivi un altro, c’è una pausa, un intervallo. In quell’intervallo, accade il nulla. In quell’intervallo, avrai la prima intuizione del tuo volto originale.

Quando non c’è pensiero, non c’è società. Quando non c’è pensiero, non c’è l’“altro”. Quando non ci sono né l’altro, né la società, non hai bisogno di avere alcun volto. L’assenza di pensieri è l’assenza di volti. In quell’intervallo, quando un pensiero se n’è andato e un altro non è ancora venuto, conoscerai per la prima volta qual è il tuo volto, il volto che avevi prima di nascere e che tornerai ad avere dopo la morte.

Durante la vita, tutti i volti sono falsi. E una volta che hai conosciuto il volto originale, una volta che hai avuto sentore di quella che i buddisti chiamano Buddha Swabhawa, la natura del Buddha interiore, quando arrivi a percepire questa natura interiore anche solo per una volta, anche solo con uno sguardo, sarai una persona diversa, perché adesso la conoscenza di cosa sia falso e cosa sia autentico ti accompagnerà costantemente. A quel punto possiederai la chiave. A quel punto sarai in grado di fare paragoni, senza più bisogno di chiedere cos’è reale e cosa no. La domanda sorge solo perché tu non sai cos’è reale e tutto ciò che conosci è irreale.

Solo attraverso la meditazione sarai in grado di sapere quali sono le immagini false e qual è il tuo volto originario, autentico. Ma, naturalmente, la mente funziona in modo automatico, e tutto ciò che fai è diventato meccanico. È difficile spezzare questa abitudine.

La prima cosa da capire è che la meccanicità è una necessità della vita e il tuo corpo ha un meccanismo interiore. Colin Wilson ha detto che dentro di te hai un automa, il “robot interiore”. Ogni volta che hai imparato qualcosa, le tue conoscenze passano a questo robot. Puoi chiamarla memoria, puoi chiamarla mente, o in qualsiasi altro modo, ma la parola “automa” è efficace perché si tratta di qualcosa di assolutamente automatico. Funziona per conto proprio.

Mentre stai imparando a guidare, devi stare attento, all’erta, devi essere presente. È pericoloso. Non sai guidare e potrebbe succedere di tutto, per cui dovrai stare all’erta. Per questo imparare è così faticoso, perché bisogna stare costantemente all’erta. Quando avrai imparato a guidare, quelle nozioni passeranno alla parte meccanica della tua mente — all’automa, al robot — e tu potrai fumare, cantare, ascoltare la radio, chiacchierare con gli amici o addirittura fare l’amore con la tua ragazza. Puoi fare di tutto, mentre la parte meccanica della tua mente guida.

Tu non sei più necessario, sei sollevato dal peso. Il robot farà tutto. Non dovrai nemmeno ricordarti dove girare, non è necessario; il robot saprà dove girare, dove fermarsi e dove non fermarsi, cosa fare e cosa non fare. Quel lavoro non richiede più la tua presenza, l’automa lo ha preso in carico.

Solo se dovesse succedere qualcosa di improvviso, per la quale il robot non è stato programmato, solo allora saresti necessario. Improvvisamente avverrebbe una scossa nel tuo corpo e il robot verrebbe sostituito da te. Puoi sentire quel sussulto. Quando senti che sta per succedere un incidente, avviene un sussulto dentro di te e il robot si sposta, cedendoti il posto. Adesso sei tu che stai guidando. Ma quando l’incidente sarà stato evitato, di nuovo il robot prenderà in mano le cose. Ti rilasserai e il robot guiderà.

Il robot è indispensabile, perché nella vita le cose da fare sono tantissime. Se non ci fosse un robot, non riusciresti a farle. Un robot è necessario, è indispensabile.

Io non sono contro il robot. Passa pure al robot tutto ciò che hai imparato, ma restane il padrone. Non permettere al robot di diventare il padrone. Il problema è che il robot, prima o poi, tenterà di diventare il padrone, perché è più efficiente; ti dirà: “Ritirati completamente, non c’è bisogno di te. Io posso fare le stesse cose meglio”.

Tu devi restare il padrone. E cosa puoi fare per restare il padrone del robot? Una cosa sola: qualche volta, quando non c’è nessun pericolo, prendi le redini in mano. Ogni tanto, quando nulla lo ostacola, riprendi in mano il gioco! Di’ al robot di rilassarsi, prendi posto sulla sedia e guida la macchina. Non ci deve essere alcun pericolo, perché in tal caso andresti di nuovo in automatico: un sussulto e il robot ti passa la guida.

Stai guidando... all’improvviso, senza alcuna necessità reale, di’ al robot di rilassarsi, sistemati sul sedile e governa tu la macchina. Oppure, mentre cammini, di’ improvvisamente al robot: “Adesso cammino consapevolmente. L’automa non è necessario. Io sono al posto di comando e guiderò consapevolmente il corpo”. Mentre mi ascolti, è la tua parte meccanica che mi ascolta. Dagli una scossa improvvisa; non permettere alla mente di intromettersi. Ascoltami direttamente e consapevolmente.

Cosa intendo con “Ascoltami consapevolmente?”. Quando mi ascolti in modo inconsapevole, sei totalmente concentrato su di me e ti dimentichi totalmente di te stesso. Io esisto, chi parla esiste, ma chi ascolta è inconscio. Non sei consapevole di te stesso, in quanto ascoltatore. Quando dico: “Prendi le redini in mano”, voglio dire che devi essere consapevole di due cose: di chi parla e di chi ascolta. E se sei consapevole delle due cose, di chi parla e di chi ascolta, sei diventato la terza cosa, il testimone.

È il testimone che ti aiuterà a restare il padrone. E se tu sei il padrone, il tuo robot non può disturbare la tua vita. Ora come ora, è un grosso disturbo per la tua vita. Tutta la tua vita è sottosopra a causa sua. È così utile ed efficiente, che si prende tutto sulle sue spalle, anche ciò che non dovrebbe.

Quando ti innamori, all’inizio è bellissimo perché il robot non si è ancora intromesso. Stai imparando; sei vivo, sveglio, consapevole: l’amore ha una sua bellezza. Ma prima o poi il robot prenderà il sopravvento. Tu diventerai un marito o una moglie e avrai delegato tutto al robot.

Allora, quando dirai a tua moglie: “’Ti amo”, non sarai tu a parlare, ma il robot, il giradischi. Si tratta di una cosa registrata. La suoni in continuazione e tua moglie lo saprà, perché ogni volta che dici “Ti amo”, non significhi niente. E quando tua moglie a sua volta ti dirà: “Ti amo”, saprai che quella frase non ha alcuna sostanza, perché una frase uscita da un giradischi è solo rumore senza senso: non presuppone alcun significato.

A quel punto vorrai fare di tutto, senza che tu riesca a fare nulla. Perfino l’amore diventa un peso da cui si vuole fuggire. Attualmente tutti i tuoi sentimenti e le tue relazioni sono governate dal robot. Per questo qualche volta tu insisti nel non fare determinate cose e il robot insiste nel farle, perché così è stato programmato. E puntualmente tu vieni sconfitto e il robot vince.

Dire: “Io non mi arrabbierò mai più” non ha senso, perché l’addestramento del robot dura da talmente tanto tempo che una semplice frase della mente non può avere alcun effetto. Il suo addestramento è più tenace. Per cui, la prossima volta che qualcuno ti insulta, aver deciso di non arrabbiarsi più non servirà a niente. Il robot entrerà in funzione automaticamente e farà tutto ciò che è abituato a fare. Solo in seguito, quando il robot avrà reagito, avverrà il pentimento.

Ma il problema è questo: anche il tuo pentimento è opera del robot, perché è così che hai sempre fatto, dopo esserti arrabbiato, ti penti. Il robot ha appreso anche questo trucco: pentirsi e poi rifare le stesse cose!

Per questo molte volte hai la sensazione di agire, parlare, comportarti contro la tua volontà. Cosa vuol dire l’espressione: “tuo malgrado”? Vuol dire che dentro di te c’è qualcun altro in grado di agire e fare qualsiasi cosa, senza che tu lo voglia. E chi è costui? Il robot!

Che fare? Non giurare che non ti arrabbierai mai più: non arriveresti da nessuna parte, se non alla tua sconfitta. Piuttosto, al contrario, qualsiasi cosa tu stia facendo, falla consapevolmente. Togli l’incarico al robot, fallo con una cosa comune. Mentre mangi, mangia consapevolmente. Non farlo meccanicamente come hai fatto finora. Mentre fumi, fuma consapevolmente. Non lasciare che la tua mano prenda il pacchetto e tiri fuori la sigaretta inconsapevolmente. Sii consapevole, attento, all’erta e noterai la differenza.

Posso sollevare la mano meccanicamente, senza alcuna consapevolezza. Oppure, posso sollevarla lasciando fluire in essa tutta la mia consapevolezza. Provalo! Sentirai la differenza. Quando sei consapevole, la tua mano si alzerà silenziosamente e lentamente e la sentirai ricolma di consapevolezza. E quando la mano è ricolma di consapevolezza, la tua mente sarà senza pensieri, perché tutta la tua consapevolezza si sarà trasferita alla mano e nessuna energia resterà per i pensieri.

Quando sollevi la mano automaticamente, la testa è piena di pensieri, eppure la mano si muove! Chi la sta muovendo? Il tuo robot! Muovila tu stesso! Fallo durante il giorno, in un momento qualsiasi, mentre stai facendo una cosa qualsiasi. Impara a disinnescare il robot e presto sarai in grado di dargli dei comandi. Ma non fare queste prove in situazioni difficili: sarebbe suicida. Noi facciamo tentativi sempre in situazioni difficili e di conseguenza non abbiamo mai successo. Comincia da situazioni semplici nelle quali, anche se non sei molto efficiente, non c’è pericolo.

Purtroppo noi ci sperimentiamo sempre in situazioni difficili. Ad esempio, la rabbia è una situazione molto difficile e il robot non te l’affiderà facilmente. Anzi, è meglio lasciar fare a lui, perché la sa più lunga. E sul sesso, se provi a decidere qualcosa, non riuscirai a seguire la tua decisione e il robot tornerà al comando. La situazione è molto complessa, e richiede più abilità di quanta ne hai ora.

Se non sei perfettamente convinto di poter affrontare una qualsiasi situazione senza l’aiuto del robot, lui non ti darà via libera. Questo è un indispensabile meccanismo di difesa. Se fosse altrimenti, se nelle situazioni difficili tu togliessi sempre l’incarico al robot, la tua vita diventerebbe una confusione inestricabile.

Provaci! Comincia con cose semplici come camminare. Prova là dove non c’è pericolo. Puoi dire al robot: “Qui non c’è alcun pericolo: sto solo camminando senza andare da nessuna parte. Non c’è bisogno di te, posso permettermi di essere inefficiente”.

A quel punto sii consapevole e cammina lentamente. Sii ricolmo di consapevolezza in tutto il corpo. Quando un piede si muove, muoviti con esso; quando un piede lascia il suolo, lascia il suolo con esso; quando l’altro piede tocca il terreno, toccalo insieme a lui. Sii perfettamente consapevole. Non fare nient’altro con la mente, trasforma semplicemente tutta la mente in consapevolezza.

Sarà difficile, perché il robot interferirà in continuazione. A ogni istante il robot proverà a dire: “Cosa stai facendo? Io lo posso fare meglio di te”. Ed egli può davvero farlo meglio di te. Per cui prima fai delle prove con cose non serie, semplici e non complesse.

Il Buddha ha detto ai suoi discepoli di camminare, mangiare e dormire con consapevolezza. Se riesci a fare queste cose semplici con consapevolezza, allora ci riuscirai anche con le cose difficili. A quel punto potrai provarci.

Ma noi cominciamo sempre dalle cose difficili, senza avere successo; la sconfitta ci rende pessimisti e ci induce a credere di non essere in grado di fare nulla. Questo aiuta molto il robot. Il robot tenterà sempre di darti una mano quando sei in difficoltà, perché in quei casi vieni sconfitto e lui può dirti: “Lascia fare a me. Io posso sempre farlo meglio di te”.

Comincia con cose semplici: moltissime testimonianze ci dicono che i monaci Zen facevano così. Quando a Bosho fu chiesto: “Qual è la tua meditazione, il tuo sadhana, la tua pratica spirituale?”, egli rispose: “Quando ho fame mangio e quando ho sonno dormo. Questo è tutto”.

Chi aveva posto la domanda disse: “Ma questo è quello che facciamo tutti. Cosa c’è di speciale?” Bosho ripeté ancora: “Quando ho fame ‘io’ mangio, quando ho sonno ‘io’ dormo”. Questa è la differenza. Quando tu sei affamato, il tuo robot mangia e quando tu hai sonno, il tuo robot dorme. L’“io” di Bosho è la differenza.

Se diventi più consapevole nel tuo lavoro quotidiano, nella tua vita di tutti i giorni, la tua consapevolezza crescerà. E grazie a quella consapevolezza non sarai più solo una cosa meccanica, ma per la prima volta diventerai un individuo. Ora come ora non lo sei. Un individuo ha un volto, mentre una cosa meccanica ha molte maschere e nessun volto.

Se tu fossi una persona viva, sveglia e consapevole, potresti avere un’esistenza autentica. Se sei solo un congegno meccanico, non puoi avere un’esistenza autentica. Qualsiasi momento, qualsiasi situazione è in grado di trasformarti; non sei altro che un oggetto galleggiante senza alcun nucleo, senza un essere interiore. La consapevolezza ti fornisce una presenza interiore. Senza di essa, hai la sensazione di essere, ma in realtà non sei.

Qualcuno chiese al Buddha: “Voglio servire l’umanità. Dimmi come posso fare”. Il Buddha osservò profondamente e intimamente quell’uomo e con profonda compassione disse: “Ma dove sei tu? chi servirà l’umanità? Tu ancora non sei. Innanzitutto sii, e quando sarai non avrai bisogno di farmi domande simili. Quando sei, farai ciò che semplicemente ti accadrà: quello sarà degno di essere fatto”.

Gurdjieff osservò che tutti si presentavano con l’idea di essere già, di esistere. Qualcuno venne da lui a chiedergli: “Dentro di me sono pazzo. La mia mente è un tumulto continuo, in conflitto e in contraddizione perenne, per cui dimmi cosa posso fare per dissolvere questa mente e avere la pace mentale e la calma interiore”. Gurdjieff rispose: “Non pensare alla mente; con essa non puoi fare nulla. La prima cosa è essere presenti. Innanzitutto tu devi essere. A quel punto puoi fare qualcosa. Ora come ora tu non sei”.

Cosa vuol dire “tu non sei”? Vuol dire che sei un robot, una cosa meccanica che funziona in base a leggi meccaniche. Comincia a essere all’erta. Unisci la consapevolezza a tutto ciò che stai facendo e comincia dalle cose semplici.

 

Osho, I segreti della trasformazione, pp 299 - 310

lunedì 20 aprile 2020

Tecnica 3 - Vigyana Bhairava Tantra

La terza tecnica relativa al respiro: 

“Oppure, ogni volta che l’inspirazione e l’espirazione si fondano, in quell’istante tocca il centro privo di energia, traboccante di energia”. 

Noi siamo divisi in centro e periferia. Il corpo è la periferia; noi
conosciamo il corpo, conosciamo la periferia, conosciamo la circonferenza, ma non
sappiamo dove sia il centro. Quando l’espirazione si fonde con l’inspirazione, quando
diventano tutt’uno, quando non sei in grado di dire se si tratta di un’espirazione o di
un’inspirazione, quando è difficile demarcare e definire se il respiro stia entrando oppure
uscendo, quando il respiro è penetrato e comincia a uscire, in quell’attimo esiste una
fusione: il respiro non esce né entra, è statico. Entrando o uscendo, è dinamico; quando
non entra né esce, in quell’attimo è silenzioso, non è in movimento, allora sei vicino al
centro. Il punto di fusione tra il respiro che entra e quello che esce è il tuo centro.
Considera la cosa in questo modo: quando il respiro entra dove va? Va al tuo centro, lo
tocca. Quando esce, da dove esce? Si allontana dal tuo centro. Il tuo centro deve essere
toccato. Ecco perché i mistici taoisti e Zen dicono che non è la testa il centro dell’essere,
bensì l’ombelico. Il respiro va all’ombelico e poi esce. Va al centro. Come ho detto, è un
ponte fra te e il tuo corpo. Tu conosci il corpo, ma non sai dov’è il tuo centro. Il respiro va
costantemente al centro e ne esce, ma noi non respiriamo mai intensamente, per cui,
normalmente, il respiro non tocca mai il nostro centro, non al giorno d’oggi, perlomeno.
Ecco perché oggigiorno ci se sente tanto “scentrati”. In tutto il mondo contemporaneo
coloro che sono quantomeno in grado di pensare sentono di essere senza centro.
Osserva un bambino che dorme. Osserva il suo respiro: è l’addome a sollevarsi, il torace
resta inalterato. Ecco perché i bambini non hanno torace, ma solo un addome molto
dinamico. Quando respiriamo è l’addome a muoversi: i bambini sono nel loro centro, per
questo sono così felici, così beati, così pieni di energia, mai stanchi, esuberanti, e sempre
nel momento presente, senza passato, senza futuro. Un bambino può essere arrabbiato;
quando lo è, lo è totalmente: diventa la rabbia
. Quindi anche la sua rabbia è una cosa
bellissima. Quando qualcuno è totalmente arrabbiato, la rabbia ha una sua bellezza,
perché la totalità ha sempre una sua bellezza. Tu non puoi essere arrabbiato e bello,
diventerai brutto perché la parzialità è sempre brutta. E questo non succede solo con la
rabbia: anche quando ami sei brutto; perché sei di nuovo parziale, frammentario, non sei
totale. Guarda il tuo viso quando stai amando qualcuno, quando stai facendo l’amore. Fai
l’amore davanti a uno specchio e osserva il tuo viso: sarà brutto, animalesco. Anche
nell’amore il tuo volto diventa brutto. Perché? Anche l’amore è un conflitto, stai trattenendo
qualcosa Stai dando con molta parsimonia.
Persino nel tuo amare non sei totale: non dai

completamente, interamente. Un bambino è totale persino nella rabbia e nella violenza. Il
suo viso diventa radioso e bello; è qui e ora. La sua rabbia non è qualcosa che concerne il
passato o il futuro, non sta calcolando, è solamente arrabbiato. Il bambino è nel suo
centro. Quando sei nel tuo centro, sei sempre totale, qualsiasi cosa tu faccia sarà un atto
totale, buono o cattivo, sarà totale. Quando sei frammentario, quando sei lontano dal
centro, ogni tuo atto non può essere che un frammento di te stesso. La tua totalità non
risponde, risponde solo una parte. E la parte sta andando contro il Tutto: questo crea la
bruttezza. Noi tutti siamo stati bambini. Perché quando cresciamo il nostro respiro diventa
così poco profondo? Non arriva mai all’addome, non tocca mai l’ombelico. Se potete
scendere sempre più all’interno diventerebbe sempre più profondo, invece tocca solo il
torace ed esce. Non arriva mai al centro. Hai paura del centro, perché se vai al centro
diventeresti totale. Se vuoi essere frammentario, questo è il meccanismo per riuscirci. Tu
ami: se respiri dal centro, fluirai nell’amore totalmente. Hai paura. Hai paura di essere così
vulnerabile, così aperto verso qualcuno, verso chiunque. Puoi chiamarlo il tuo amante,
puoi chiamarla la tua amata, ma hai paura: c’è l’altro. Se tu sei totalmente vulnerabile,
aperto, non sai cosa succederà. Quindi tu sei completamente, in un altro senso. Tu hai
paura a darti così completamente a qualcuno. Non riesci a respirare, non riesci a fare un
respiro profondo. Non puoi rilassare il respiro in modo tale che vada al centro, Perché nel
momento in cui il respiro va al centro, il tuo atto diventa totale. Siccome hai paura a essere
totale, respiri superficialmente. Respiri solo al minimo, non al massimo. Ecco perché la
vita sembra essere così priva di vita. Tu stai vivendo al minimo, non al massimo. Puoi
vivere al massimo: allora la vita sarà straripante, ma ci saranno delle difficoltà. Se la vita è
straripante non puoi essere un marito, non puoi essere una moglie. Tutto diventerà
difficile. Se la vita è straripante,l’amore sarà straripante. In quel caso non puoi legarti a
una persona sola, fluirai dappertutto; colmerai tutte le dimensioni del tuo essere. Perciò la
mente avverte un pericolo, perciò è meglio non essere vivi.
Più sei morto, più sei sicuro.
Più sei morto, più ogni cosa è sotto controllo. Puoi controllare: quindi rimani il padrone.
Senti di essere il padrone perché puoi controllare. Puoi controllare la rabbia, l’amore, ogni
cosa. Ma questo controllo è possibile solo al livello minimo della tua energia. Ognuno deve
aver percepito che ci sono momenti in cui improvvisamente si passa dal livello minimo a
quello massimo. Vai in una località montana, all’improvviso sei fuori dalla città e dalla sua
prigionia, ti senti libero, il cielo è vasto, la foresta è verde e la vetta tocca le nuvole.
All’improvviso tiri un profondo respiro. Forse non lo hai mai notato. Ebbene, se vai in una
località montana, osserva: in realtà non è la località a causare il cambiamento, è la tua
respirazione
. Fai un profondo respiro, dici: “Ah! Ah!”. Tocchi il centro, per un istante diventi
totale, e ogni cosa è beatitudine. Quella beatitudine non proviene dalla località montana,
proviene dal tuo centro: l’hai improvvisamente toccato. In città avevi paura. Gli altri erano
presenti ovunque, e tu ti controllavi: non potevi gridare, non potevi ridere. Che sfortuna!
Non potevi cantare e danzare per la strada: avevi paura. C’era sempre un poliziotto da
qualche parte dietro l’angolo, o il prete o il giudice o l’uomo politico o il moralista. Qualcuno
era sempre dietro l’angolo, perciò non potevi danzare per strada. Bertrand Russell ha
detto da qualche parte: “Amo la civiltà, ma l’abbiamo conquistata a un prezzo molto alto”.
Non puoi danzare per strada, ma vai in una località di montagna e improvvisamente puoi
farlo. Sei solo con il cielo, e il cielo non è una prigione, è solo apertura, che si apre e si
apre, vasto, infinito. Improvvisamente fai un respiro profondo: tocca il centro ed ecco la
beatitudine. Ma non durerà a lungo. In un’ora o due, la località montana scomparirà. Puoi
essere li, ma la località di montagna scomparirà. Ritorneranno le tue preoccupazioni.
Comincerai a pensare di telefonare in città, di scrivere una lettera a tua moglie, oppure,
poiché ritornerai fra tre giorni, dovresti fare i preparativi. Sei appena arrivato e stai già
facendo i preparativi per partire. Sei di ritorno. Quel respiro in realtà non veniva da te: è
accaduto all’improvviso.
A causa del cambiamento della situazione la marcia è cambiata.

Ti troverai in una situazione nuova: non potevi respirare nel vecchio modo, perciò per un
momento, è subentrata una nuova respirazione. Ha toccato il centro, e hai sentito la
beatitudine. Shiva sta dicendo che tu, di fatto, tocchi continuamente il tuo centro e che, se
non lo fai, lo puoi sempre toccare. Respira profondamente,lentamente, così toccherai il tuo
centro. Non respirare con il torace: questo è il trucco!
La civiltà, l’educazione, la morale,
sono responsabili per aver creato una respirazione superficiale. Sarà bene penetrare in
profondità nel centro, altrimenti non potrai mai fare dei respiri profondi. A meno che
l’umanità non la smetta di essere repressiva nei confronti del sesso, l’uomo non potrà
respirare veramente. Se il respiro scende in profondità sino all’addome, dà energia al
centro sessuale, lo tocca, lo massaggia dall’interno. Il centro sessuale diventa più attivo,
più vivo.
La civiltà ha paura del sesso. Non permettiamo ai nostri bambini di toccare il loro
centro sessuale, i lori organi genitali. Diciamo: “Smettila! Non toccare!”. Osserva un
bambino quando per la prima volta tocca il suo centro sessuale, e poi di’: “Smettila!”, e
osserva il suo respiro. Quando dici: “Smettila! Non toccare il tuo centro sessuale!”, il
respiro diventerà immediatamente superficiale, perché non è solamente la mano che tocca
il centro: in profondità anche il respiro lo sta toccando. E se il respiro continua a toccarlo, è
difficile arrestare la mano. Se la mano si ferma, è fondamentalmente necessario,
obbligatorio, che il respiro non lo tocchi, che non vada in profondità. Deve rimanere
superficiale. Noi abbiamo paura del sesso. La parte inferiore del corpo non è solo
fisicamente inferiore: è diventata inferiore come valore, viene condannata come “inferiore”.
Perciò non andare in profondità: rimani superficiale. E’ una sfortuna che possiamo
respirare solo verso il basso. Se dei predicatori ne avessero il potere, cambierebbero
l’intero meccanismo: ti permetterebbero di respirare solo verso l’alto, nella testa. In questo
modo non sentiresti affatto il sesso.
Se dovessimo creare un’umanità asessuata,
dovremmo quindi cambiare il sistema di respirazione. Il respiro dovrebbe andare nella
testa, al sahasrara, il settimo centro nella testa, e poi tornare alla bocca. Questo dovrebbe
essere il passaggio: dalla bocca al sahasrara. Non deve scendere in profondità, perché è
pericoloso. Più scendi in profondità, più vai vicino agli strati più profondi della biologia.
Raggiungi il centro, e quel centro è proprio vicino al centro sessuale, e vicinissimo. Deve
essere così, perché il sesso è vita. Consideralo in questo modo: il respiro è vita dall’alto
verso il basso; il sesso è vita nell’altro verso, dal basso verso l’alto. L’energia sessuale
fluisce e l’energia del respiro fluisce. Il passaggio del respiro è nella parte superiore del
corpo e il passaggio del sesso è in quella inferiore. Quando s’incontrano creano la vita,
creano biologia, bioenergia. Perciò se hai paura del sesso, generi una distanza tra i due,
non permetti che s’incontrino. Quindi, in realtà, l’uomo civilizzato è un uomo castrato
: ecco
perché non sappiamo nulla sul respiro e questo sutra è difficile da capire. Shiva dice: “
Ogni volta che l’inspirazione e l’espirazione si fondono, in quell’istante tocca il centro privo
di energia, traboccante di energia”. Usa termini molto contradditori: “Privo di energia,
traboccante di energia”. Il tuo centro è privo di energia perché né il corpo né la mente lo
possono alimentare. L’energia del tuo corpo non è lì, l’energia della tua mente non è lì,
perciò rimarrà privo di energia finché non conoscerai la tua identità. Ma è traboccante di
energia per la sorgente cosmica d’energia, e non a causa dell’energia del tuo corpo.
L’energia del tuo corpo è solo un “carburante”: mangiando, bevendo, non fai altro che dare
del carburante al corpo. Smetti di mangiare e di bere e il tuo corpo cadrà morto. Non
subito: ci vorranno almeno tre mesi, perché hai delle riserve. Hai accumulato molta
energia, può funzionare per almeno tre mesi senza andare ad alcuna stazione di
rifornimento. Può andare avanti, ha una riserva. Puoi averne bisogno per un’emergenza,
per qualsiasi emergenza. Questa è energia “carburante”. Il centro non riceve energia
carburante. Per questo Shiva dice che è “privo di energia”. Non dipende dal tuo mangiare
e bere, è connesso con la sorgente cosmica, è energia cosmica. Per questo dice: “Centro
privo di energia, traboccante di energia”
. Nel momento in cui sei in grado di percepire il

centro da cui il respiro esce o entra, il punto preciso in cui il respiro si fonde, là dove due
respiri si fondono, se diventi consapevole di quel punto, allora avrai l’illuminazione.



[..]

 
Un altro amico dice: “Se provo questo metodo per essere consapevole del mio respiro, se
faccio attenzione al mio respiro, allora non posso fare nient’altro. L’intera attenzione va li.
E se devo fare qualcos’altro, allora non posso essere consapevole del mio respiro”.


Questo accadrà, perciò all’inizio scegli un momento particolare al mattino, o alla sera, o in
qualsiasi altro momento del giorno. Per un’ora fai solo l’esercizio, non fare nient’altro. Non
fare nient’altro! Fai solo l’esercizio. Una volta che sarai entrato in sintonia con esso, non
sarà più un problema. Potrai camminare per strada ed essere consapevole. C’è una
differenza tra consapevolezza e attenzione. Quando presti attenzione a qualcosa, ciò è
esclusivo; devi ritirare la tua attenzione da tutto il resto. Per questo, in realtà, è una
tensione, ecco perché è chiamata attenzione. Tu fai attenzione a una cosa a spese di tutto
il resto.
Se presti attenzione al tuo respiro non la presti al tuo modo di camminare o di
guidare. Non provare mentre stai guidando, perché non potresti prestare attenzione a
entrambe le cose. Attenzione implica esclusivamente una cosa. La consapevolezza è
molto diversa, non è esclusiva. Non è fare attenzione: è essere attenti, è semplicemente
essere coscienti. Sei cosciente quando sei inclusivamente cosciente. Il tuo respiro è
nell’ambito della tua consapevolezza. Stai camminando e qualcuno passa, e tu sei

cosciente anche di lui. Qualcuno sta facendo del rumore in strada, un treno passa, un
aeroplano vola: ogni cosa viene inclusa. La consapevolezza è inclusiva, l’attenzione è
esclusiva. Ma all’inizio si tratterà di attenzione. Perciò prova prima in periodi stabiliti. Per
un’ora sii attento solo al tuo respiro. Gradatamente riuscirai a trasformare la tua attenzione
in consapevolezza. Quindi fa cose semplici, come camminare: cammina attentamente,
con la piena consapevolezza di camminare e di respirare. Non creare alcuna opposizione
tra le due azioni di camminare e di respirare. Sii un osservatore di entrambe. Non è difficile
Guarda! Per esempio, io posso prestare attenzione a un volto tra i presenti. Se faccio
attenzione a un volto, tutti gli altri non saranno presenti, per me. Se presto attenzione a un
solo viso, tutto il resto viene tagliato fuori. Se faccio attenzione solo al naso di quel viso, il
resto del viso è tagliato fuori. E posso continuare a restringere la mia attenzione fino a un
solo punto. E’ possibile anche il contrario. Faccio attenzione all’intero viso; quindi ci sono
naso, occhi e tutto il resto. In questo caso ho ampliato la mia messa a fuoco. Ora io vi
guardo non come degli individui, ma come un gruppo; quindi l’intero gruppo è sotto la mia
attenzione. Se vi considero come differenti dal rumore che sta continuando in strada, sto
tagliando fuori la strada. Ma posso guardare voi e la strada come un tutto, dunque posso
essere consapevole sia di voi sia della strada. Posso essere consapevole dell’intero
cosmo. Dipende dalla tua messa a fuoco, dal suo diventare sempre più grande. Ma prima
inizia con l’attenzione e ricorda che dovrà crescere trasformandosi in consapevolezza.
Scegli quindi brevi periodi di tempo. La mattina è ottima perché sei fresco, le energie sono
vitali, ogni cosa sta sorgendo; al mattino sei più vivo. I fisiologi dicono che non solo sei più
vivo, ma la tua statura è leggermente maggiore al mattino rispetto alla sera. Se sei alto un
metro e ottanta, al mattino sarai un metro e ottantuno e la sera tornerai a misurare un
metro e ottanta: si perde un centimetro perché quando è stanca, la tua spina dorsale si
schiaccia. Perciò al mattino sei fresco, giovane, vivo, energetico. Fa questo: non lasciare
che la meditazione sia l’ultima voce nella lista delle cose da fare. Fa che sia la prima.
Quando poi senti che non è più uno sforzo, quando riesci a stare seduto per un’ora
completamente immerso nella respirazione – consapevole, attento – solo quando sai di
aver raggiunto l’attenzione del respiro senza alcuno sforzo, quando sei rilassato e ne
gioisci senza alcuno sforzo, allora ti sei impadronito della tecnica. Allora aggiungi
qualcos’altro, per esempio camminare. Ricordati di entrambi, poi continua ad aggiungere
altre cose. Dopo un certo periodo sarai capace di essere continuamente consapevole del
tuo respiro, anche durante il sonno. E, a meno che tu non ne sia consapevole anche
durante il sonno, non sarai in grado di conoscere la profondità. Ma questo viene, accade
gradatamente. Si deve essere pazienti e si deve cominciare nel modo giusto. Sappi che la
mente scaltra cercherà sempre di farti cominciare in modo sbagliato. In quel caso ti può
capitare di abbandonare la tecnica che hai scelto dopo due o tre giorni e dire: “Con questo
metodo non c’è alcuna speranza”. La mente ti farà cominciare nel modo sbagliato. Perciò
ricordati di cominciare nel modo giusto, perché un buon inizio significa metà dell’opera. Ma
noi cominciamo nel modo sbagliato. Sai bene che l’attenzione è una cosa difficile, perché
sei totalmente addormentato. Perciò, se cominci a porre attenzione al tuo respiro mentre
fai qualcos’altro, non puoi riuscirci. E di certo non smetterai di fare ciò che stai facendo,
piuttosto smetterai di porre attenzione al respiro. Quindi non crearti problemi inutili.
Durante le ventiquattr’ore puoi trovare un angolino; basteranno quaranta minuti… perciò
usali per praticare la tecnica. Ma la mente troverà molte scuse, dirà: “Il tempo dove lo
trovi? C’è già fin troppo da fare. Dove lo trovi il tempo?”, oppure: “Ora non è possibile,
perciò rimandalo a più tardi. Lo farai dopo, quando le cose andranno meglio”. Guardati da
ciò che ti dice la mente, non aver troppa fiducia in essa. E noi non abbiamo mai dubbi:
possiamo dubitare di tutto, ma non dubitiamo mai della mente. Anche coloro che parlano
fin troppo di scetticismo, di dubbio, di ragione, non dubitano mai della loro mente. Ed è
stata la mente a ridurti nello stato in cui ti trovi. Se vivi in un inferno, è stata lei a portarti, e

tu non dubiti mai di questa guida. Puoi dubitare di qualsiasi insegnante, di qualsiasi
Maestro, ma non dubiti mai della tua mente. Con fede incrollabile vai avanti, con la mente
che ti fa da guru. Ed è stata lei a metterti nei guai, nella miseria che sei. Se devi dubitare
di qualcosa, prima dubita della tua stessa mente, e quando questa dice qualcosa, pensaci
due volte. E’ vero che non hai tempo? Davvero? Non hai tempo per meditare, non hai
un’ora da dedicare alla meditazione? Pensaci due volte. Domanda ripetutamente alla
mente: “E’ proprio vero che non ho assolutamente tempo? Non mi sembra. Non ho mai
visto un uomo che non abbia tempo più che a sufficienza. Continuo a vedere persone che
giocano a carte, e dicono: “Stiamo ammazzando il tempo”. Vanno al cinema e dicono:
“Che altro fare?”. Ammazzano il tempo, fanno pettegolezzi, continuano a rileggere lo
stesso giornale, da sempre parlano degli stessi argomenti, e dicono: “Non abbiamo
tempo”. Per cose inutili ne hanno abbastanza. Perché? Con una cosa inutile la mente non
è in pericolo. Nel momento in cui pensi alla meditazione, la mente è in all’erta. Ora stai
entrando in una dimensione pericolosa, perché meditazione significa la morte della mente.

Se entri in meditazione presto o tardi la tua mente dovrà dissolversi, ritirarsi
completamente. La mente scatta in all’erta e comincia a dirti molte cose: “Il tempo dove lo
trovi? E anche se lo avessi, ci sono cose più importanti da fare. Rimanda la meditazione a
più tardi. Puoi meditare quando vuoi. Sono più importanti i soldi. Prima fai i soldi, poi
medita a piacimento. Come fai a meditare senza soldi? Quindi stai attento ai soldi, poi
potrai meditare”. Senti che la meditazione può essere rimandata facilmente perché non
riguarda la tua sopravvivenza immediata. Non si può rimandare il pane: moriresti. Non si
possono rimandare i soldi: sono necessari per i tuoi bisogni primari. La meditazione può
essere rimandata, puoi sopravvivere senza. In realtà puoi sopravvivere facilmente senza
di essa. Nel momento in cui ti immergerai profondamente nella meditazione, non
sopravviverai, non su questa Terra almeno: scomparirai. Scomparirai dal cerchio di questa
vita, da questa ruota. La meditazione è come la morte, perciò la mente si spaventa. La
meditazione è come l’amore, perciò la mente si spaventa. “Rimandala” dice, e puoi andare
avanti a rimandare all’infinito.
La mente dice sempre cose simili, e non pensare che io stia
parlando degli altri: sto parlando di te in particolare. Ho incontrato molte persone
intelligenti che continuano a dire stupidaggini sulla meditazione. E’ venuto da me un uomo
di Delhi, è un altro funzionario del governo; era venuto qui solo con lo scopo di imparare la
meditazione. Era venuto da Delhi, e rimase qui sette giorni. Gli dissi di andare alla classe
di meditazione al mattino sulla spiaggia di Chowpatty, a Bombay ma lui obiettò: “Ma è
difficile, non posso alzarmi così presto”. E non si sognò neppure di riflettere su ciò che la
mente gli aveva detto. E’ così difficile farlo? Ora lo sai, quindi l’esercizio può essere
semplice, ma la tua mente non è così semplice; dice: “Come faccio ad alzarmi alle sei di
mattina?”. Mi trovavo in una grande città, e il sindaco venne a trovarmi alle undici di sera.
Stavo per andare a letto, quando arrivò lui e mi disse: “No! E’ urgente. Sono molto turbato.
E’ una questione di vita o di morte. Ti prego, concedimi almeno mezz’ora. Insegnami la
meditazione, altrimenti potrei suicidarmi. Sono veramente molto turbato. E sono così
frustato che qualcosa deve accadere nel mio mondo interiore. Il mio mondo esteriore è
completamente in frantumi”. Gli dissi: “Vieni domattina alle cinque”. Lui rispose: “Non
posso”. E’ una questione di vita o di morte, ma non può alzarsi alle cinque. Disse: “Non
posso. Non mi alzo mai così presto”. “Va bene” gli dissi, “allora vieni alle dieci”. Lui
rispose: “Anche questo sarà difficile perché alle dieci e mezza devo essere in ufficio”. Non
può prendersi una giornata di riposo, ed è una questione di vita o di morte. Perciò gli dissi:
“Ma si tratta della tua vita e della tua morte, o della mia? Di chi?”. E non era un uomo
stupido, era abbastanza intelligente. Questi trucchi erano molto intelligenti. Perciò non
pensare che la tua mente non stia tentando gli stessi trucchi. E’ molto intelligente, e poiché
tu pensi che si tratti della tua mente, non la metti mai in dubbio: non è tua, è solo un
prodotto sociale. Non è tua! Ti è stata data, ti è stata forzata addosso.
Ti è stato insegnato

e sei stato condizionato in un certo modo. Fin dalla prima infanzia la tua mente è stata
creata da altri: dai genitori, dalla società, dagli insegnanti. E’ il passato a crearla, a
influenzarla. Il passato forza continuamente se stesso sul vivente. Gli insegnanti sono solo
gli agenti, gli agenti di ciò che è morto contro ciò che è vivente. Continuano a forzare cose
nella tua mente. Ma tu sei talmente intimo con la tua mente, la distanza è così minima, che
ti identifichi con essa. Dici: “Sono un hindu”. Pensaci su; riconsidera la cosa. Tu non sei un
hindu: ti è solo stata data una mente hindu. Sei nato solo come un essere semplice e
innocente, non come un hindu, non come un musulmano, ma ti è stata data una mente
musulmana, una mente hindu. Tu sei stato forzato, inquadrato, imprigionato in una
particolare condizione, e poi la vita continua ad accumulare cose su questa mente, che
diventa pesante, grava su di te. Non puoi fare niente; la mente comincia a forzare il suo
modo di essere su di te; le tue esperienze si accumulano nella mente. Il tuo passato
condiziona costantemente ogni tuo momento presente. Se io ti dico qualcosa, tu non ci
penserai in modo fresco, aperto: la tua vecchia mente, il tuo passato, si metteranno subito
in mezzo e cominceranno a parlare e chiacchierare pro o contro. Ricorda, la tua mente
non è tua, il tuo corpo non è tuo: viene dai tuoi genitori; e neppure la mente ti appartiene,
anch’essa viene dai tuoi genitori. Chi sei tu? O ci si identifica con il corpo, oppure con la
mente. Tu pensi de essere giovane, pensi di essere vecchio, pensi di essere hindu, pensi
de essere gianista, pensi di essere parsi. Non lo sei! Tu sei nato come pura
consapevolezza. Tutte queste non sono che prigioni. Queste tecniche che ti sembrano
così semplice non lo saranno, perché questa mente creerà costantemente molti problemi
e complicazioni. Proprio alcuni giorni fa è venuto da me un uomo che mi ha chiesto: “Sto
provando il tuo metodo di meditazione, ma dimmi, in quale testo sacro è insegnato? Se
riesci a convincermi che è insegnato nel testo sacro della mia religione, per me sarà più
facile praticarlo”. Ma perché dovrebbe riuscirgli più facile se fosse scritto in un testo sacro?
Perché in quel caso la mente non creerebbe alcun problema. La mente direbbe: “Va bene!
Questo ci appartiene, perciò fallo pure”. Se non è scritto in alcun testo sacro, la mente
direbbe: “Ma che cosa stai facendo?”
. La mente si oppone. Ho chiesto a quell’uomo: “E’
da tre mesi che stai praticando questo metodo. Come ti senti?” Lui ha risposto:
“Meravigliosamente. Mi sento meravigliosamente bene. Ma dimmi… dammi qualche fonte
scritturale”. Ciò che sente non è affatto una fonte autorevole. Lui dice: “Mi sento
meravigliosamente bene. Sono diventato più silenzioso, più tranquillo, più amorevole. Mi
sento proprio meravigliosamente bene”. Ma la sua esperienza non è la fonte autorevole.
La mente richiede una fonte autorevole del passato. Gli ho detto:”Non è scritto da nessuna
parte nei tuoi testi sacri. Anzi, nei testi sacri sono scritte molte parole contro questa
tecnica”. Il suo volto si è rattristato, e poi ha replicato: “Allora sarà difficile per me
praticarla, continuare a farla”. Perché la sua esperienza non ha valore? Il passato – il
condizionamento, la mente – ti plasmano e distruggono il tuo presente costantemente.
Perciò ricorda, e sii consapevole. Sii scettico e dubita della tua mente. Non fare
affidamento su di essa, e solo se riuscirai a conseguire questa maturità che consiste nel
non fidarsi della tua mente, queste tecniche saranno realmente semplici, utili, funzionali.
Faranno miracoli; possono fare miracoli. Queste tecniche, questi metodi non possono
assolutamente essere compresi intellettualmente. Io sto tentando l’impossibile, ma allora
perché lo faccio? Se non possono essere compresi intellettualmente, perché te ne parlo?
Non possono essere compresi intellettualmente, ma non c’è nessun altro modo di renderti
consapevole di certe tecniche che possono cambiare totalmente la tua vita. Puoi capire
solo l’intelletto, e questo è un problema. Non puoi capire nient’altro: puoi capire solo
l’intelletto. E queste tecniche non possono essere comprese intellettualmente. Perciò
come comunicare? O acquisti la capacità di capire senza disturbare l’intelletto, o si deve
trovare qualche metodo per rendere intellettualmente comprensibili queste tecniche. La
seconda cosa non è possibile, ma è possibile la prima. Dovrai cominciare in modo

intellettuale, ma senza sviluppare un attaccamento all’intelletto. Quando dico: “Fa’”, prova
a fare. Se qualcosa comincia ad accadere dentro di tu, sarai in grado di gettare in disparte
il tuo intelletto, e di raggiungermi direttamente senza l’intelletto, senza alcuno sforzo,
senza il mediatore. Ma comincia a fare qualcosa. Possiamo andare avanti a parlare per
anni e anni, la tua mente può essere farcita di molte nozioni, ma ciò non sarà di aiuto.
Anzi, potrebbe nuocerti perché cominceresti a sapere molte cose, e se sai molte cose, ti
confondi. Non è bene sapere molte cose. E’ bene sapere poco e praticarlo.
Una tecnica
sola può essere d’aiuto: qualcosa che viene fatto è sempre d’aiuto. Che difficoltà c’è nel
farlo? In profondità, da qualche parte dentro di te, c’è paura. La paura è che, se pratichi la
tecnica, qualcosa può smettere di accadere – quella è la paura. Può sembrare
paradossale, ma ho incontrato un’infinità di persone che credono di voler cambiare.
Dicono di aver bisogno della meditazione; ricercano una profonda trasformazione, ma, nel
profondo, anche spaventate. Sono duplici, doppie; hanno due menti. Continuano a
chiedere cosa fare senza agire mai. Perché continuano a domandare? Solo per ingannare
se stessi e sul fatto di essere veramente interessante alla trasformazione. Ecco perché
chiedono. Questo dà loro una facciata, l’apparenza di essere sinceramente interessante a
cambiare se stesse. Ecco perché domandano, vanno da questo o da quel guru, trovano,
provano, ma non fanno mai niente: nel profondo hanno paura. Erich Fromm ha scritto un
libro, La paura della libertà. Il titolo sembra contraddittorio. Ognuno pensa di amare la
libertà, ognuno pensa di cercare la libertà – in questo mondo e anche in “quel mondo”.
“Vogliamo moksha, liberazione: vogliamo liberarci da tutte le limitazioni, da tutte le
schiavitù. Vogliamo essere totalmente liberi” dicono. Ma Erich Fromm sostiene che l’uomo
ha paura della libertà. Noi vogliamo la libertà, continuiamo a dire che la vogliamo,
continuiamo a convincere noi stessi di volerla, ma nel profondo ne abbiamo paura. Non la
vogliamo! Perché? Perché c’è questa dualità? La libertà crea paura, e la meditazione è la
più profonda libertà possibile. Non vieni liberato solo dalle limitazioni esteriori, ma anche
dalla schiavitù interiore, dalla mente stessa, la base della schiavitù. Vieni liberato
dall’interno passato. Nel momento in cui sei in uno stato di nonmente, il passato
scompare: hai trasceso la storia. Ora non c’è più società, religione, scrittura, tradizione,
perché tutte queste cose hanno la loro dimora nella mente. Ora non c’è più passato né
futuro, perché passato e futuro sono parte della mente, della memoria e
dell’immaginazione. In questo caso sei qui e ora nel presente. Adesso non ci sarà più
futuro. Ci sarà solo ora e ora e ora – un eterno ora. Allora sei completamente liberato,
trascendi tutte le tradizioni, tutta la storia, il corpo, la mente, ogni cosa. Si diventa liberi
dalla paura.
Una libertà assoluta? Allora tu dove sarai? Puoi forse esistere in una libertà
tale? Puoi forse avere il tuo piccolo “io”, il tuo ego in una libertà tale, in una vastità tale?
Puoi forse dire: “Io sono”? Puoi dire: “Io sono la schiavitù” Perché sei in grado di
conoscere i tuoi limiti. Quando non c’è più schiavitù, non ci sono più limiti. Tu diventi solo
uno stato, niente di più: assoluto nulla, vuoto. Questo crea paura, perciò si continua a
parlare di meditazione, di come va praticata, e si continua a non farla. Tutte le domande
sorgono da questa paura; sentila. Se la conosci, scomparirà. Se non la conosci,
continuerà. Sei pronto a morire in senso spirituale? Sei pronto a non essere? Quando
qualcuno andava dal Buddha, lui gli diceva: “Questa è la verità fondamentale: tu non
esisti. E dato che non esisti, non puoi morire, non puoi nascere; e dato che non esisti, non
puoi soffrire, non puoi essere schiavo. Sei pronto ad accettare tutto questo?”. Il Buddha
chiederebbe: “Sei pronto ad accettarlo? Se non lo sei, per adesso non provare alcuna
meditazione. Prima cerca di scoprire se esisti realmente oppure no. Prima medita su
questo. Esiste un sé? Esiste una qualche sostanza dentro di te, o sei solo una
combinazione? Se hai intenzione di scoprirlo, troverai che il tuo corpo è una
combinazione: qualcosa è venuto da tua madre, qualcosa è venuto da tuo padre, e tutto il
resto è venuto dal cibo. Questo è il tuo corpo. Tu non sei in questo corpo, non c’è un sé.

Contempla la mente: qualcosa è venuto da qui, qualcosa da là. La mente non ha niente
che sia originale, è solamente un’accumulazione. Cerca di scoprire se vi sia sé nella
mente. Se vai in profondità, troverai che la tua identità è proprio come una cipolla. La peli
di uno strato e ne appare un altro, peli l’altro strato e ne appare ancora un altro. Continui a
pelare strati, e alla fine arrivi al nulla. Tolti tutti gli strati, non c’è niente dentro. Il corpo e la
mente sono come cipolle: quando li hai pelati via, arrivi a incontrare il nulla, un abisso, un
vuoto senza fondo. Il Buddha lo chiamò shunya. L’incontro con questo shunya, l’incontro
con questo vuoto genera paura. Questa paura esiste: ecco perché non facciamo mai
meditazione. Ne parliamo, ma non facciamo mai niente. Questa paura esiste. Nel
profondo tu sai che c’è un vuoto, ma non puoi fuggire da questa paura. Qualsiasi cosa tu
faccia, la paura rimarrà, a meno che non la affronti: quello è l’unico modo. Una volta
incontrato il tuo nulla, una volta che sai che dentro sei come uno spazio vuoto, shunya, la
paura scomparirà,
Non ci può essere paura, perché questo shunya, questo vuoto, non può
essere distrutto. Questo vuoto non morirà. Ciò che era destinato a morire non esiste più,
non era nient’altro che gli strati di una cipolla. Ecco perché, molte volte, in profonda
meditazione, quando si arriva vicini a questo nulla, ci si spaventa e si comincia a tremare.
Ci si sente morire, si vuol fuggire questo nulla e ritornare nel mondo. E molti ritornano; poi
non si volgono mai più dentro di sé. E secondo me ognuno di voi, in una vita o nell’altra,
ha provato una qualche tecnica di meditazione. Siete arrivati vicini al nulla, poi la paura vi
ha afferrato e siete fuggiti. E quel ricordo è lì, radicato nella vostra memoria passata:
questo diventa l’ostacolo. Ogni volta che pensate di provare la meditazione, quel ricordo
passato radicato nella vostra mente inconscia vi turba di nuovo e vi dice: “Continua a
pensarci; non farlo. L’hai già fatto una volta”. E’ difficile trovare un uomo – e io ha scrutato
l’animo di molti uomini – che, una volta o l’altra, non abbia provato la meditazione in
qualche vita. Il ricordo c’è, ma non ne sei cosciente, non sei consapevole di dove sia: è
presente. Ogni volta che cominci a fare qualcosa, si presentano ostacoli che cominciano a
fermarti in molti modi. Perciò, se sei realmente interessato alla meditazione, investiga sulla
paura che ne hai. Sii sincero: hai paura? Se hai paura bisogna fare qualcosa rispetto alla
tua paura, non rispetto alla meditazione. Il Buddha era solito provare molti espedienti. A
volte qualcuno gli diceva: “Ho paura a provare la meditazione”. E questo è essenziale: il
Maestro deve sapere che tu hai paura. Non puoi ingannare il Maestro… e non ce n’è
bisogno, è come se ingannassi te stesso. Perciò, quando qualcuno diceva: “Ho paura
della meditazione”, il Buddha rispondeva: “Stai soddisfacendo il primo requisito”. Se tu in
prima persona ammetti di avere paura della meditazione, si può fare qualcosa, perché hai
portato alla luce una cosa profonda. Dunque, che cos’è la paura? Meditaci sopra. Và e
scopri da dove viene, qual è la fonte. Ogni paura è fondamentalmente orientata verso la
morte. Qualunque sia la sua forma, la sua modalità, qualunque sia il suo aspetto, il suo
nome, ogni paura è orientata verso la morte. Se vai in profondità, scoprirai di aver paura
della morte. Se qualcuno andava dal Buddha e diceva: “Ho paura della morte, l’ho
scoperto”, il Buddha rispondeva: “Vai al ghat, vai al cimitero, e medita su una pira
funeraria. Di gente ne muore ogni giorno: verranno cremati. Rimani lì al marghat, il
cimitero, e medita sulla pira funeraria. Quando i familiari se ne saranno andati, tu rimani li.
Osserva semplicemente il fuoco, il corpo che arde. Quando tutto sta diventando fumo, tu
osserva profondamente. Non pensare: medita semplicemente su tutto ciò per tre mesi, sei
mesi, nove mesi. “Quando per te diventerà una certezza che non si può sfuggire alla
morte, quando sarai assolutamente certo che la vita implica la morte, che la morte è
necessaria alla vita, che ci sarà la morte, che non c’è via di scampo e che ci sei già dentro,
solo allora torna da me”. Dopo aver meditato sulla morte, dopo aver visto ogni giorno,
notte e giorno, corpi senza vita che vengono cremati, dissolti in cenere – rimane solo fumo
e poi scompare – dopo aver meditato per mesi interi, sorgerà una certezza: la certezza
che la morte è inevitabile; in realtà è l’unica certezza, l’unica cosa certa nella vita è la

morte. Tutto il resto è incerto: può essere o può anche non essere, ma della morte non
puoi dire che può essere o può anche non essere: è, ci sarà, è già accaduta. Nel momento
in cui sei entrato nella vita, sei entrato nella morte. Adesso non si può fare più niente.
Quando la morte è certa, la paura scompare. La paura riguarda sempre cose che possono
essere cambiate. Se la morte è inevitabile, la paura scompare. Se sei in grado di
cambiare, di fare qualcosa riguardo alla morte, la paura rimane. Se nulla può essere fatto,
se ci sei già dentro, è assolutamente certo che la paura scompaia. E quando accade, il
Buddha ti permetterà di meditare. Ti dirà: “Ora puoi meditare”. Perciò addentrati anche tu
nella mente; ascoltare queste tecniche ti sarà d’aiuto solo quando le tue barriere interiori
saranno spezzate, quando le tue paure interiori spariranno e tu sarai certo che la morte è
la realtà. Perciò se muori in meditazione, la paura non esiste – la morte è certa. Anche se
la morte accadesse durante la meditazione, non ci sarebbe la paura. Solo allora potresti
muoverti, e potresti muoverti come un razzo perché non ci sarebbero ostacoli. Non è la
distanza a richiedere tempo, ma le tue barriere. Puoi muoverti in questo istante se non ce
ne sono. Sei ancora fermo a causa della barriera. E’ una corsa a ostacoli, e tu continui ad
aggiungere sempre di più. Ti senti bene quando ne superi uno. Ti senti bene perché ora lo
hai superato. E l’idiozia, la stupidità di tutto ciò sta nel fatto che sei stato tu a mettere
l’ostacolo, prima non c’era mai stato. Tu continui a piazzare ostacoli, a saltarli, quindi a
sentirti bene; poi continui a porre nuovi ostacoli, e a saltare. Ti muovi in un circolo e mai,
mai raggiungi il centro. La mente crea ostacoli perché ha paura.
Ti darà molte spiegazioni
sul perché non fai meditazione. Non crederle. Vai in profondità, scopri la causa che sta
alla base. Perché una persona continua a parlare di cibo, e malgrado ciò non mangia mai?
Qual è il problema? Sembra pazza! Un altro continua a parlare d’amore e non ama mai,
un altro continua a parlare di qualcos’altro senza fare mai niente. Questo parlare diventa
ossessivo, diventa compulsivo. Si continua; si pensa che il dire sia come il fare. Se parli, ti
sembra di fare qualcosa, perciò ti senti a tuo agio. Fai qualcosa: quanto meno parli,
quanto meno leggi, quanto meno ascolti. Questo non è fare. Questo è ingannevole. Non
cadere nell’inganno. Io parlerò di questi centododici metodi, non per nutrire la tua mente,
non per renderti più istruito, non per renderti meglio informato. No sto cercando di farti
diventare un pandit. Sto parlando per darti una tecnica che ti possa cambiare la vita.
Perciò, qualunque sia il metodo che ti attrae, non cominciare a parlarne: fallo! Non parlare
e fallo. La mente solleverà molte domande. Indaga a fondo prima di chiedere a me. Indaga
a fondo se quelle domande sono veramente importanti o se è solo la mente che ti sta
ingannando. Fai, poi chiedi. Allora le tue domande diventano pratiche. E io so quale
domanda è stata fatto dopo aver praticato e quale è stata fatta solo per curiosità, solo con
l’intelletto.
Perciò, gradualmente, non risponderò affatto alle domande intellettuali. Fa
qualcosa, allora le tue domande avranno significato. Dopo aver praticato non farai
domande in cui sostieni: “Questo esercizio è molto semplice”. Non è così semplice. Alla
fine devo ripeterlo: tu sei già la verità. E’ necessario solo un certo risveglio. Non devi
andare da nessun’altra parte; devi andare dentro te stesso e puoi farlo in questo preciso
istante: se riesci a mettere da parte la mente, ci entri qui e ora. Queste tecniche servono a
mettere da parte la mente. Queste tecniche in realtà non servono a meditare: servono a
mettere da parte la mente. Una volta che la mente non c’è più, tu sei ! Penso che questo
basti per oggi, addirittura che sia più che sufficiente.

 



Osho, il libro dei segreti. pp 32- 47

sabato 31 dicembre 2016

Amore e meditazione - Osho

La seconda domanda: “Tu hai detto che se una persona riesce ad amare veramente, allora basta l’amore e i centododici metodi di meditazione non sono necessari. E io sento di amare veramente, credo, con il vero amore che hai spiegato tu. Ma la beatitudine che incontro nella meditazione mi pare che appartenga a una dimensione alquanto diversa dalla profonda soddisfazione della quale ho esperienza nell’amore, e non posso neppure immaginare di stare senza meditazione. Spiegaci perciò un po’ di più com’è che l’amore da solo, senza la meditazione, può bastare”.

Ci sono molte cose da capire. Primo, se tu fossi veramente innamorato non chiedesti nulla sulla meditazione, perché l’amore è un appagamento così totale che non c’è mai la sensazione che manchi qualcosa, che ci sia un vuoto che deve essere colmato, che tu abbia ancora bisogno di qualcosa. Se senti che hai bisogno di altro, c’è un vuoto. Se senti che c’è ancora qualcosa da fare e da sperimentare, allora l’amore è solo una sensazione, non una realtà. Non metto in dubbio che tu lo creda: puoi credere di essere innamorato. Lo credi veramente, non stai ingannando nessuno. Senti di essere innamorato, ma i sintomi dimostrano che non lo sei. Quali sono i sintomi dell’essere innamorati? Tre. Primo, assoluta soddisfazione. Nient’altro è più necessario, neanche Dio. Secondo, non c’è futuro. Questo istante d’amore è l’eternità. Non c’è alcun momento successivo, alcun futuro, alcun domani. L’amore accade nel presente. E terzo, tu cessi di esistere, non esisti più. Se ci sei ancora, non sei ancora entrato nel tempio dell’amore. Se queste tre cose accadono... se non esisti più, chi mediterà? Se non esiste nessun futuro, tutti i metodi diventano inutili perché tutti i metodi esistono in funzione del futuro, del risultato. E se in questo istante tu sei soddisfatto, sei assolutamente appagato dove sta la ragione per fare alcunché? Esiste una scuola di psicologi, ed è una delle correnti più importanti del pensiero moderno che ha avuto inizio con Wilhelm Reich. Reich diceva che ogni malattia mentale sorge a causa della mancanza d’amore. Questo essere insoddisfatto agogna la soddisfazione in dimensioni multiple poiché non riesce a provare un amore profondo, a immettervi tutto se stesso. Quando dico: “Se riesci ad amare, nulla è più necessario”, non intendo dire che allora l’amore è sufficiente, ma che, quando ami profondamente, l’amore diventa una soglia, proprio come la meditazione. Ma come agisce la meditazione? In questi tre metodi: ti creerà appagamento, ti permetterà di rimanere nel presente – ti aiuterà a rimanere nel presente- e distruggerà il tuo ego. La meditazione fa queste tre cose, con qualunque metodo. Perciò lo si può dire così: l’amore è il metodo naturale. Se manca il metodo naturale, allora deve essere fornito quello artificiale. Ma ci si può sentire innamorati; allora queste tre cose diventeranno i criteri. Si provvederà a renderli le pietre di paragone, il parametro. Si osserverà se queste tre cose si verificano. Se non si verificano, l’amore può essere molte altre cose, ma non amore. E l’amore è un fenomeno grandioso: può essere molte cose. Può essere lussuria; può essere semplicemente sesso; può essere solo una tendenza possessiva; può essere solo un’occupazione perché non riesci a stare da solo, e hai bisogno di qualcuno perché hai paura e hai bisogno di sicurezza. La presenza dell’altro ti aiuta a essere sicuro. Oppure può essere solo una relazione sessuale. L’energia ha bisogno di sfoghi. L’energia continua ad accumularsi e poi diventa un peso: devi gettarla e lasciarla libera. Perciò il tuo amore potrebbe essere solo uno sfogo. L’amore può essere molte cose e l’amore è molte cose. E, in genere, l’amore è molte cose accetto amore. Per me, l’amore è meditazione. Perciò prova a far questo: sii in meditazione con il tuo amante. Tutte le volte in cui è presente sii in profonda meditazione.
Rendiate questa presenza reciproca uno stato meditativo. In genere fai proprio l’opposto.
Quando gli amanti sono insieme, litigano. Quando poi sono di nuovo separati, di nuovo si pensano a vicenda. Ma quando vengono messi insieme nuovamente, il litigio ricomincia.
Questo non è amore! Suggerirò quindi alcuni punti: fa della presenza della tua amata o del tuo amante uno stato meditativo. State in silenzio. State vicini, ma restate in silenzio.
Usate ciascuno la presenza dell’altro per lasciar cadere la mente; non pensate. Se stai pensando mentre il tuo amante è con te, allora non sei con il tuo amante. Come puoi esserlo? Siete entrambi lì, eppure distanti chilometri. Tu stai pensando i tuoi pensieri, il tuo amante sta pensando i suoi. Siete vicini solo apparentemente, ma in realtà non lo siete, perché quando due menti stanno pensando sono agli antipodi. Il vero amore significa cessazione di pensiero. Alla presenza della tua amata o del tuo amante smetti completamente di pensare; solo allora siete vicini. All’improvviso siete una cosa sola, i corpi non vi possono separare: in profondità nel corpo qualcuno ha infranto la barriera. Il silenzio infrange la barriera: questa è la prima cosa. Fa della tua relazione un fenomeno sacro. Quando sei veramente innamorato, l’oggetto d’amore diventa divino. Se non lo è, sappi che non è una relazione d’amore: è impossibile. Una relazione d’amore non è una relazione profana. Ma hai mai provato riverenza per la tua amata? Puoi aver provato molte altre emozioni, mai riverenza. Sembra inconcepibile, ma l’India ha provato moltissime vie... Ecco perché l’India ha sempre insistito sul fatto che questa relazione d’amore tra l’uomo e la donna dovrebbe essere un fenomeno sacro, non una relazione mondana.
L’amante, l’amata diventano divini. Non puoi guardarli in nessun altro modo. Mi chiedo se hai mai provato riverenza per tua moglie. La cosa stessa pare non essere pertinente, riverenza per una moglie? Non se ne parla neppure. Puoi sentire biasimo, puoi sentire qualunque cosa, mai riverenza. La relazione è solo mondana; vi state usando reciprocamente. La moglie può anche dire di rispettare suo marito, ma non ho mai visto una sola donna che veramente lo rispettasse. Tradizionalmente, giacché è una convenzione rispettare il marito, la moglie continua a dire che lo rispetta, e perciò non pronuncia neppure il suo nome. Non per rispetto, potrebbe pronunciare qualsiasi cosa: ma non pronuncia il suo nome solo per tradizione. La riverenza è la seconda cosa. Alla presenza della tua amata o del tuo amante prova riverenza. Se non riesci a vedere il divino nella tua amata o nel tuo amante non puoi vederlo da nessun’altra parte: come puoi vederlo in un albero con il quale non hai alcuna relazione? Quando nessuna profonda intimità prevale, come puoi vederlo in una pietra o in un albero? Sono privi di qualunque relazione. Se non riesci a vederlo nella persona che ami, se Dio non è sentito lì, non può essere sentito da nessun’altra parte. E se lì viene sentito, presto o tardi lo sentirai ovunque, perché una volta spalancata la soglia, una volta che hai avuto una fugace visione del divino in una persona, non puoi più dimenticarti quella visione e, di conseguenza ogni cosa diventa una soglia. Per questo dico che l’amore in sé è una meditazione. Perciò non pensarli in contrasto, amare o meditare. Non intendevo questo.
Non cercare di scegliere tra amare e meditare. Ama meditativamente oppure medita con amore. Non creare alcuna divisione. L’amore è un fenomeno molto naturale, e può essere usato come veicolo. E il Tantra lo ha usato come veicolo, non solo l’amore: persino il sesso. Il Tantra dice che in un atto sessuale profondo puoi meditare facilmente, al punto che non sarà mai altrettanto facile in nessun altro stato mentale, perché questa è un’estasi naturale, biologica. Ma tutto quanto è conosciuto come atto sessuale, lo è in forma molto pervertita. Perciò tutte le volte che si parla di queste cose, ti senti a disagio, perché tutto ciò che conosci sotto il nome di “sesso” non è sesso. E’ solo un’ombra, perché la società ha educato la tua mente contro il sesso. Tutti sono persone represse, perciò il sesso naturale è impossibile. E ogni volta che ti trovi nell’atto sessuale è sempre presente un profondo senso di colpa. Quel senso di colpa diventa una barriera, e perdi una delle più grandi opportunità. Avresti potuto usarla per penetrare profondamente dentro di te. Il Tantra dice di essere meditativi durante l’atto sessuale. Senti l’intero fenomeno come sacro, non sentirti colpevole. Anzi, sentiti benedetto perché la natura ti ha dato una fonte tramite la quale puoi immediatamente immergerti nell’estasi. E poi sii totalmente libero.
Non reprimerti, non opporre resistenza. Lascia che la comunione sessuale s’impossessi di te. Dimenticati di te stesso; getta via tutte le tue inibizioni. Sii assolutamente naturale, e sentirai nel corpo una musica profonda. Quando entrambi i corpi diventano una sola armonia, ti dimenticherai completamente chi sei e, tuttavia, esisterai. Ti dimenticherai dell’io”: non ci sarà più alcun “io”, ma solo l’esistenza che gioca con l’esistenza, un essere con un altro. E i due diventeranno una cosa sola. Non ci sarà più alcun pensare; il futuro cesserà e tu sarai nel presente in questo stesso istante. Fanne una meditazione senza senso di colpa, senza inibizione, e allora il sesso si trasformerà. Allora il sesso stesso diventerà una soglia. E se il sesso diventa una soglia, un po’ alla volta cessa di essere sessuale. E viene il momento in cui il sesso se n’è andato: solo il profumo è rimasto. Quel profumo è l’amore. Successivamente anche quel profumo scompare, allora ciò che rimane è il smadhi. Il Tantra dice che nulla deve essere considerato come un nemico: ogni energia è amica; è necessario solo sapere come usarla. Perciò non fare alcuna scelta: trasforma il tuo amore in meditazione e trasforma la tua meditazione in amore. In questo modo dimenticherai ben presto la parola, e conoscerai la cosa reale che non è la parola. La parola “amore” non è l’amore, la parola “meditazione” non è la meditazione, e la parola “Dio” non è Dio. Queste sono solo parole. E se riesci a penetrare all’interno, allora Dio, la meditazione, l’amore diventano tutti una cosa sola.


Osho, Il libro dei segreti

venerdì 30 dicembre 2016

Il metodo e il fine - Osho

La prima domanda: Se illuminazione e samadhi significano consapevolezza totale, consapevolezza cosmica, consapevolezza omnipervasiva, sembra molto strano chiamare centratura questo stato di consapevolezza cosmica, dal momento che la parola ‘centratura’ implica la concentrazione in un punto. Perché dunque la consapevolezza cosmica, o samadhi, è chiamata centratura?”.

La centratura è il sentiero, non la meta. La centratura è il metodo, non il risultato. Il samadhi non è chiamato centratura: la centratura è la tecnica per giungere al samadhi.
Naturalmente sembrano contradditori perché quando un individuo si realizza, si illumina, non rimane più alcun centro. Jacob Bohme ha detto che quando si arriva a Dio, questa esperienza può essere descritta in due modi: ora il centro è ovunque, oppure da nessuna parte; entrambe le cose hanno lo stesso significato. Perciò la parola “centratura” sembra contraddittoria, ma il sentiero non è la meta e il metodo non è il risultato. E un metodo può essere contraddittorio. Dunque dobbiamo comprenderlo perché questi centododici metodi sono metodi per centrarsi. Ma, una volta che diventerai centrato, esploderai. La centratura è solo il raccoglierti totalmente in un unico punto, una volta cristallizzato in un solo punto, quel punto, esplode automaticamente. Allora non c’è più alcun centro, oppure il centro è ovunque. Perciò la centratura è un mezzo per esplodere. Perché la centratura diventa il metodo? Se non sei centrato la tua energia non è focalizzata, è dispersa, non può esplodere. Un’esplosione ha bisogno di una grande energia. Esplosione significa che tu ora non sei disperso: sei in un punto solo. Diventi atomico, diventi un atomo spirituale. E solo quando sei abbastanza centrato da diventare un atomo, puoi esplodere. Allora si verifica un’esplosione atomica. Di quell’esplosione non si parla perché non è possibile, perciò viene dato solo il metodo. Del risultato non si parla: non è possibile. Se metti in pratica il metodo, il risultato seguirà, e non c’è modo di esprimerlo. Perciò ricorda: fondamentalmente la religione non parla mai dell’esperienza in sé, parla solo del metodo, mostra il “come”, non il “cosa”. Il “cosa” è lasciato a te. Se metti in pratica il “come”, ti arriverà il “cosa”. E non c’è modo di comunicarlo. Si può conoscere, ma non comunicare: è un’esperienza talmente infinita che il linguaggio diventa inutile. La vastità è tale che nessuna parola è in grado di esprimerla. Perciò viene dato solo il metodo. Si narra che il Buddha per quarant’anni abbia continuato a ripetere: “Non fatemi domande sulla verità, su Dio, sul nirvana, sulla liberazione. Non chiedetemi nulla in merito. Chiedetemi solo come arrivare fin lì. Posso mostrarvi il sentiero, ma non posso trasmettervi l’esperienza, neppure a parole”. L’esperienza è personale; il metodo è impersonale. IL metodo è scientifico, impersonale; l’esperienza è sempre personale e poetica. Che cosa intendo quando distinguo in questo modo? Il metodo è scientifico. Se riesci a metterlo in pratica, la centratura ne sarà il risultato inevitabile. Se la centratura non si realizza, sappi che da qualche parte hai mancato un punto essenziale, hai sbagliato il metodo, non lo hai seguito.
Il metodo è scientifico, la centratura è scientifica, ma quando arriva l’esplosione, quest’ultima è poetica. Con poetica intendo che ognuno di voi ne farà esperienza in un modo diverso. Non c’è alcun terreno comune, e ognuno l’esprimerà in un modo diverso. Il Buddha dice una cosa, Mahavira ne dice un’altra, Krishna dice qualcosa di ancora diverso e Gesù, Maometto, Mosè e Lao Tzu differiscono tutti, non nei metodi, ma nel modo in cui esprimono la loro esperienza. Sono tutti d’accordo su un punto solo: qualunque cosa stiano dicendo non esprime quello che hanno provato; sono d’accordo solo su quel punto.
Tuttavia, in qualche modo, cercano di comunicarla, di farne un accenno. Sembra impossibile, ma se hai un cuore empatico qualcosa può essere comunicato, e ciò richiede un accordo profondo, amore e riverenza. Perciò quando qualcosa viene comunicato, ciò non dipende da colui che la comunica, dipende da te. Se riesci a riceverlo con profondo amore e riverenza, qualcosa ti raggiunge. Ma se ne sei critico, non ti giungerà nulla.
Innanzitutto il messaggio è difficile da esprimere e, se sei critico persino quando viene espresso, diventa impossibile, e non ci sarà comunicazione. La comunicazione è molto delicata. Ecco perché in tutti questi centododici metodi, questo è stato completamente omesso, è solo accennato. Molte volte Shiva dice: “Fate questo e poi l’esperienza”, e poi tace; “Fate questo e poi la beatitudine”, e poi tace. La beatitudine, l’esperienza, l’esplosione: oltre di esse si nasconde l’esperienza personale. Ciò che non può essere espresso è meglio che non sia espresso, perché altrimenti verrà frainteso. Perciò Shiva tace: parla sempre di metodi, di tecniche, di come farlo. Ma la centratura non è il fine: è solo il cammino. E come mai la centratura accade, si sviluppa e cresce in un’esplosione?
Perché se molta energia è concentrata in un solo punto, il punto esploderà. Il punto è così piccolo e l’energia è così intensa che il punto non può contenerla; da ciò l’esplosione.
Questa lampadina può contenere una certa quantità di elettricità. Se l’elettricità è maggiore, la lampadina esploderà. Ecco il perché della centratura: quanto più sei centrato, tanto maggiore è l’energia nel tuo centro. Non appena ci sarà un’energia maggiore, il centro non sarà più in grado di contenerla: esploderà. Dunque è scientifico, è solo una legge scientifica. E se il centro non esplode, questo significa che non sei ancora centrato.
Una volta che sei centrato, l’esplosione seguirà immediatamente. Non c’è alcun intervallo di tempo. Perciò, se senti che l’esplosione non arriva, significa che non sei ancora focalizzato, non hai ancora un centro, hai ancora molti centri, sei ancora diviso, la tua energia è ancora dispersa, l’energia sta ancora movendosi verso l’esterno. Quando l’energia fuoriesce vieni solo svuotato, disperso. Alla fine diventerai impotente. Quando la morte arriva, in realtà sei già morto: sei solo una cellula morta. Hai continuato a scaricare energia all’esterno, perciò, qualunque sia la quantità di energia, diventerai vuoto entro un certo periodo di tempo. L’energia che fuoriesce significa morte. Tu stai morendo in ciascun istante: ti stai svuotando della tua energia; stai gettando via la tua energia, la stai dissipando. Dicono che persino il sole, che è rimasto lì per milioni e milioni di anni, un così grande serbatoio di energia, si stia costantemente svuotando, e che nel giro di quatto bilioni di anni morirà. Il sole morirà semplicemente perché non avrà energia da irradiare.
Muore ogni giorno perché i raggi trasportano la sua energia verso i confini dell’universo, se mai ci sono dei confini. L’energia fuoriesce. Solo l’uomo è capace di trasformare e di cambiare la direzione dell’energia. Altrimenti la morte è un fenomeno naturale: ogni cosa muore. Solo l’uomo è capace ci conoscere l’immortale, ciò che non muore. Perciò puoi condensare tutto questo in una legge. Se l’energia esce verso l’esterno ne conseguirà la morte e tu non saprai il significato della vita: potrai conoscere solo un lento morire, ma non sentirai mai l’intensità di essere vivo. Se l’energia esce, la morte ne è l’automatica conseguenza, e ciò vale per qualunque cosa, senza eccezioni. Se riesci a cambiare la direzione dell’energia, a far sì che non si muova verso l’esterno, ma verso l’interno, accade una trasformazione, un cambiamento. Questa energia che rientra all’interno si centra in te in un punto solo. Quel punto è proprio vicino all’ombelico perché in realtà sei nato come ombelico. Sei connesso a tua madre attraverso l’ombelico: la sua energia vitale si riserva in te attraverso l’ombelico e, una vota che il cordone ombelicale è tagliato, quando vieni separato dalla madre, diventi un individuo. Prima non lo eri, eri solo una parte di tua madre. Perciò la tua vera nascita ha luogo quando il cordone ombelicale è tagliato. In quel momento il bambino comincia la propria vita, diventa il proprio centro.
Quel centro si trova necessariamente a livello dell’ombelico, perché è attraverso l’ombelico che l’energia giunge al bambino. Era l’anello di connessione. E, che tu ne sia consapevole o meno, l’ombelico rimane ancora il centro. Se l’energia comincia a riversarsi all’interno, se cambi la direzione dell’energia in modo tale che entri, finirà nell’ombelico. Continuerà a entrare e si centrerà nell’ombelico. Quando ce n’è così tanta che l’ombelico non riesce più a contenerla, il centro esplode. In quell’esplosione tu, di nuovo, non sei più un individuo.
Non eri un individuo quando eri unito a tua madre; di nuovo non sarai più un individuo. Ha avuto luogo una nuova nascita: sei diventato una cosa sola con il cosmo. Ora non hai più un centro, non puoi dire: “Io”. Ora non c’è più alcun ego. Un Buddha, un Krishna continuano a parlare e a usare la parola “io”, ma è solo una convenzione, questi esseri non hanno alcun ego. Loro non sono. Il Buddha stava morendo. Il giorno in cui sarebbe morto moltissima gente, i discepoli, snnyasin si radunarono ed erano tutti tristi: piangevano e si lamentavano. Perciò il Buddha chiese: “Perché state piangendo?”. Qualcuno rispose: “Perché presto tu non ci sarai più”. Il Buddha rise e disse: “Ma io non ci sono stato per quarant’anni. Sono morto il giorno in cui mi sono illuminato. E’ da quarant’anni che non c’è il centro. Non piangete, dunque; non siate tristi. Ora nessuno sta per morire. Io non ci sono più! Tuttavia la parola ‘io’ dev’essere ancora usata, perfino per indicare che io non ci sono più”. La religione, tutto ciò che si intende per ricerca religiosa si occupa dell’energia che rientra all’interno. Come smuovere l’energia, come creare una totale inversione di direzione? Questi metodi sono d’aiuto. Perciò ricorda, la centratura non è il samadhi, non è l’esperienza, è la soglia che conduce all’esperienza. E quando l’esperienza accade non c’è alcuna centratura. La centratura è soltanto un passaggio. Ora tu non sei centrato, in realtà hai centri molteplici. Questa è la ragione per la quale io dico che ora non sei centrato. Quando divieni centrato, c’è un centro solo, e l’energia che andava agli altri centri ritorna; è un tornare a casa. Allora sei nel tuo centro; poi... l’esplosione. Di nuovo il centro non c’è più, ma tu non hai più centri molteplici: non c’è affatto alcun centro e sei diventato una cosa sola con il cosmo. Allora tu e l’esistenza significante la stessa e unica cosa. Per esempio, un iceberg galleggia in mare. L’iceberg ha un suo centro, ha un’individualità separata, è separato dall’oceano. In fondo in fondo non è separato perché non è nient’altro che acqua a una certa temperatura. La differenza tra l’acqua dell’oceano e l’iceberg non è nella sostanza, sostanzialmente sono la stessa cosa. La differenza è solo di temperatura. Poi sorge il sole, l’atmosfera si surriscalda e l’iceberg comincia a sciogliersi: scompare, si scioglie; alla fine non lo vedi più perché in esso non c’è alcuna individualità, alcun centro. E’ diventato tutt’uno con l’oceano. Tu e il Buddha, coloro che stavano crocifiggendo Gesù, e Gesù stesso, Krishna e Arjuna siete uguali. Arjuna è come un iceberg e Krishna è come un oceano. Non c’è alcuna differenza sostanziale: entrambi sono la stessa cosa, ma Arjuna ha una forma, un nome, un’esistenza individuale e isolata.
Lui sente: “Io sono”. Con questi metodi per centrarsi la temperatura cambierà, l’iceberg si scioglierà e quindi la differenza non ci sarà più. Quella sensazione oceanica è il samadhi; quell’essere un iceberg è la mente. E sentirsi oceanici e essere una nonmente. La centratura è soltanto il passaggio, il punto di trasformazione a partire dal quale l’iceberg non esisterà più. Prima di esso non c’era alcun oceano, solo un iceberg. Dopo non ci sarà più alcun iceberg, solo l’oceano. La sensazione oceanica è il samadhi: sentirsi una cosa sola con il Tutto. Ma io non sto dicendo di pensarti una cosa sola con il Tutto. Puoi pensarlo, ma il pensare viene prima della centratura. Questo non è realizzazione. Tu non sai: hai solo sentito dire, hai letto, Speri che un giorno possa accadere anche a te, ma non lo hai realizzato. Prima di centrarti puoi continuare a pensare, ma non serve a niente.
Dopo che ti sei centrato non pensi. Lo sai! E’ accaduto! Tu non esisti più, esiste solo l’oceano. La centratura è il metodo, il samadhi è il fine. Non si è detto nulla riguardo a ciò che accade nel samadhi perché nulla può essere detto. E Shiva è molto scientifico: non è affatto interessato a raccontare, è telegrafico, non usa una sola parola in più. Perciò accenna solo: “L’esperienza, la beatitudine, l’evento”. Non solo: a volte dice semplicemente “allora”. Dice: “Concentrati tra i due respiri e allora”. E si ferma. A volte dice semplicemente: Sii nel mezzo, proprio nel mezzo tra i due estremi, e a quel punto”.
Queste sono indicazioni: “quello “, “allora”, l’esperienza, la beatitudine, l’evento, l’esplosione. Ma poi si ferma completamente. Perché? Vorremmo che dicesse qualche cosa in più. Per due ragioni. Primo “quello” non può essere spiegato. Come mai? Ci sono pensatori, per esempio i positivisti moderni, gli analisti del linguaggio e altri in Europa, che dicono che ciò di cui si può avere esperienza può essere spiegato. E sostengono una tesi: dicono che se puoi farne esperienza, perché dunque non puoi parlarne? Dopo tutto cos’è un’esperienza? L’hai capita, perché dunque non puoi farla capire ad altri? Quindi dicono che se un’esperienza si verifica, può essere espressa. E se non puoi esprimerla, ciò dimostra semplicemente che non c’è alcuna esperienza. Sei una persona dalle idee confuse, vaga, nebulosa. E se non riesci neppure a esprimerti, non c’è possibilità che tu sia in grado di farne esperienza. A causa di questo punto di vista costoro sostengono che la religione è tutta ciarlataneria. Perché non puoi esprimere una cosa se dici di averne fatto esperienza? La loro tesi attrae molti, ma è infondata: lasciando da parte le esperienze religiose, neppure le esperienze ordinarie possono essere spiegate ed espresse, neppure esperienze molto semplici. Ho il mal di testa e, se tu non lo hai mai avuto, non posso spiegarti che cosa significhi. Questo non significa che io sia una persona dalle idee confuse, che io stia solo pensando e che non abbia alcuna esperienza. Il mal di testa c’è. Io ne faccio esperienza nella sua totalità, nella sua piena dolorosità. Tuttavia se tu non hai mai avuto l’esperienza di un mal di testa, non ti può essere spiegato, o illustrato.
Se invece anche tu ne hai avuto esperienza, allora naturalmente, non c’è alcun problema: può essere espresso. La difficoltà del Buddha sta in questo: deve parlare con dei non- Buddha, non con dei non-buddhisti, perché anche dei non-buddhisti possono essere dei Buddha. Gesù non è buddista, ma è un Buddha. La difficoltà esiste perché il Buddha deve comunicare con persone che non hanno fatto esperienza. Tu non sai cosa sia un mal di testa. Molti non lo hanno mai provato: hanno solo udito la parola, ma per loro non ha alcun senso. Puoi parlare della luce con un cieco, ma non potrai dargliene l’idea. Sente la parola “luce”, ascolta la spiegazione. Può comprendere l’intera teoria della luce, comunque la parola “luce” non gli dice niente. A meno che non possa farne esperienza, la comunicazione è impossibile. Dunque, prendi nota: la comunicazione è possibile solo se le due persone che comunicano tra di loro hanno avuto la stessa esperienza. Nella vita ordinaria siamo in grado di comunicare perché le nostre esperienze sono simili. Ma anche allora ci saranno difficoltà, se si comincia a spaccare il capello in quattro. Io dico che il cielo è blu e anche tu lo dici, ma come facciamo a decidere se la mia esperienza del blu è uguale alla tua? Non c’è alcun modo per decidere. Posso vedere una diversa sfumatura di blu e tu ne vedi una ancora differente, ma non ti può essere comunicato che cosa io veda dentro di me, che cosa sto provando. Posso semplicemente dire “blu”. Anche tu dici “blu”, ma il blu ha mille sfumature, non solo: ha mille significati. Nel mio schema mentale, “blu” potrebbe significare una cosa; per te potrebbe significare un’altra perché “blu” non è il significato. Il significato sta sempre nello schema della mente. Perciò, persino nelle esperienze comuni è difficile comunicare. Inoltre ci sono esperienze che appartengono all’ambito del trascendente. Per esempio, qualcuno s’innamora, prova qualcosa. La sua vita intera è in gioco, ma lui non riesce a spiegare che cosa gli sia accaduto, che cosa gli stia accadendo. E’ possibile che pianga, canti, danzi: queste sono indicazioni che qualcosa sta accadendo dentro di lui. Ma che cosa sta accadendo? Quando l’amore accade a qualcuno, che cosa accade realmente? E l’amore non è un fenomeno molto insolito. In un modo e nell’altro capita a tutti; tuttavia non siamo ancora riusciti a esprimere cosa accada all’interno. Ci sono persone che sentono l’amore come una febbre, come una sorta di malattia. Rousseau dice che la giovinezza non è il culmine della vita umana, perché è incline alla malattia chiamata amore. A meno che non si sia diventati vecchi a tal punto che l’amore ha perso tutto il suo significato, la mente rimane confusa e perplessa.
Perciò la saggezza è possibile solo in età molto, molto avanzata. L’amore non ti permetterà di essere saggio, questa è la sensazione. Ci sono altri che possono sentire diversamente. Coloro che sono veramente saggi taceranno di fronte all’amore. Non diranno nulla, perché il sentimento dell’amore è così infinito, così profondo, che il linguaggio lo tradirebbe inevitabilmente. E, se viene espresso, ci si sente colpevoli perché non si riesce mai a rendere giustizia al sentimento dell’infinito. Perciò si rimane in silenzio: quanto più profonda è l’esperienza, tanto minore è la possibilità di espressione. Il Buddha tacque riguardo a Dio, non perché non vi sia alcun Dio. E coloro che sono molto loquaci riguardo a Dio in realtà dimostrano di non averne alcuna esperienza. Il Buddha tacque.
Ogni volta che entrava in una città dichiarava: “Per piacere non chiedetemi nulla su Dio.
Potete chiedermi qualunque cosa, ma non su Dio”. Eruditi, pandit che non avevano in verità alcuna esperienza, ma solo delle conoscenze, cominciarono a parlare del Buddha e a diffondere delle voci dicendo: “Tace perché non sa. Se sapesse, perché non parlarne?”.
E il Buddha rideva, e quel riso poteva venir capito solo da pochissimi. Se non può essere espresso l’amore, come potrebbe essere espresso Dio? Inoltre ogni espressione è dannosa. Ecco perché Shiva tace riguardo a quell’esperienza. Giunge fino al punto a partire dal quale un dito può essere usato come indicazione: “Allora, quello, l’esperienza”, e poi tace. In secondo luogo, sarebbe non possa essere espresso veramente, ma solo parzialmente, tuttavia si possono creare dei paralleli che aiutano. Ma Shiva non usa neppure quelli, e c’è una ragione: infatti la nostra mente è così avida che quando viene detto qualcosa di quell’esperienza, vi si aggrappa. E quindi si dimentica il metodo e si ricorda solo l’esperienza, perché il metodo necessita di sforzo; un lungo sforzo che talvolta è noioso, a volte pericoloso. E’ necessario uno sforzo lungo e sostenuto. Perciò ci dimentichiamo del metodo. Ci ricordiamo del risultato e continuiamo a immaginarci, a sperare, a desiderare il risultato. E si può ingannare se stessi molto facilmente. Ci si può immaginare di aver già conseguito il risultato. Un paio di giorni fa era presente una persona; è un sannyasin, un uomo vecchio, molto vecchio. Prese il sannyas trent’anni fa, ora ne ha quasi settanta. Venne da me e disse: “Sono venuto per fare alcune indagini, per sapere una certa cosa”. Perciò gli chiesi: “Che cosa vuoi sapere?”. Improvvisamente cambiò. Disse: “No, non proprio per sapere, volevo solo incontrarti, perché tutto ciò che si può sapere l’ho già saputo”. Per trent’anni ha continuato a immaginare, a desiderare – a desiderare la beatitudine, esperienze divine – e ora, alla sua età avanzata, è diventato debole e la morte è vicina. Ora si crea delle allucinazioni, per convincersi di averne fatto esperienza. Perciò gli dissi: “Se ne hai fatto esperienza, allora stà zitto. Stà qui con me per qualche istante perché non c’è bisogno di parlare”. A quel punto diventò irrequieto.
Replicò: “Va bene! Allora presumi che io non ne abbia fatto esperienza, e dimmi qualcosa”. Gli dissi: “Con me non c’è possibilità di presumere. L’hai conosciuto oppure non l’hai conosciuto. Quindi sii chiaro al riguardo. Se l’hai conosciuto, allora sta zitto. Stà qui per alcuni istanti e poi va’. Se non l’hai conosciuto, allora sii chiaro. Dimmelo”. Rimase perplesso. Era venuto per indagare su alcuni metodi. Perciò disse: “In realtà non ne ho fatto esperienza, ma ho pensato così tanto a: ‘Aham Brahmasmi – io sono il Braham’ che a volte mi dimentico che sto solo pensando. L’ho ripetuto così tanto, notte e giorno continuamente per trent’anni, che a volte mi dimentico del tutto che tutto che non l’ho conosciuto. E’ solo un detto preso in prestito”. E’ difficile ricordarsi che cosa sia sapere e che cosa sia esperienza. Si confondono, si mescolano e si fondono. Ed è molto facile sentire che il proprio sapere è diventato la propria esperienza. La mente umana è così ingannatrice, così astuta, che può accadere. Questa è un’altra ragione per la quale Shiva ha taciuto riguardo all’esperienza: non dice nulla in merito. Continua a parlare di metodi, tacendo completamente riguardo al risultato. Non puoi venire ingannato da lui. Questa è una delle ragioni per le quali questo libro, uno dei più validi, è rimasto del tutto sconosciuto. Questo Vigna Bhairava Tantra è uno dei libri più importanti che esistano al mondo. Nessuna Bibbia, nessuna Gita è così importante, eppure è rimasto completamente sconosciuto. La ragione? Contiene solo semplici metodi senza alcuna possibilità per la tua avidità di aggrapparti ai risultati. La mente vuole aggrapparsi ai risultati, non è interessata al metodo: è interessata al risultato finale. E se puoi eludere il metodo e raggiungere il risultato, la mente ne sarà estremamente felice. Qualcuno mi ha chiesto: “Perché così tanti metodi? Kabir ha detto: ‘Sahaj Samadhi bhali, sii spontaneo’.
L’estasi spontanea è quella buona, perché non c’è bisogno di metodi”. Gli ho risposto: “Se hai raggiunto il Sahaj Samadhi, l’estasi spontanea, allora, naturalmente, non ti serve alcun metodo. Non è necessario. Ma perché sei venuto qui?”. Mi ha detto: “Non l’ho ancora raggiunto ma sento che il Sahaj – ciò che è spontaneo – è la cosa migliore”. “Ma perché senti che ciò che è spontaneo è meglio?” ho chiesto. Poiché non viene proposto alcun metodo, la mente è contenta che tu non abbia niente da fare, e che tu possa avere tutto senza far nulla! E’ per questo che lo Zen è diventato una mania in Occidente, perché lo Zen dice di raggiungere lo scopo senza sforzo; lo sforzo non è necessario. Lo Zen ha ragione: non c’è alcun bisogno di uno sforzo, Ma, ricordati, per raggiungere questo punto di non-sforzo ti sarà necessario un lunghissimo sforzo. Per giungere a un punto in cui non è necessario alcuno sforzo, per giungere a un punto in cui tu possa restare nel no-fare, sarà necessario un lungo sforzo. Ma la conclusione superficiale, data dal fatto che lo Zen dice che non sia necessario alcuno sforzo, è diventata molto attraente in Occidente. Se non è necessario far fatica la mente dice che questa è la cosa giusta, perché puoi farla senza fare nulla. Ma nessuno riesce a farla. Suzuki, che ha divulgato lo Zen in Occidente, ha reso un buon servizio e al tempo stesso un cattivo servizio. E, alla lunga, quello cattivo prevarrà. Era un uomo molto autentico, uno degli uomini più autentici di questo secolo, e lottò tutta la vita per diffondere il messaggio dello Zen in Occidente. E da solo, con il suo unico sforzo, l’ha reso noto; ora è diventato una mania. Ci sono amici dello Zen in tutto l’Occidente: oggigiorno nulla attrae come lo Zen. Ma l’essenziale è stato perso di vista. Lo Zen ha tanto successo perché dice che non è necessario alcun metodo, che non è necessario alcun sforzo. Non devi fare nulla: l’evento fiorisce spontaneamente. E’ giusto, ma tu non sei spontaneo, perciò in te non fiorirà mai. Essere spontanei... Sembra assurdo e contraddittorio perché hai bisogno di molti metodi per essere spontaneo, per purificarti, per renderti innocente, altrimenti non puoi essere spontaneo in nulla. Il Vigyana Bhairava Tantra venne tradotto in inglese da Paul Reps. Reps ha scritto un bellissimo libro, La porta senza porta, e nell’appendice ha incluso il Vigyana Bhairava Tantra. Il suo libro si occupa dello Zen, ma in appendice ha aggiunto anche questi centododici metodi, e li ha definiti uno scritto “pre-Zen”. A molti seguaci dello Zen non piacque perché dissero che secondo lo Zen non è necessario alcun sforzo, alcun metodo, mentre questo libro si occupa solo dello sforzo, solo di metodi. Perciò è “anti-Zen”, non “pre-Zen”. Da un punto di vista superficiale hanno ragione, ma in profondità no, perché per acquisire un essere spontaneo si deve fare un lungo viaggio. Uno dei discepoli di Gurdjieff, Ouspensky, quando qualcuno gli chiedeva qualcosa sulla via era solito dire: “Noi non sappiamo nulla di ciò che riguarda la via. Insegniamo solo dei passi che conducono alla via. La via non ci è nota”. Non crederti già sulla via. Anch’essa è ben lontana. Da dove sei, da questo punto, anche la via è lontana. Perciò prima devi giungervi. Ouspensky era un uomo molto umile, ed è molto difficile essere religiosi ed essere umili, molto, molto difficile, perché una volta che cominci a sentire di sapere, la testa impazzisce. Diceva sempre: “Noi della via non sappiamo nulla.
E’ molto lontana, e per ora non è necessario discuterne”. Ovunque ti trovi, prima devi creare un anello, un piccolo ponte, un cammino che ti conduca alla via. La spontaneità – il sahaj yoga – è molto lontano da te. Là dove ti trovi tu sei totalmente artificiale, educato e colto. Nulla è spontaneo, “nulla, lo sottolineo, è spontaneo. E se nella tua vita nulla è spontaneo, come può esserlo la religione? Se nulla è spontaneo neppure l’amore lo è; persino l’amore è un contratto, un calcolo, uno sforzo. In quel caso nulla può essere spontaneo ed è impossibile esplodere spontaneamente nel cosmo. Nella situazione in cui ti trovi, in quello stato di cose, è impossibile. Come prima cosa dovrai sbarazzarti di tutta la tua artificialità, tutti i tuoi falsi atteggiamenti, tutte le tue colte convenzioni, tutti i tuoi pregiudizi. Solo allora potrà accadere un evento spontaneo. Questi metodi ti aiuteranno ad arrivare a un punto a partire dal quale non è più necessario fare alcunché: il tuo semplice essere è sufficiente. Ma la mente può ingannare, e la mente inganna facilmente, perché in questo modo può consolarsi. Shiva non parla mai di risultati, solo di metodi. Ricordati questa enfasi. Fa qualcosa, in modo che possa esistere un momento in cui nulla sarà necessario, in cui il tuo essere centrale potrà semplicemente dissolversi nel cosmo. Ma lo si deve conseguire. Lo Zen attrae per la ragione sbagliata, e lo stesso vale per Krishnamurti, perché anche lui dice che non è necessario alcuno yoga, non è necessario alcun metodo, non esiste alcun “metodo” di meditazione. Ha ragione. Ha ragione, ma Shiva dice che ci sono questi centododici metodi di meditazione, e anche Shiva ha ragione. Per quanto ti riguarda, Shiva ha più ragione. Se devi scegliere tra Shiva e Krishnamurti, scegli Shiva. Krishnamurti non ti serve a nulla. Per aiutarti posso dirti perfino questo: Krishnamurti sbaglia completamente. Ed è dannoso. Ricorda: anche questo lo dico per aiutarti, perché se segui le sue parole non raggiungerai il sammadhi.
Raggiungerai solo una conclusione: che non è necessario alcun metodo. E questo è pericoloso. Per te il metodi è necessario! Arriva un momento in cui non è più necessario alcun metodo, ma per te quel momento non è ancora giunto. E prima di quel momento è pericoloso sapere qualcosa su ciò che dovrà seguire. Ecco perché Shiva tace: non dice nulla del futuro, di ciò che avverrà. Si accompagna semplicemente a te, a ciò che sei e a ciò che si deve fare con te. Krishnamurti continua a parlare in termini che non puoi comprendere. Se ne sente la logica. La logica è giusta, è bella. Va benissimo che tu riesca a ricordare la logica di Krishnamurti: dice che, se stai praticando qualche metodo, chi è che lo sta praticando? E’ la mente che lo pratica. E come può un metodo praticato dalla mente dissolvere la mente? Non è possibile, anzi, al contrario, la rafforzerà ancora di più; rafforzerà la tua mente ancora di più. Diventerà un condizionamento, sarà falso. Perciò la meditazione è spontanea, tu non puoi fare nulla in merito. Che cosa puoi fare per amare?
Puoi forse praticare un metodo per amare? Se lo pratichi, il tuo amore sa à falso. Accade: non può essere praticato. Se persino l’amore non può essere praticato, come può essere praticata la preghiera? Come può essere praticata la meditazione? La logica è esatta, è assolutamente giusta, ma non per te, perché se continuerai ad ascoltarla, ne sarai condizionato. E coloro che da quarant’anni danno ascolto a Krishnamurti sono le persone più condizionate che io abbia mai incontrato. Dicono che non esiste alcun metodo e, malgrado ciò, sono ancora al punto di partenza. Io dico: “Voi avete capito che non c’è alcun metodo e non praticate alcun metodo, ma la spontaneità è forse fiorita in voi? Loro rispondono: “No!”. E se io dico loro: “Allora praticate un qualche metodo”, immediatamente scatta il loro condizionamento. Replicano: “Non c’è alcun metodo”. Non hanno praticato alcun metodo e il samadhi non è accaduto. E se tu dici loro: “Allora provate qualche metodo”, loro sostengono che non esiste alcun metodo. Così sono in un dilemma: non si sono mossi di un millimetro, perché è stato detto loro qualcosa che non era per loro. E’ come fare educazione sessuale a un bambino. Puoi continuare a insegnare, ma stai dicendo cose che sono ancora senza senso per il bambino. Il tuo insegnamento sarà pericoloso perché stai condizionando la sua mente, e non è questo ciò di cui ha bisogno; la cosa non lo preoccupa. Non conosce il significato del sesso perché le sue ghiandole non funzionano ancora. Il suo corpo non è ancora sessuale. La sua energia non si è ancora mossa biologicamente verso il centro sessuale, e tu gliene stai già parlando. Pensi forse che gli possa venire insegnata qualunque cosa solo perché ha le orecchie? Pensi forse di potergli insegnare qualunque cosa solo perché annuisce? Puoi insegnare, e il tuo insegnamento può diventare pericoloso e nocivo. Per lui il sesso non è materia da indagare. Per lui non è ancora diventato un problema; il bambino non è ancora giunto a quel punto di maturità in cui il sesso diventa importante. Aspetta! Quando comincia a indagare, quando matura e fa domande, allora parlagliene. E non dirgli mai più di quanto non possa capire perché quel di più diventerà un peso sulla sua testa. Lo stesso vale per il fenomeno della meditazione. Ti si possono insegnare solo i metodi, non i risultati. Questo è fare un salto, e fare un salto senza avere un punto d’appoggio nel metodo si riduce a una faccenda cerebrale, a un affare mentale. In questo modo perderai sempre la parte essenziale del metodo. E’ come con i bambini quando fanno aritmetica. Possono sempre tornare al libro e conoscere la risposta. La risposta è lì: alla fine del libro vengono date le risposte. Possono guardare una domanda, poi andare alla fine e sapere la risposta. E una volta che un bambino conosce la risposta è molto difficile per lui imparare il metodo, perché sembra che non sia necessario. Visto che sa già la risposta non ce n’è bisogno. In realtà farà tutto con ordine inverso: arriverà alla risposta attraverso qualunque falso, pseudo-metodo. Conosce l’essenziale, conosce la risposta, perciò può arrivarci semplicemente creando un falso metodo. E lo stesso capita nella religione: sembra che anche nella religione ognuno faccia proprio come i bambini. La risposta non ti fa bene. C’è la domanda, c’è il metodo, e tu devi arrivare alla risposta. Nessun altro dovrebbe dartela. I veri insegnamenti non ti aiutano a conoscere la risposta prima che il processo sia compiuto, ti aiutano semplicemente a passare attraverso il processo. E se anche hai saputo la risposta in qualche modo, o l’hai rubata da qualche parte, diranno che è sbagliata. Potrebbe essere corretta, ma loro diranno: “Questo è sbagliato. Sbarazzatene: non è necessario”. Ti impediranno di conoscere la risposta prima che tu giunga realmente a conoscerla. Questo è il motivo per cui non viene data alcuna risposta. L’amata di Shiva, Devi, gli ha posto delle domande. Lui dà dei semplici metodi. C’è la domanda, c’è il metodo. Sta a te elaborare, vivere la risposta. Perciò ricordati la centratura è il metodo, non il risultato. Il risultato è l’esperienza cosmica, oceanica. A quel punto non c’è più alcun centro.


Osho, Il libro dei segreti