venerdì 23 febbraio 2018
Il Bambino Trasparente - Gianni Rodari
Una volta, per sbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere quella che sembrava essere una palla di fuoco dietro la sua fronte. Disse poi la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita il bambino trasparente non disse più bugie.
Egli crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo. Ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e, prima che aprisse bocca, si potevano indovinare le sue risposte, quando gli si rivolgeva una domanda.
Egli si chiamava Michele, ma la gente lo chiamava Michele di cristallo. Tutti gli volevano bene per la sua lealtà e per la sua onestà. Vicino a lui tutti diventavano gentili.
Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore. Cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciare traccia. Chi si ribellava veniva fucilato. I poveri erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi. La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze.
Ma Michele non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri parlavano per lui. Dietro la fronte di quello che una volta era il bambino trasparente, tutti leggevano pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto poi, la gente ripeteva i pensieri di Michele come modo per avere speranza nel futuro.
Il tiranno fece arrestare Michele di cristallo. Poi ordinò di gettarlo nella più buia prigione. È allora che successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Michele fu rinchiuso, diventarono trasparenti! Dopo di essi anche i muri dell'intero edificio, e infine anche le mura esterne.
La gente che passava vicino alla prigione poteva vedere Michele seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo. Tutti continuavano a leggere i suoi pensieri.
Di notte la prigione emanava una grande luce. Il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire.
Michele di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.
Gianni Rodari
domenica 29 ottobre 2017
Contro chi lottiamo? - racconto sufi
Traduzione dallo spagnolo di Rita Napoli e Mario Fabi
La storia raccontata è di un vecchio anacoreta o eremita, vale a dire, una di quelle persone che per amore di Dio si rifugia nella solitudine del deserto, della foresta o in montagna per dedicarsi esclusivamente alla preghiera e alla penitenza.
Si lamentava sempre di aver troppo lavoro. La gente chiese come poteva essere che in quella solitudine ci fosse tanto lavoro.
Egli rispose: "Devo domare due falchi, badare a due aquile, mantenere quieti due conigli, stare attento ad un serpente, caricare un asino e sottomettere un leone."
Noi non vediamo animali nei pressi della grotta in cui vivi. Dove sono tutti questi animali?
Allora l'eremita diede una spiegazione che tutti capirono.
È perché questi animali li hanno tutti gli uomini, anche voi.
- I due falchi, si gettano su tutto quello che gli si presenta loro, buono e cattivo. Devo domarli affinché si fermino solo su una buona presa, SONO I MIEI OCCHI.
- Le due aquile con i loro artigli feriscono e annientano. Devo insegnare loro a mettersi solo al servizio e aiutino senza far male, SONO LE MIE DUE MANI.
- E i conigli vogliono andare dove vogliono, altri fuggono e schivano le cose difficili. Devo insegnare loro a essere tranquilli anche se c'è una sofferenza, un problema o qualsiasi cosa che non mi piace, SONO I MIEI PIEDI.
-La cosa più difficile è quello di stare attenti al serpente, anche se è chiuso in una gabbia di 32 canne. Sempre pronto a mordere ed avvelenare quelli che sono vicini non appena si apre la gabbia, se non la controllo strettamente, fa male, È LA MIA LINGUA.
-L'asino è molto testardo, non vuole compiere il suo dovere. Finge di essere stanco e non vuole portare il suo carico di tutti i giorni, È IL MIO CORPO.
-Infine, ho bisogno di domare il leone, vuole essere il re, vuole sempre essere il primo, è vanitoso e orgoglioso, È IL MIO CUORE.
venerdì 31 marzo 2017
Il racconto di Karapet di Tiflis - Gurdjieff
Ogni mattina la sirena svegliava gli operai della strada ferrata e gli impiegati del deposito. Ma siccome la stazione di Tiflis si trovava su una collina da cui il fischio raggiungeva quasi tutti i quartieri della città, non svegliava solo gli impiegati delle ferrovie ma anche l'altra gente. Mi sembra anzi che l'amministrazione municipale di Tiflis avesse avuto con l'amministrazione delle ferrovie uno scambio epistolare relativo al disturbo arrecato al sonno mattutino di pacifici cittadini.
L'obbligo di far funzionare la sirena era stato affidato proprio a Karapet, allora impiegato al deposito. Al mattino appena arrivato, prima di tirare la corda che azionava il fischio, costui sventagliava le braccia in tutte le direzioni e gridava solennemente, a pieni polmoni, come un mullah maomettano dall'alto del suo minareto:
«Tua madre è una... uhm! Tuo padre è un... uhm! Tuo nonno è il più grande... uhm! Che i tuoi occhi, il tuo naso, il tuo fegato, la tua milza, i tuoi calli., uhm!» In una parola, scagliava tutt'intorno le ingiurie peggiori che conosceva, e soltanto quando aveva finito impugnava la corda della sirena.
Avendo sentito parlare di Karapet e della sua abitudine, una sera decisi di andarlo a trovare dopo la fine del lavoro, portandomi dietro una botticella di vino di Cacezia; e dopo aver fatto "il rituale dei brindisi" ancora d'uso in quei paesi, gli chiesi – utilizzando la forma suggeritami dal codice di cortesia locale, s'intende – il motivo del suo modo d'agire.
Tracannò d'un colpo il suo bicchiere, e dopo aver intonato un famoso canto conviviale indispensabile in Georgia in simili circostanze – «Rimpinziamoci fino al collo, amici» – mi rispose senza fretta.
«Lei non beve il vino alla maniera moderna, e cioè solo per le apparenze; lei beve in maniera franca e onesta. Questo mi dimostra che se cerca i motivi del mio usuale comportamento non lo fa per semplice curiosità, come gl'ingegneri e i tecnici che mi perseguitano con le loro domande, ma lo fa perché veramente desidera sapere; e perciò io voglio – anzi, considero in tutta franchezza che devo – confessarle onestamente le scrupolose riflessioni che mi hanno condotto a comportarmi così.
In passato lavoravo al deposito come manovale nei turni di notte e dovevo lavare le caldaie delle locomotive. Dopo l'installazione di questa sirena a vapore, il capo-deposito, certamente considerando la mia età e quindi la mia crescente incapacità a svolgere mansioni pesanti, mi assegnò come compito unicamente l'obbligo di venire mattina e sera, a ora fissa, ad azionare il fischio.
Fin dalla prima settimana dopo l'assunzione nel mio nuovo servizio, notai che dopo aver eseguito il mio compito per una o due ore mi sentivo piuttosto a disagio.
Era uno strano sentimento... Cresceva di giorno in giorno, e finì per trasformarsi in un'angoscia istintiva che mi faceva perdere l'appetito persino per la zuppa di cipolle. Ci pensavo e ci ripensavo senza sosta, e cercavo di indovinarne la causa.
Ruminavo il mio problema con particolare intensità quando mi recavo al lavoro e quando me ne tornavo a casa.
Ma nonostante tutti i miei sforzi non riuscivo a trovare nessuna spiegazione, neanche approssimativa.
Le cose andarono avanti così per quasi sei mesi, e quando già avevo i calli alle mani a forza di tirare la corda della sirena, improvvisamente per un caso stranissimo riuscii a comprendere che cosa stava accadendo.
Lo shock che mi portò a una corretta comprensione e a un pieno convincimento fu provocato da un'esclamazione che udii nelle circostanze, davvero strane, che le racconterò.
Me ne andavo una bella mattina verso il mio deposito, senza aver dormito molto perché avevo passato una parte della notte da certi vicini a festeggiare il compleanno della loro nona figlia, e l'altra parte a leggere un libro, raro e molto interessante, che mi era capitato in mano per caso ed era intitolato Sogni e Magia. Mentre mi stavo affrettando alla volta della sirena, scorsi improvvisamente all'angolo della strada un infermiere di mia conoscenza, dipendente del servizio sanitario municipale, che mi fermò con un cenno.
La funzione di quest'infermiere consisteva nel percorrere a ore fisse le strade del paese, insieme con un aiutante che spingeva un carretto appositamente attrezzato, e nel catturare al passaggio tutti i cani randagi che non avevano al collare la targhetta metallica comprovante il pagamento della tassa municipale alla città di Tiflis. In seguito egli portava i cani al macello, dove venivano custoditi per due settimane a spese della città e nutriti coi resti della macellazione. Se durante questo periodo non erano stati reclamati dai loro padroni e se la tassa non era stata pagata, i cani, con una certa solennità, venivano inoltrati verso un'uscita che conduceva direttamente a un forno speciale.
Poco dopo dall'altro lato di questo notevolissimo forno, con un incantevole gorgoglio e gran vantaggio del nostro comune, colava fuori una certa quantità di grasso, di purezza ideale e trasparenza perfetta, destinato alla fabbricazione di sapone e forse anche di qualcos'altro; e inoltre si riversava all'esterno, fra diversi rumori altrettanto incantevoli, una gran quantità di sostanze molto utili per la concimazione.
Il mio amico infermiere acchiappava i cani con un procedimento semplicissimo e molto ingegnoso.
Egli si era procurato una vecchia rete da pesca di grande ampiezza, che portava ripiegata in un certo modo sulla potente spalla nel corso delle spedizioni intraprese a beneficio dell'umanità nei quartieri malfamati della nostra città, e quando un cane "senza passaporto" cadeva nel campo percettivo dei suoi occhi onniveggenti e terribili per tutta la stirpe canina, lui, senza fretta, si avvicinava silenziosamente al cane con l'agilità di una pantera, e cogliendo il momento in cui l'animale mostrava interesse o affezione per qualcosa, gli gettava addosso la rete e lo avviluppava abilmente; poi, tirando a sé il carretto, allentava il viluppo in modo che il cane ne uscisse per entrare direttamente in gabbia.
Al momento di fermarmi, l'amico infermiere stava appunto sorvegliando una vittima, cioè spiava il momento opportuno per gettare la rete su un cane che scodinzolava davanti a una cagna.
Quando stava per compiere il gesto fatale, la campana della chiesa vicina si mise improvvisamente a suonare per chiamare gli abitanti alla messa del mattino.
Spaventato dai rintocchi inattesi che rompevano il silenzio mattutino, il cane diede un balzo di lato e fuggì di volata, ventre a terra, lungo la via deserta.
L'infermiere, scosso da capo a piedi da una furia terribile, gettò la rete sul marciapiede, e sputando sopra la spalla sinistra urlò: "Ah, per tutti i diavoli! Proprio adesso doveva suonare!"
Appena l'esclamazione dell'infermiere ebbe raggiunto il mio apparato riflessivo, molti pensieri mi si affollarono in testa, e mi condussero infine a una visione secondo me corretta della ragione per cui ero preda di quell'angoscia istintiva.
Subito dopo la scoperta provai una forte contrarietà per il fatto che un'idea così semplice e limpida non mi fosse mai venuta in mente prima.
Sentivo con tutto l'essere che il mio intervento nella vita pubblica non poteva che portare al risultato di quella sensazione che la mia presenza subiva ormai da sei mesi.
In effetti, qualsiasi uomo strappato al suo dolce sonno mattutino dall'urlo infernale della sirena a vapore non poteva astenersi dal riversare le sue ingiurie, per dritto e per traverso, su di me ch'ero la causa di quell'infernale cacofonia – e questo faceva indubbiamente confluire verso la mia persona le vibrazioni di numerosi malauguri da tutte le parti.
Quel famoso giorno, dopo aver compiuto il mio dovere, andai a sedermi nell'osteria vicina in preda alla mia solita angoscia. Mentre mangiavo il mio spuntino, riflettevo; e giunsi alla conclusione che se avessi anticipatamente ingiuriato tutti quelli che parevano fortemente disturbati dal mio servizio, costoro, trovandosi nella "sfera dell'idiozia" cioè, secondo il libro che avevo letto la notte precedente, nel dormiveglia, avrebbero potuto insultarmi a volontà senza che questo avesse su di me alcun effetto.
E devo dire che da allora non ho mai più sentito quell'angoscia istintiva».
G. I. Gurdjieff - I racconti di Belzebù a suo nipote, pp 44-47
martedì 24 gennaio 2017
Svegliarsi, morire, nascere - Gurdjieff
"Mi vengono sovente rivolte domande, ci disse un giorno G., che si riferiscono a testi e parabole del Vangelo. Sono dell'avviso che non sia ancora venuto per noi il tempo di parlare del Vangelo. Ciò richiederebbe una conoscenza molto maggiore. Però, di tanto in tanto, prenderemo certi passi del Vangelo come punto di partenza per le nostre conversazioni. Imparerete così ad intenderli in modo giusto, e soprattutto vi renderete conto che nei testi da noi conosciuti mancano abitualmente i punti più essenziali.
"Per cominciare, prendiamo il testo ben noto sul seme che deve morire per nascere. 'Se il grano non muore dopo che è stato gettato nella terra, dimora solo; ma se muore, porta molti frutti'.
"Questo passo ha molteplici significati, e vi ritorneremo sovente; ma, prima di tutto, è indispensabile conoscere il principio in esso contenuto, il quale, nella sua piena estensione, si applica all'uomo.
"Vi è un libro di aforismi che non è mai state pubblicato e che probabilmente non lo sarà mai. Ne avevo già parlato in relazione al significato della conoscenza e avevo tratto da questo libro un aforismo.
In riferimento a ciò di cui ora parliamo il libro dice:
'L'uomo può nascere, ma per nascere deve prima morire, e per morire deve prima svegliarsi'.
"Altrove questo stesso libro dice:
'Quando un uomo si sveglia, egli può morire; quando muore, può nascere'.
"Vediamo che cosa questo significa.
"Svegliarsi, morire, nascere, sono tre stadi successivi; e se studiate attentamente i Vangeli, vedrete che sovente vi sono riferimenti sulla possibilità di 'nascere', ancora più sovente sulla necessità di 'morire' e più spesso ancora sulla necessità di 'svegliarsi': 'Vegliate, poiché non sapete né il giorno né l'ora...'. Ma queste tre possibilità, svegliarsi o non dormire, morire, e nascere, non sono messe in rapporto l'una con l'altra. Tuttavia, qui sta tutto il problema. Se un uomo muore senza essersi svegliato, non può nascere. Se un uomo nasce senza essere morto, può diventare una 'cosa immortale'. Così, il fatto di non essere 'morto' impedisce ad un uomo di 'nascere' e il fatto di non essersi svegliato gli impedisce di 'morire', e se è nato prima di essere 'morto', questo fatto gli impedisce di 'essere'.
[...]
"Ma per diventare un giorno capace di vedere una cosa sempre, occorre dapprima averla vista una volta, anche per un solo istante. Tutti i poteri nuovi, tutte le capacità di realizzazione, appaiono sempre in uno stesso modo. All'inizio non si tratta che di rari lampi, che non durano più di un istante; in seguito, appaiono con maggiore frequenza e durano sempre più a lungo, fino a quando, dopo un lunghissimo lavoro, diventano finalmente permanenti. La stessa legge si applica al risveglio. È impossibile svegliarsi completamente, in un solo colpo. Occorre dapprima svegliarsi per degli istanti molto corti. Ma bisogna morire del tutto, subito e per sempre, dopo aver fatto un certo sforzo, dopo aver superato un certo ostacolo, dopo aver presa una certa decisione sulla quale non si può ritornare. Ciò sarebbe difficile, persino impossibile, se non fosse preceduto da un lento e graduale risveglio.
"Vi sono però migliaia di cose che impediscono all'uomo di svegliarsi e lo mantengono in potere dei suoi sogni. Per agire coscientemente, nell’intenzione di svegliarsi, bisogna conoscere la natura delle forze che tengono l'uomo nel sonno.
"Prima di tutto bisogna comprendere che il sonno nel quale vive l'uomo non è un sonno normale, ma ipnotico. L'uomo è ipnotizzato e questo stato ipnotico è continuamente mantenuto e rinforzato in lui. Si potrebbe pensare che esistano delle 'forze' per le quali sia utile e vantaggioso mantenere l'uomo in uno stato ipnotico, impedendogli di vedere la verità e di comprendere la sua situazione.
"Una certa leggenda orientale narra di un mago ricchissimo che possedeva numerosi greggi. Quel mago era molto avaro. Egli non voleva servirsi di pastori, e neppure voleva recingere i luoghi dove le sue pecore pascolavano. Naturalmente esse si smarrivano nella foresta, cadevano nei burroni, si perdevano, ma soprattutto fuggivano, perché sapevano che il mago voleva la loro carne e la loro pelle. E a loro questo non piaceva.
"Infine il mago trovò un rimedio: ipnotizzò le sue pecore e cominciò a suggerire loro che erano immortali e che l'essere scuoiate non poteva fare loro alcun male, che tale trattamento, al contrario, era per esse buono e persino piacevole; poi aggiunse che egli era un buon pastore, che amava talmente il suo gregge da essere disposto a qualsiasi sacrificio nei loro riguardi; infine suggerì loro che se doveva capitare qualcosa, non poteva in ogni caso capitare in quel momento e nemmeno in quel giorno, e per conseguenza non avevano di che preoccuparsi. Dopo di che il mago introdusse nella testa delle pecore l'idea che esse non erano affatto pecore; ad alcune disse che erano leoni, ad altre che erano aquile, ad altre ancora che erano uomini o che erano maghi.
"Ciò fatto, le pecore non gli procurarono più né noie né fastidi. Esse non lo fuggivano più, ma attendevano serenamente l'istante il cui il mago avrebbe preso la loro carne e la loro pelle.
"Questo racconto illustra perfettamente la situazione dell'uomo.
"Nella letteratura cosiddetta 'occulta', avrete probabilmente incontrato l'espressione 'Kundalini', 'il fuoco di Kundalini' o 'il serpente di Kundalini'. Queste espressioni sono sovente usate per indicare una forza sconosciuta, che è latente nell'uomo e che può essere risvegliata. Ma nessuna delle teorie conosciute da la vera spiegazione della forza di 'Kundalini'. Talvolta la si collega al sesso, all'energia sessuale, cioè all'idea della possibilità di utilizzare l'energia del sesso per altri fini. Tale interpretazione è completamente sbagliata, perché Kundalini può essere in ogni cosa. E sopratutto Kundalini non è in nessun caso qualcosa di desiderabile o di utile per lo sviluppo dell'uomo; È molto curioso constatare come gli occultisti si siano impadroniti di una parola della quale hanno completamente alterato il significato, riuscendo a fare di questa forza molto pericolosa, un oggetto di speranza e una promessa di benedizione.
"In realtà, Kundalini è la potenza dell'immaginazione, la potenza della fantasia, che usurpa il posto di una funzione reale. Allorché un uomo sogna in luogo di agire, allorché i suoi sogni prendono il posto della realtà, allorché un uomo si immagina di essere un leone, un'aquila o un mago, è la forza di Kundalini che agisce in lui. Kundalini può agire in tutti i centri, e col suo aiuto tutti i centri possono essere soddisfatti dall'immaginario, anziché dal reale. Una pecora che si considera un leone o un mago, vive sotto il potere di Kundalini.
"Kundalini è una forza che è stata introdotta negli uomini per mantenerli nel loro stato attuale. Se gli uomini potessero veramente rendersi conto della loro reale situazione, se potessero comprenderne tutto l'orrore, sarebbero incapaci di rimanere tali quali sono, anche per un solo secondo. Comincerebbero subito a cercare una via d'uscita, e la troverebbero molto rapidamente, perchè vi è una via d'uscita; ma gli uomini non riescono a vederla, per la semplice ragione che sono ipnotizzati. Kundalini è questa forza che li mantiene in uno stato di ipnosi. 'Svegliarsi' per l'uomo, significa essere 'disipnotizzato'. Ciò costituisce la principale difficoltà, ma anche la garanzia della sua possibilità di risveglio, perché non esiste una legittimazione organica d'un sonno di tal genere: l'uomo può svegliarsi.
"Teoricamente lo può, ma praticamente è quasi impossibile, perché non appena un uomo si sveglia per un momento ed apre gli occhi, tutte le forze che lo trattenevano nel sonno iniziano ad agire su di lui con energia decuplicata ed immediatamente si riaddormenta, sognando molto sovente che è sveglio o che sta svegliandosi.
"Esistono momenti, nel sonno ordinario, in cui l'uomo vorrebbe svegliarsi, ma non lo può: egli dice a sé stesso che è sveglio ma, in realtà, continua a dormire, e questo può accadere numerose volte prima che realmente si svegli. Nel caso del sonno ordinario, quando un uomo si è svegliato, si trova in uno stato differente; ben diversamente accade nel sonno ipnotico: non vi sono caratteristiche oggettive, o quanto meno non esistono all'inizio del risveglio; l'uomo non può pizzicarsi per assicurarsi di non essere più addormentato. E se un uomo, Dio lo preservi, ha inteso parlare qualche volta di segni oggettivi, Kundalini li trasforma immediatamente in immaginazioni e in sogni.
"Soltanto un uomo che realizza pienamente le difficoltà dello svegliarsi può comprendere la necessità di compiere un lungo e duro lavoro per svegliarsi.
"In generale, che cosa occorre per svegliare un uomo addormentato?
Occorre un buon choc. Ma quando un uomo è profondamente addormentato, un solo choc non basta; è necessario un lungo periodo di chocs incessanti; di conseguenza occorre qualcuno per somministrare questi chocs. Ho già detto che se un uomo desidera svegliarsi, deve assicurarsi un aiuto che si incaricherà di scuoterlo durante un lungo tempo. Ma chi può ingaggiare, se tutti dormono? Egli incarica qualcuno di svegliarlo, ma pure costui cade addormentato. Un tale aiuto non serve. L'uomo, poi, realmente capace di tenersi sveglio, rifiuterà probabilmente di perdere il suo tempo a risvegliare gli altri: può avere da fare un lavoro molto più importante per sé stesso.
"Vi è anche la possibilità di essere svegliato con dei mezzi meccanici. Si può fare uso di una sveglia. Il guaio è che l'uomo si abitua troppo presto a qualsiasi sveglia: semplicemente, non la sente più. Sono dunque necessarie molte sveglie e con suonerie sempre diverse. L'uomo deve letteralmente circondarsi di sveglie che gli impediscano di dormire. E anche in questo caso sorgono ancora delle difficoltà. Le sveglie devono essere caricate; per caricarle è indispensabile ricordarsene; per ricordarsene occorre svegliarsi sovente. Ma peggio ancora, un uomo si abitua a tutte le sveglie e dopo un certo tempo dorme ancora meglio.
Di conseguenza le sveglie devono essere costantemente cambiate, e bisogna sempre inventarne di nuove. Col tempo, ciò può aiutare un uomo a svegliarsi. Ora, vi sono poche probabilità che un uomo possa fare tutto questo lavoro di inventare, di ricaricare e di cambiare mezzi per svegliarsi, senza un aiuto esteriore. È molto più probabile che dopo aver incominciato questo lavoro si riaddormenti e che nel sonno sogni di inventare delle sveglie, di ricaricarle e di cambiarle, mentre invece dorme sempre più profondamente.
Perciò occorre, per svegliarsi, un insieme di sforzi coordinati. È necessario qualcuno che risvegli l'uomo; è necessario qualcuno che svegli colui che ha l'incarico di svegliare; è necessario avere delle sveglie ed è pure necessario inventarne costantemente delle nuove.
"Ma per condurre a termine tutto questo ed ottenere dei risultati, un certo numero di persone devono lavorare assieme.
"Un uomo solo non può fare niente.
"Innanzitutto, egli ha bisogno di aiuto. Ma un solo uomo non potrebbe contare su un aiuto. Quelli che sono capaci di aiutare valutano il loro tempo ad un prezzo molto alto. E naturalmente preferiscono aiutare venti o trenta persone che desiderano svegliarsi, piuttosto che una sola. Inoltre, come ho già detto, un uomo può illudere se stesso riguardo al suo risveglio, prendendo per risveglio ciò che è semplicemente un nuovo sonno. Se diverse persone decidono di lottare insieme contro il sonno, esse si sveglieranno l'un l'altra. Potrà accadere sovente che venti di loro dormano, ma la ventunesima si sveglierà e sveglierà tutti gli altri. La stessa cosa accadrà con le sveglie. Un uomo ne inventerà una, un secondo un'altra, dopo di che potranno scambiarsele. Tutti insieme potranno essere gli uni per gli altri di grande aiuto, e senza questo aiuto scambievole nessuno di essi potrà arrivare a qualcosa.
"Un uomo, dunque, che voglia svegliarsi, deve cercare altre persone che vogliano esse pure svegliarsi, al fine di lavorare con esse. Ciò, tuttavia, è più facile a dirsi che a farsi, perché l'avvio di un lavoro di tal genere e la sua organizzazione richiede una conoscenza che l'uomo ordinario non possiede. Il lavoro deve essere organizzato e deve avere un responsabile. Senza queste due condizioni non può dare i risultati attesi e tutti gli sforzi sono vani. Le persone potrebbero torturarsi, ma queste torture non le farebbero svegliare. Per certe persone nulla sembra essere più difficile da comprendere. Di per se stesse e di propria iniziativa possono essere capaci di grandi sforzi e di grandi sacrifici. Ma nulla al mondo le persuaderà che i loro primi sforzi, i loro primi sacrifici devono consistere nell'obbedire ad un altro. E non vogliono ammettere che i loro sforzi e tutti i loro sacrifici saranno perciò inutili.
P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto - la testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G. I. Gurdjieff, pp 241-246
domenica 25 dicembre 2016
Storia del Maestro Eno - Osho
Questa era l’essenza di tutti i Veda, ma lui sapeva che era tutto lì, Non sapeva null’altro, perciò aveva paura. Non andò direttamente dal Maestro, ma di notte andò alla capanna – alla capanna del Maestro, e scrisse i quattro versi senza firmarli – senza alcuna firma. In questo modo, pensò se il Maestro li avesse approvati e avesse detto: “Va bene, è esatto”, allora avrebbe detto: “Li ho scritti io”. Se avesse detto: “No! Chi ha scritto questi versi?”, se ne sarebbe stato zitto. Ma il maestro li approvò. La mattina il Maestro disse: “Va bene!”.
Rise e disse” Va bene! L’uomo che ha scritto questo è un illuminato”. Perciò l’intero monastero cominciò a parlare. Tutti seppero chi li aveva scritti. Ne discutevano e li elogiavano, e i versi erano meravigliosi, veramente meravigliosi. A un certo punto alcuni monaci andarono in cucina: bevevano tè e parlavano, e Eno li serviva. Udì dunque quanto era accaduto. Rise non appena udì i quattro versi, perciò qualcuno gli chiese: “Perché ridi, stupido? Non sai nulla. Hai servito per dodici anni in cucina. Perché ridi?”. Nessuno l’aveva mai udito ridere prima dall’ora. Era considerato solamente un idiota che non parlava neppure. Perciò lui disse: “Non posso scrivere, e non sono neppure un illuminato, ma questi versi sono sbagliati. Perciò, se qualcuno viene con me, comporrò quattro versi.
Se qualcuno viene con me, può scriverli sul muro. Io non posso scrivere non so scrivere”.
Qualcuno lo seguì, così per scherzo. Si radunò una folla e Eno disse: “Scrivi: ‘Non c’è mente e non c’è specchio, perciò dove può raccogliersi la polvere? Un uomo che sa questo è illuminato’”. Ma il Maestro uscì e disse a Eno: “Hai torto”. Eno toccò i suoi piedi e ritornò alla sua cucina. Quella notte quando tutti dormivano, il Maestro andò da Eno e disse: “Hai ragione tu, ma non potevo dirlo davanti a quegli idioti, e sono pure degli idioti istruiti. E se avessi detto che ti nominavo mio successore ti avrebbero ucciso. Perciò fuggi da questo luogo! Tu sei il mio successore, ma non dirlo a nessuno. Lo sapevo fin dal giorno in cui sei arrivato. La tua aura stava crescendo: questa è la ragione per la quale non ti è stata data alcuna meditazione. Non ce n’era bisogno. Eri già in meditazione. E questi dodici anni di silenzio – senza far nulla, neppure una meditazione – ti hanno svuotato completamente dalla tua mente, e l’aura è diventata piena. Sei diventato una luna piena. Ma fuggi di qui! Altrimenti ti uccideranno. “Sei stato qui per dodici anni, e la luce ha continuato sempre a emanare da te, ma nessuno se ne è accorto, eppure venivano in cucina: ognuno veniva in cucina ogni giorno, tre quattro volte. Tutti passano di qui, questa è la ragione per cui ti ho sistemato in cucina. Ma nessuno ha riconosciuto la tua aura, perciò fuggi da qui”.
Osho, Il libro dei segreti
venerdì 9 dicembre 2016
Prima riconciliati con l'esistenza - Osho
Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi
che tuo fratello ha qualche cosa contro di te,
lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va prima a
riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Gesù dice: "Se ti presenti al tempio con fiori e offerte per pregare, per arrenderti a Dio, e ti ricordi che qualcuno è in collera con te - hai fatto qualcosa, per cui qualcuno si è indispettito -, ebbene la priorità è tornare e riconciliarsi con il proprio fratello". Qui tutti sono fratelli, ricordatelo, perché il padre è uno solo.
Gli alberi sono vostri fratelli: è ciò che diceva san Francesco... era solito parlare agli alberi: "Sorelle, fratelli". I pesci, i gabbiani, le rocce, le montagne: ogni cosa è vostro fratello, perché tutto proviene da un'unica sorgente.
Gesù sta dicendo questo: "Se non sei riconciliato con il mondo, non puoi presentarti e pregare Dio". Come puoi venire dal Padre, se non ti sei neppure riconciliato con tuo fratello? E il fratello è concreto, il Padre è astratto: il fratello esiste, il Padre è nascosto, il fratello è manifesto, il Padre è immanifesto... come potrai mai riconciliarti con ciò che non è manifesto? Tu non sei neppure capace di riconciliarti con ciò che è manifesto. Si tratta di un'affermazione potente: non si riferisce solo a tuo fratello, non intende solo gli esseri umani; parla dell'intera esistenza... in qualsiasi contesto tu sia stato offeso. Se sei stato crudele nei confronti di chiunque...
Rinzai, un grande Maestro Zen, era seduto, quando si presentò un uomo che spinse la porta con forza - doveva essere in collera -, e la fece sbattere rumorosamente. Quell'uomo era alterato... subito dopo, scalciò via le sue scarpe ed entrò nella stanza. Rinzai disse: "Aspetta! Non entrare... prima va' a chiedere perdono alla porta e alle scarpe". L'uomo sbottò: "Cosa stai dicendo? Ho sentito dire che la gente Zen è matta, e mi sembra vero, pensavo fosse solo una diceria. Che assurdità vai dicendo? Perché dovrei chiedere perdono alla porta? La cosa mi sembra davvero imbarazzante... inoltre, quelle sono le mie scarpe!". Al che Rinzai disse: "Vattene! E non tornare mai più! Se riesci a essere in collera con le scarpe, perché non dovresti chiedere loro scusa? Quando ti sei arrabbiato, non hai mai pensato che fosse sciocco andare in collera con delle scarpe... se riesci a relazionarti con loro attraverso la collera, perché non dovresti farlo tramite l'amore? Un rapporto è un rapporto: la rabbia è una forma di relazione. Quando hai sbattuto la porta con tanta rabbia, ti sei rapportato a lei; ti sei comportato in maniera sbagliata, immoralmente. .. e la porta non ti aveva fatto nulla! Prima va' e chiedi scusa, altrimenti non entrare".
Sotto l'impatto del silenzio di Rinzai, delle persone sedute con lui, e della sua presenza. .. in un baleno l'uomo comprese: comprese la logica di tutto ciò, era assolutamente evidente: "Se riesci a essere in collera, perché non potresti essere in amore? Chiedi scusa.", per cui andò. Forse quella era la prima volta in tutta la sua vita; toccò la porta e gli occhi si riempirono di lacrime, non riuscì a trattenerle. E quando si inchinò di fronte alle sue scarpe, in lui avvenne un profondo cambiamento. Allorché tornò indietro e raggiunse Rinzai, questi lo accolse con un abbraccio.
Questa è riconciliazione. Come puoi pregare, se non ti sei riconciliato? Come puoi avvicinarti a un Maestro, se non ti sei riconciliato con l'esistenza?
Gesù dice:
Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi
che tuo fratello ha qualche cosa contro di te,
lascia lì il tuo dono...
In questo caso l'altare è secondario, la preghiera è secondaria, perché ora come ora non sei nello stato d'animo per pregare. La preghiera dev'essere guadagnata: riconciliandosi con l'esistenza, si guadagna la preghiera. Non è qualcosa che si può fare semplicemente entrando in un tempio, non è un ''fare'': è un affiorare nella consapevolezza di vette sconosciute. Ma questo è possibile solo se sei riconciliato, se sei rilassato con l'esistenza.
Ebbene, questo è qualcosa di assolutamente diverso da ciò che i cristiani hanno sempre fatto nel corso dei secoli: essi non sono riconciliati. Non sono riconciliati neppure con i loro stessi corpi... che dire degli altri? Non sono riconciliati neppure con la loro stessa esistenza; in essi si annida una profonda condanna: come potrebbero mai pregare con una simile condanna addosso? La loro preghiera sarà solo qualcosa di superficiale, di tiepido, non li trasformerà minimamente.
La preghiera è una formula magica, è un mantra, è un'enunciazione; ma dev'essere pronunciata nel momento giusto: non puoi pregare in qualsiasi momento, da qualsiasi parte, devi essere nella giusta sintonia. Ecco perché tutte le religioni hanno scelto momenti particolari: il mattino presto, quando il sole sta per sorgere e sono maggiori le possibilità di sintonizzarsi con l'esistenza. Hai dormito per tutta la notte, come minimo per otto ore non sei stato nel mondo, come minimo per otto ore non hai trattato affari, non hai tenuto il coltello alla gola di nessuno. Come minimo per otto ore sei stato in una condizione di rilassamento, profondamente addormentato: quando ti svegli al mattino, i tuoi occhi sono limpidi e nel tuo essere vi sono meno nuvole... esiste una sorta di innocenza - e non solo in te, è tutt'intorno. Gli alberi sono innocenti, anche loro si sono riposati. Le gocce di rugiada sulle foglie sono innocenti, il cielo è innocente, gli uccelli sono innocenti, e il sole sta sorgendo,.. di nuovo, ecco un nuovo giorno. Ogni cosa ritorna con grande innocenza dalla fonte primordiale, ringiovanita, rinfrescata. Ecco perché le religioni hanno optato per il brahma muhurta - l'alba, il momento che precede il sorgere del sole: infatti, con il sole, molte cose iniziano a sorgere in te, e questo perché il sole è fonte di un'energia immensa. Quando inizia a riversarsi in te, rivitalizza tutti i tuoi impulsi, stimola tutti i tuoi desideri, risveglia tutte le tue ostilità, tutti i tuoi contrasti.., di nuovo torni a muoverti nel mondo.
Quindi il mattino è stato scelto come il momento più facile per poter entrare in sintonia con l'esistenza. Ma la preghiera può essere recitata solo quando si è in sintonia, e Gesù sta dicendo qualcosa di assolutamente valido dal punto di vista psicologico: se, mentre sei di fronte all'altare, ti ricordi di essere stato in collera con qualcuno, e se qualcuno conserva ancora una ferita a causa tua... se qualcuno da qualche parte è ancora arrabbiato, allora va' e aiuta quella persona a guarire, fa' in modo di arrivare a una riconciliazione.
Henry Thoreau stava morendo, e la sua vecchia zia andò a trovarlo e gli disse: "Henry, ti sei riconciliato con Dio?". Al che Thoreau aprì gli occhi e disse: "Ma non ricordo di aver mai avuto alcuna discussione con lui. Non ho mai litigato con il Signore".
Purtroppo questa è una cosa che pochissime persone possono dire. Henry Thoreau era un uomo estremamente devoto, molto pio.
Tu non fai che bisticciare tutti i giorni. Ricorda: con chiunque tu stia litigando, stai litigando con Dio, perché null'altro esiste. la tua vita è un continuo alterco; e alla fine tutti quei litigi continuano ad accumularsi, persistono nell'avvelenare il tuo organismo, il tuo essere. Poi, un giorno vuoi pregare, e quella preghiera sembra falsa sulle tue labbra: non prende forma, non ha sostanza. No, non ti è possibile pregare così, all'improvviso; ti dovrai preparare.
La prima preparazione è questa, dice Gesù: Va' a riconciliarti con tuo fratello. ''Con tuo fratello'' vuol dire con tutti gli esseri umani, con gli animali, con gli uccelli: l'intera esistenza è tuo fratello, poiché noi nasciamo da un'unica fonte, da un solo padre e da una sola madre. L'intera molteplicità scaturisce da un'unità.
Dunque, ricorda: Dio può essere amato solo tramite l'uomo. Se mai incontrerai Dio, incontrerai sempre l'uomo: nel momento in cui inizierai ad amare Dio attraverso l'uomo, potrai andare ancora più in profondità; potrai amare Dio attraverso gli animali. E poi, ancor più in profondità: potrai amare Dio attraverso gli alberi. E ancor più in profondità: potrai amare Dio attraverso le montagne e le pietre. E solo quando avrai appreso come amare Dio attraverso tutte le sue forme, solo allora il tuo amore si muterà in preghiera.
Osho, Il miracolo più grande, pp 74-79
