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mercoledì 26 settembre 2018

Memoria e cervello - Vadim Zeland

[..] Anche la memoria è direttamente collegata allo spazio delle varianti. È stato dimostrato che il cervello non è fisicamente in grado di abbracciare tutte le informazioni accumulate durante tutta una vita. Come possono, allora, le persone ricordare dettagli diversi?

Il punto è che il nostro cervello non memorizza le informazioni stesse. Immagazzina invece una sorta d'indirizzi di accesso ai dati dallo spazio delle varianti. Le persone non ricordano niente dalle loro vite passate, perché quando il corpo muore, tutti gli indirizzi sono cancellati. Tuttavia, in determinate circostanze, questi indirizzi possono essere ripristinati.

La mente non è in grado di creare qualcosa di assolutamente nuovo. L'unica cosa di cui è capace è mettere insieme una nuova versione della casa utilizzando vecchi cubi. Tutti i progressi scientifici e le opere d'arte sono ricevuti dalla mente dallo spazio delle varianti, con l'aiuto dell'anima. Anche la chiaroveggenza come pure la percezione intuitiva provengono da lì.

"Le scoperte scientifiche", scrisse Einstein, "non sono fatte logicamente. Esse acquisiscono una forma logica solo più tardi, quando vengono descritte. Una scoperta, anche la più piccola, è sempre un insight (intuizione illuminante). Il risultato viene da fuori e in modo così inaspettato che sembra che qualcuno ti abbia aiutato a trovare la risposta. "

Vadim Zeland

https://www.scienzaeconoscenza.it/blog/scienza_e_fisica_quantistica/mondo-reality-transurfing-vadim-zeland

mercoledì 4 luglio 2018

sorveglianza della mente e purezza del cuore - Pellegrino Russo

All’udire queste cose, provavo compassione per lui e pensavo tra me: «Dicono che solo le persone istruite e intelligenti diventino liberi pensatori e non credano in niente. E invece, guarda che idee da miscredenti si fanno venire in mente anche i semplici contadini, nostri fratelli! È evidente che il mondo delle tenebre può aver accesso a tutti, e anzi sulla gente semplice forse fa presa anche più facilmente. Occorre, per quanto possibile, divenire saggi e fortificarsi con la Parola divina contro il Nemico dell’anima!». E così, cercando di aiutare secondo le mie forze questo fratello e sostenerlo nella fede, estrassi dalla bisaccia la Filocalia, cercai il capitolo 109 del beato Esichio, glielo lessi e cominciai a spiegargli che astenersi dal peccato soltanto per timore dei tormenti è cosa vana e infruttuosa; l’anima, infatti, può liberarsi dai peccati commessi per molti anni solo attraverso la sorveglianza della mente e la purezza del cuore. E aggiunsi:
— Tutto questo si ottiene con la preghiera interiore, e non solo per timore dei tormenti infernali. E se qualcuno compie opere salvifiche solo per desiderio del Regno dei cieli, persino questo i santi Padri considerano opera da mercenario. Essi dicono che il timore dei tormenti è la via dello schiavo, mentre il desiderio di una ricompensa nel Regno è la via del mercenario. Dio vuole invece che noi andiamo a lui come figli, cioè per amore e riconoscenza; Dio vuole che ci comportiamo onestamente e ci dilettiamo dell’unione salvifica con lui nell'anima e nel cuore. Per quanto tu voglia mortificarti, per quanto grandi siano le fatiche e le privazioni alle quali ti sottometti, se non avrai sempre Dio nella mente e l’incessante Preghiera di Gesù nel cuore, non sarai mai libero da questi pensieri maligni e il peccato ti insidierà in ogni circostanza. Poniti subito, fratello, a recitare incessantemente la Preghiera di Gesù. Ti sarà facile in questa solitudine e ne avrai presto giovamento: non sarai più assalito da pensieri empi, ti si riveleranno la fede e l’amore per Gesù Cristo, saprai come risorgeranno i morti e il Giudizio universale ti apparirà nella sua vera natura. E sentirai nel cuore una tale gioia e benessere dalla preghiera che adesso non puoi neppure immaginare, e nella tua vita tutta protesa alla salvezza non conoscerai più noia né turbamento.


Racconti di un pellegrino russo, pp 130-131

sabato 3 febbraio 2018

Vera Mente - Mario Venuti

Dovresti imparare a mentire un po' più spesso
Se mi volessi bene veramente
Perché le maschere che porti a volte sono più sincere
Riflettono l'essenza
Adesso stai fingendo veramente
veramente, veramente

Veramente, veramente,veramente

Il cielo grida il tuo nome
La primavera
mi risveglierà come un fiore


Vera Mente
MarioVenuti


giovedì 12 gennaio 2017

Essere sempre occupati con qualcosa - Osho

Il secondo: la mente è un processo, non una cosa. La parola “mente” è sbagliata, è una nozione falsa. Quando diciamo “mente” sembra che in noi ci sia qualcosa come una mente. Non c’è nulla di simile! La mente non è una cosa, è un processo. Quindi sarebbe meglio chiamarla “mentare” e non mente. In sanscrito abbiamo una parola, chitta, che significa mentare: non mente, ma mentare, indica un processo.

Un processo non può mai essere silenzioso. Un processo sarà sempre teso; processo significa tumulto. E la mente è sempre in movimento dal passato al futuro. Il passato grava su di lei come un peso, quindi si deve muovere nel futuro.Questo movimento costante è fonte di altra tensione al tuo interno. Se ne diventi troppo consapevole, impazzisci.

Ecco perché siamo sempre occupati con qualcosa; non vogliamo restare disoccupati. Se sei disoccupato, diventi consapevole del processo interiore, del “mentare”, e questo origina tensioni strane e del tutto particolari. Per questo tutti vogliono essere occupati, in un modo o nell’altro. Se non c’è null’altro da fare, rileggi lo stesso giornale più volte. Come mai? Non puoi stare seduto in silenzio? È difficile, perché se ti siedi in silenzio diventi consapevole della tensione assoluta di questo processo al tuo interno.

Ecco perché tutti cercano una via di fuga. L’alcool può dartela: ti rende inconsapevole. Il sesso può dartela: per un istante ti dimentichi completamente di te. La televisione, la musica, qualsiasi cosa con cui puoi dimenticarti di te ed essere così occupato da esistere, senza essere presente, è una via di fuga. Questa continua fuga da se stessi di fatto è dovuta a questo processo che chiamo “mentare”: se non sei occupato a fare alcunché (e questa assoluta disoccupazione è meditazione), se sei assolutamente disoccupato, diventerai consapevole dei tuoi processi interiori. E la mente è il processo essenziale, dentro di te.


Osho, I segreti della trasformazione, pp 54-55

venerdì 30 dicembre 2016

Il metodo e il fine - Osho

La prima domanda: Se illuminazione e samadhi significano consapevolezza totale, consapevolezza cosmica, consapevolezza omnipervasiva, sembra molto strano chiamare centratura questo stato di consapevolezza cosmica, dal momento che la parola ‘centratura’ implica la concentrazione in un punto. Perché dunque la consapevolezza cosmica, o samadhi, è chiamata centratura?”.

La centratura è il sentiero, non la meta. La centratura è il metodo, non il risultato. Il samadhi non è chiamato centratura: la centratura è la tecnica per giungere al samadhi.
Naturalmente sembrano contradditori perché quando un individuo si realizza, si illumina, non rimane più alcun centro. Jacob Bohme ha detto che quando si arriva a Dio, questa esperienza può essere descritta in due modi: ora il centro è ovunque, oppure da nessuna parte; entrambe le cose hanno lo stesso significato. Perciò la parola “centratura” sembra contraddittoria, ma il sentiero non è la meta e il metodo non è il risultato. E un metodo può essere contraddittorio. Dunque dobbiamo comprenderlo perché questi centododici metodi sono metodi per centrarsi. Ma, una volta che diventerai centrato, esploderai. La centratura è solo il raccoglierti totalmente in un unico punto, una volta cristallizzato in un solo punto, quel punto, esplode automaticamente. Allora non c’è più alcun centro, oppure il centro è ovunque. Perciò la centratura è un mezzo per esplodere. Perché la centratura diventa il metodo? Se non sei centrato la tua energia non è focalizzata, è dispersa, non può esplodere. Un’esplosione ha bisogno di una grande energia. Esplosione significa che tu ora non sei disperso: sei in un punto solo. Diventi atomico, diventi un atomo spirituale. E solo quando sei abbastanza centrato da diventare un atomo, puoi esplodere. Allora si verifica un’esplosione atomica. Di quell’esplosione non si parla perché non è possibile, perciò viene dato solo il metodo. Del risultato non si parla: non è possibile. Se metti in pratica il metodo, il risultato seguirà, e non c’è modo di esprimerlo. Perciò ricorda: fondamentalmente la religione non parla mai dell’esperienza in sé, parla solo del metodo, mostra il “come”, non il “cosa”. Il “cosa” è lasciato a te. Se metti in pratica il “come”, ti arriverà il “cosa”. E non c’è modo di comunicarlo. Si può conoscere, ma non comunicare: è un’esperienza talmente infinita che il linguaggio diventa inutile. La vastità è tale che nessuna parola è in grado di esprimerla. Perciò viene dato solo il metodo. Si narra che il Buddha per quarant’anni abbia continuato a ripetere: “Non fatemi domande sulla verità, su Dio, sul nirvana, sulla liberazione. Non chiedetemi nulla in merito. Chiedetemi solo come arrivare fin lì. Posso mostrarvi il sentiero, ma non posso trasmettervi l’esperienza, neppure a parole”. L’esperienza è personale; il metodo è impersonale. IL metodo è scientifico, impersonale; l’esperienza è sempre personale e poetica. Che cosa intendo quando distinguo in questo modo? Il metodo è scientifico. Se riesci a metterlo in pratica, la centratura ne sarà il risultato inevitabile. Se la centratura non si realizza, sappi che da qualche parte hai mancato un punto essenziale, hai sbagliato il metodo, non lo hai seguito.
Il metodo è scientifico, la centratura è scientifica, ma quando arriva l’esplosione, quest’ultima è poetica. Con poetica intendo che ognuno di voi ne farà esperienza in un modo diverso. Non c’è alcun terreno comune, e ognuno l’esprimerà in un modo diverso. Il Buddha dice una cosa, Mahavira ne dice un’altra, Krishna dice qualcosa di ancora diverso e Gesù, Maometto, Mosè e Lao Tzu differiscono tutti, non nei metodi, ma nel modo in cui esprimono la loro esperienza. Sono tutti d’accordo su un punto solo: qualunque cosa stiano dicendo non esprime quello che hanno provato; sono d’accordo solo su quel punto.
Tuttavia, in qualche modo, cercano di comunicarla, di farne un accenno. Sembra impossibile, ma se hai un cuore empatico qualcosa può essere comunicato, e ciò richiede un accordo profondo, amore e riverenza. Perciò quando qualcosa viene comunicato, ciò non dipende da colui che la comunica, dipende da te. Se riesci a riceverlo con profondo amore e riverenza, qualcosa ti raggiunge. Ma se ne sei critico, non ti giungerà nulla.
Innanzitutto il messaggio è difficile da esprimere e, se sei critico persino quando viene espresso, diventa impossibile, e non ci sarà comunicazione. La comunicazione è molto delicata. Ecco perché in tutti questi centododici metodi, questo è stato completamente omesso, è solo accennato. Molte volte Shiva dice: “Fate questo e poi l’esperienza”, e poi tace; “Fate questo e poi la beatitudine”, e poi tace. La beatitudine, l’esperienza, l’esplosione: oltre di esse si nasconde l’esperienza personale. Ciò che non può essere espresso è meglio che non sia espresso, perché altrimenti verrà frainteso. Perciò Shiva tace: parla sempre di metodi, di tecniche, di come farlo. Ma la centratura non è il fine: è solo il cammino. E come mai la centratura accade, si sviluppa e cresce in un’esplosione?
Perché se molta energia è concentrata in un solo punto, il punto esploderà. Il punto è così piccolo e l’energia è così intensa che il punto non può contenerla; da ciò l’esplosione.
Questa lampadina può contenere una certa quantità di elettricità. Se l’elettricità è maggiore, la lampadina esploderà. Ecco il perché della centratura: quanto più sei centrato, tanto maggiore è l’energia nel tuo centro. Non appena ci sarà un’energia maggiore, il centro non sarà più in grado di contenerla: esploderà. Dunque è scientifico, è solo una legge scientifica. E se il centro non esplode, questo significa che non sei ancora centrato.
Una volta che sei centrato, l’esplosione seguirà immediatamente. Non c’è alcun intervallo di tempo. Perciò, se senti che l’esplosione non arriva, significa che non sei ancora focalizzato, non hai ancora un centro, hai ancora molti centri, sei ancora diviso, la tua energia è ancora dispersa, l’energia sta ancora movendosi verso l’esterno. Quando l’energia fuoriesce vieni solo svuotato, disperso. Alla fine diventerai impotente. Quando la morte arriva, in realtà sei già morto: sei solo una cellula morta. Hai continuato a scaricare energia all’esterno, perciò, qualunque sia la quantità di energia, diventerai vuoto entro un certo periodo di tempo. L’energia che fuoriesce significa morte. Tu stai morendo in ciascun istante: ti stai svuotando della tua energia; stai gettando via la tua energia, la stai dissipando. Dicono che persino il sole, che è rimasto lì per milioni e milioni di anni, un così grande serbatoio di energia, si stia costantemente svuotando, e che nel giro di quatto bilioni di anni morirà. Il sole morirà semplicemente perché non avrà energia da irradiare.
Muore ogni giorno perché i raggi trasportano la sua energia verso i confini dell’universo, se mai ci sono dei confini. L’energia fuoriesce. Solo l’uomo è capace di trasformare e di cambiare la direzione dell’energia. Altrimenti la morte è un fenomeno naturale: ogni cosa muore. Solo l’uomo è capace ci conoscere l’immortale, ciò che non muore. Perciò puoi condensare tutto questo in una legge. Se l’energia esce verso l’esterno ne conseguirà la morte e tu non saprai il significato della vita: potrai conoscere solo un lento morire, ma non sentirai mai l’intensità di essere vivo. Se l’energia esce, la morte ne è l’automatica conseguenza, e ciò vale per qualunque cosa, senza eccezioni. Se riesci a cambiare la direzione dell’energia, a far sì che non si muova verso l’esterno, ma verso l’interno, accade una trasformazione, un cambiamento. Questa energia che rientra all’interno si centra in te in un punto solo. Quel punto è proprio vicino all’ombelico perché in realtà sei nato come ombelico. Sei connesso a tua madre attraverso l’ombelico: la sua energia vitale si riserva in te attraverso l’ombelico e, una vota che il cordone ombelicale è tagliato, quando vieni separato dalla madre, diventi un individuo. Prima non lo eri, eri solo una parte di tua madre. Perciò la tua vera nascita ha luogo quando il cordone ombelicale è tagliato. In quel momento il bambino comincia la propria vita, diventa il proprio centro.
Quel centro si trova necessariamente a livello dell’ombelico, perché è attraverso l’ombelico che l’energia giunge al bambino. Era l’anello di connessione. E, che tu ne sia consapevole o meno, l’ombelico rimane ancora il centro. Se l’energia comincia a riversarsi all’interno, se cambi la direzione dell’energia in modo tale che entri, finirà nell’ombelico. Continuerà a entrare e si centrerà nell’ombelico. Quando ce n’è così tanta che l’ombelico non riesce più a contenerla, il centro esplode. In quell’esplosione tu, di nuovo, non sei più un individuo.
Non eri un individuo quando eri unito a tua madre; di nuovo non sarai più un individuo. Ha avuto luogo una nuova nascita: sei diventato una cosa sola con il cosmo. Ora non hai più un centro, non puoi dire: “Io”. Ora non c’è più alcun ego. Un Buddha, un Krishna continuano a parlare e a usare la parola “io”, ma è solo una convenzione, questi esseri non hanno alcun ego. Loro non sono. Il Buddha stava morendo. Il giorno in cui sarebbe morto moltissima gente, i discepoli, snnyasin si radunarono ed erano tutti tristi: piangevano e si lamentavano. Perciò il Buddha chiese: “Perché state piangendo?”. Qualcuno rispose: “Perché presto tu non ci sarai più”. Il Buddha rise e disse: “Ma io non ci sono stato per quarant’anni. Sono morto il giorno in cui mi sono illuminato. E’ da quarant’anni che non c’è il centro. Non piangete, dunque; non siate tristi. Ora nessuno sta per morire. Io non ci sono più! Tuttavia la parola ‘io’ dev’essere ancora usata, perfino per indicare che io non ci sono più”. La religione, tutto ciò che si intende per ricerca religiosa si occupa dell’energia che rientra all’interno. Come smuovere l’energia, come creare una totale inversione di direzione? Questi metodi sono d’aiuto. Perciò ricorda, la centratura non è il samadhi, non è l’esperienza, è la soglia che conduce all’esperienza. E quando l’esperienza accade non c’è alcuna centratura. La centratura è soltanto un passaggio. Ora tu non sei centrato, in realtà hai centri molteplici. Questa è la ragione per la quale io dico che ora non sei centrato. Quando divieni centrato, c’è un centro solo, e l’energia che andava agli altri centri ritorna; è un tornare a casa. Allora sei nel tuo centro; poi... l’esplosione. Di nuovo il centro non c’è più, ma tu non hai più centri molteplici: non c’è affatto alcun centro e sei diventato una cosa sola con il cosmo. Allora tu e l’esistenza significante la stessa e unica cosa. Per esempio, un iceberg galleggia in mare. L’iceberg ha un suo centro, ha un’individualità separata, è separato dall’oceano. In fondo in fondo non è separato perché non è nient’altro che acqua a una certa temperatura. La differenza tra l’acqua dell’oceano e l’iceberg non è nella sostanza, sostanzialmente sono la stessa cosa. La differenza è solo di temperatura. Poi sorge il sole, l’atmosfera si surriscalda e l’iceberg comincia a sciogliersi: scompare, si scioglie; alla fine non lo vedi più perché in esso non c’è alcuna individualità, alcun centro. E’ diventato tutt’uno con l’oceano. Tu e il Buddha, coloro che stavano crocifiggendo Gesù, e Gesù stesso, Krishna e Arjuna siete uguali. Arjuna è come un iceberg e Krishna è come un oceano. Non c’è alcuna differenza sostanziale: entrambi sono la stessa cosa, ma Arjuna ha una forma, un nome, un’esistenza individuale e isolata.
Lui sente: “Io sono”. Con questi metodi per centrarsi la temperatura cambierà, l’iceberg si scioglierà e quindi la differenza non ci sarà più. Quella sensazione oceanica è il samadhi; quell’essere un iceberg è la mente. E sentirsi oceanici e essere una nonmente. La centratura è soltanto il passaggio, il punto di trasformazione a partire dal quale l’iceberg non esisterà più. Prima di esso non c’era alcun oceano, solo un iceberg. Dopo non ci sarà più alcun iceberg, solo l’oceano. La sensazione oceanica è il samadhi: sentirsi una cosa sola con il Tutto. Ma io non sto dicendo di pensarti una cosa sola con il Tutto. Puoi pensarlo, ma il pensare viene prima della centratura. Questo non è realizzazione. Tu non sai: hai solo sentito dire, hai letto, Speri che un giorno possa accadere anche a te, ma non lo hai realizzato. Prima di centrarti puoi continuare a pensare, ma non serve a niente.
Dopo che ti sei centrato non pensi. Lo sai! E’ accaduto! Tu non esisti più, esiste solo l’oceano. La centratura è il metodo, il samadhi è il fine. Non si è detto nulla riguardo a ciò che accade nel samadhi perché nulla può essere detto. E Shiva è molto scientifico: non è affatto interessato a raccontare, è telegrafico, non usa una sola parola in più. Perciò accenna solo: “L’esperienza, la beatitudine, l’evento”. Non solo: a volte dice semplicemente “allora”. Dice: “Concentrati tra i due respiri e allora”. E si ferma. A volte dice semplicemente: Sii nel mezzo, proprio nel mezzo tra i due estremi, e a quel punto”.
Queste sono indicazioni: “quello “, “allora”, l’esperienza, la beatitudine, l’evento, l’esplosione. Ma poi si ferma completamente. Perché? Vorremmo che dicesse qualche cosa in più. Per due ragioni. Primo “quello” non può essere spiegato. Come mai? Ci sono pensatori, per esempio i positivisti moderni, gli analisti del linguaggio e altri in Europa, che dicono che ciò di cui si può avere esperienza può essere spiegato. E sostengono una tesi: dicono che se puoi farne esperienza, perché dunque non puoi parlarne? Dopo tutto cos’è un’esperienza? L’hai capita, perché dunque non puoi farla capire ad altri? Quindi dicono che se un’esperienza si verifica, può essere espressa. E se non puoi esprimerla, ciò dimostra semplicemente che non c’è alcuna esperienza. Sei una persona dalle idee confuse, vaga, nebulosa. E se non riesci neppure a esprimerti, non c’è possibilità che tu sia in grado di farne esperienza. A causa di questo punto di vista costoro sostengono che la religione è tutta ciarlataneria. Perché non puoi esprimere una cosa se dici di averne fatto esperienza? La loro tesi attrae molti, ma è infondata: lasciando da parte le esperienze religiose, neppure le esperienze ordinarie possono essere spiegate ed espresse, neppure esperienze molto semplici. Ho il mal di testa e, se tu non lo hai mai avuto, non posso spiegarti che cosa significhi. Questo non significa che io sia una persona dalle idee confuse, che io stia solo pensando e che non abbia alcuna esperienza. Il mal di testa c’è. Io ne faccio esperienza nella sua totalità, nella sua piena dolorosità. Tuttavia se tu non hai mai avuto l’esperienza di un mal di testa, non ti può essere spiegato, o illustrato.
Se invece anche tu ne hai avuto esperienza, allora naturalmente, non c’è alcun problema: può essere espresso. La difficoltà del Buddha sta in questo: deve parlare con dei non- Buddha, non con dei non-buddhisti, perché anche dei non-buddhisti possono essere dei Buddha. Gesù non è buddista, ma è un Buddha. La difficoltà esiste perché il Buddha deve comunicare con persone che non hanno fatto esperienza. Tu non sai cosa sia un mal di testa. Molti non lo hanno mai provato: hanno solo udito la parola, ma per loro non ha alcun senso. Puoi parlare della luce con un cieco, ma non potrai dargliene l’idea. Sente la parola “luce”, ascolta la spiegazione. Può comprendere l’intera teoria della luce, comunque la parola “luce” non gli dice niente. A meno che non possa farne esperienza, la comunicazione è impossibile. Dunque, prendi nota: la comunicazione è possibile solo se le due persone che comunicano tra di loro hanno avuto la stessa esperienza. Nella vita ordinaria siamo in grado di comunicare perché le nostre esperienze sono simili. Ma anche allora ci saranno difficoltà, se si comincia a spaccare il capello in quattro. Io dico che il cielo è blu e anche tu lo dici, ma come facciamo a decidere se la mia esperienza del blu è uguale alla tua? Non c’è alcun modo per decidere. Posso vedere una diversa sfumatura di blu e tu ne vedi una ancora differente, ma non ti può essere comunicato che cosa io veda dentro di me, che cosa sto provando. Posso semplicemente dire “blu”. Anche tu dici “blu”, ma il blu ha mille sfumature, non solo: ha mille significati. Nel mio schema mentale, “blu” potrebbe significare una cosa; per te potrebbe significare un’altra perché “blu” non è il significato. Il significato sta sempre nello schema della mente. Perciò, persino nelle esperienze comuni è difficile comunicare. Inoltre ci sono esperienze che appartengono all’ambito del trascendente. Per esempio, qualcuno s’innamora, prova qualcosa. La sua vita intera è in gioco, ma lui non riesce a spiegare che cosa gli sia accaduto, che cosa gli stia accadendo. E’ possibile che pianga, canti, danzi: queste sono indicazioni che qualcosa sta accadendo dentro di lui. Ma che cosa sta accadendo? Quando l’amore accade a qualcuno, che cosa accade realmente? E l’amore non è un fenomeno molto insolito. In un modo e nell’altro capita a tutti; tuttavia non siamo ancora riusciti a esprimere cosa accada all’interno. Ci sono persone che sentono l’amore come una febbre, come una sorta di malattia. Rousseau dice che la giovinezza non è il culmine della vita umana, perché è incline alla malattia chiamata amore. A meno che non si sia diventati vecchi a tal punto che l’amore ha perso tutto il suo significato, la mente rimane confusa e perplessa.
Perciò la saggezza è possibile solo in età molto, molto avanzata. L’amore non ti permetterà di essere saggio, questa è la sensazione. Ci sono altri che possono sentire diversamente. Coloro che sono veramente saggi taceranno di fronte all’amore. Non diranno nulla, perché il sentimento dell’amore è così infinito, così profondo, che il linguaggio lo tradirebbe inevitabilmente. E, se viene espresso, ci si sente colpevoli perché non si riesce mai a rendere giustizia al sentimento dell’infinito. Perciò si rimane in silenzio: quanto più profonda è l’esperienza, tanto minore è la possibilità di espressione. Il Buddha tacque riguardo a Dio, non perché non vi sia alcun Dio. E coloro che sono molto loquaci riguardo a Dio in realtà dimostrano di non averne alcuna esperienza. Il Buddha tacque.
Ogni volta che entrava in una città dichiarava: “Per piacere non chiedetemi nulla su Dio.
Potete chiedermi qualunque cosa, ma non su Dio”. Eruditi, pandit che non avevano in verità alcuna esperienza, ma solo delle conoscenze, cominciarono a parlare del Buddha e a diffondere delle voci dicendo: “Tace perché non sa. Se sapesse, perché non parlarne?”.
E il Buddha rideva, e quel riso poteva venir capito solo da pochissimi. Se non può essere espresso l’amore, come potrebbe essere espresso Dio? Inoltre ogni espressione è dannosa. Ecco perché Shiva tace riguardo a quell’esperienza. Giunge fino al punto a partire dal quale un dito può essere usato come indicazione: “Allora, quello, l’esperienza”, e poi tace. In secondo luogo, sarebbe non possa essere espresso veramente, ma solo parzialmente, tuttavia si possono creare dei paralleli che aiutano. Ma Shiva non usa neppure quelli, e c’è una ragione: infatti la nostra mente è così avida che quando viene detto qualcosa di quell’esperienza, vi si aggrappa. E quindi si dimentica il metodo e si ricorda solo l’esperienza, perché il metodo necessita di sforzo; un lungo sforzo che talvolta è noioso, a volte pericoloso. E’ necessario uno sforzo lungo e sostenuto. Perciò ci dimentichiamo del metodo. Ci ricordiamo del risultato e continuiamo a immaginarci, a sperare, a desiderare il risultato. E si può ingannare se stessi molto facilmente. Ci si può immaginare di aver già conseguito il risultato. Un paio di giorni fa era presente una persona; è un sannyasin, un uomo vecchio, molto vecchio. Prese il sannyas trent’anni fa, ora ne ha quasi settanta. Venne da me e disse: “Sono venuto per fare alcune indagini, per sapere una certa cosa”. Perciò gli chiesi: “Che cosa vuoi sapere?”. Improvvisamente cambiò. Disse: “No, non proprio per sapere, volevo solo incontrarti, perché tutto ciò che si può sapere l’ho già saputo”. Per trent’anni ha continuato a immaginare, a desiderare – a desiderare la beatitudine, esperienze divine – e ora, alla sua età avanzata, è diventato debole e la morte è vicina. Ora si crea delle allucinazioni, per convincersi di averne fatto esperienza. Perciò gli dissi: “Se ne hai fatto esperienza, allora stà zitto. Stà qui con me per qualche istante perché non c’è bisogno di parlare”. A quel punto diventò irrequieto.
Replicò: “Va bene! Allora presumi che io non ne abbia fatto esperienza, e dimmi qualcosa”. Gli dissi: “Con me non c’è possibilità di presumere. L’hai conosciuto oppure non l’hai conosciuto. Quindi sii chiaro al riguardo. Se l’hai conosciuto, allora sta zitto. Stà qui per alcuni istanti e poi va’. Se non l’hai conosciuto, allora sii chiaro. Dimmelo”. Rimase perplesso. Era venuto per indagare su alcuni metodi. Perciò disse: “In realtà non ne ho fatto esperienza, ma ho pensato così tanto a: ‘Aham Brahmasmi – io sono il Braham’ che a volte mi dimentico che sto solo pensando. L’ho ripetuto così tanto, notte e giorno continuamente per trent’anni, che a volte mi dimentico del tutto che tutto che non l’ho conosciuto. E’ solo un detto preso in prestito”. E’ difficile ricordarsi che cosa sia sapere e che cosa sia esperienza. Si confondono, si mescolano e si fondono. Ed è molto facile sentire che il proprio sapere è diventato la propria esperienza. La mente umana è così ingannatrice, così astuta, che può accadere. Questa è un’altra ragione per la quale Shiva ha taciuto riguardo all’esperienza: non dice nulla in merito. Continua a parlare di metodi, tacendo completamente riguardo al risultato. Non puoi venire ingannato da lui. Questa è una delle ragioni per le quali questo libro, uno dei più validi, è rimasto del tutto sconosciuto. Questo Vigna Bhairava Tantra è uno dei libri più importanti che esistano al mondo. Nessuna Bibbia, nessuna Gita è così importante, eppure è rimasto completamente sconosciuto. La ragione? Contiene solo semplici metodi senza alcuna possibilità per la tua avidità di aggrapparti ai risultati. La mente vuole aggrapparsi ai risultati, non è interessata al metodo: è interessata al risultato finale. E se puoi eludere il metodo e raggiungere il risultato, la mente ne sarà estremamente felice. Qualcuno mi ha chiesto: “Perché così tanti metodi? Kabir ha detto: ‘Sahaj Samadhi bhali, sii spontaneo’.
L’estasi spontanea è quella buona, perché non c’è bisogno di metodi”. Gli ho risposto: “Se hai raggiunto il Sahaj Samadhi, l’estasi spontanea, allora, naturalmente, non ti serve alcun metodo. Non è necessario. Ma perché sei venuto qui?”. Mi ha detto: “Non l’ho ancora raggiunto ma sento che il Sahaj – ciò che è spontaneo – è la cosa migliore”. “Ma perché senti che ciò che è spontaneo è meglio?” ho chiesto. Poiché non viene proposto alcun metodo, la mente è contenta che tu non abbia niente da fare, e che tu possa avere tutto senza far nulla! E’ per questo che lo Zen è diventato una mania in Occidente, perché lo Zen dice di raggiungere lo scopo senza sforzo; lo sforzo non è necessario. Lo Zen ha ragione: non c’è alcun bisogno di uno sforzo, Ma, ricordati, per raggiungere questo punto di non-sforzo ti sarà necessario un lunghissimo sforzo. Per giungere a un punto in cui non è necessario alcuno sforzo, per giungere a un punto in cui tu possa restare nel no-fare, sarà necessario un lungo sforzo. Ma la conclusione superficiale, data dal fatto che lo Zen dice che non sia necessario alcuno sforzo, è diventata molto attraente in Occidente. Se non è necessario far fatica la mente dice che questa è la cosa giusta, perché puoi farla senza fare nulla. Ma nessuno riesce a farla. Suzuki, che ha divulgato lo Zen in Occidente, ha reso un buon servizio e al tempo stesso un cattivo servizio. E, alla lunga, quello cattivo prevarrà. Era un uomo molto autentico, uno degli uomini più autentici di questo secolo, e lottò tutta la vita per diffondere il messaggio dello Zen in Occidente. E da solo, con il suo unico sforzo, l’ha reso noto; ora è diventato una mania. Ci sono amici dello Zen in tutto l’Occidente: oggigiorno nulla attrae come lo Zen. Ma l’essenziale è stato perso di vista. Lo Zen ha tanto successo perché dice che non è necessario alcun metodo, che non è necessario alcun sforzo. Non devi fare nulla: l’evento fiorisce spontaneamente. E’ giusto, ma tu non sei spontaneo, perciò in te non fiorirà mai. Essere spontanei... Sembra assurdo e contraddittorio perché hai bisogno di molti metodi per essere spontaneo, per purificarti, per renderti innocente, altrimenti non puoi essere spontaneo in nulla. Il Vigyana Bhairava Tantra venne tradotto in inglese da Paul Reps. Reps ha scritto un bellissimo libro, La porta senza porta, e nell’appendice ha incluso il Vigyana Bhairava Tantra. Il suo libro si occupa dello Zen, ma in appendice ha aggiunto anche questi centododici metodi, e li ha definiti uno scritto “pre-Zen”. A molti seguaci dello Zen non piacque perché dissero che secondo lo Zen non è necessario alcun sforzo, alcun metodo, mentre questo libro si occupa solo dello sforzo, solo di metodi. Perciò è “anti-Zen”, non “pre-Zen”. Da un punto di vista superficiale hanno ragione, ma in profondità no, perché per acquisire un essere spontaneo si deve fare un lungo viaggio. Uno dei discepoli di Gurdjieff, Ouspensky, quando qualcuno gli chiedeva qualcosa sulla via era solito dire: “Noi non sappiamo nulla di ciò che riguarda la via. Insegniamo solo dei passi che conducono alla via. La via non ci è nota”. Non crederti già sulla via. Anch’essa è ben lontana. Da dove sei, da questo punto, anche la via è lontana. Perciò prima devi giungervi. Ouspensky era un uomo molto umile, ed è molto difficile essere religiosi ed essere umili, molto, molto difficile, perché una volta che cominci a sentire di sapere, la testa impazzisce. Diceva sempre: “Noi della via non sappiamo nulla.
E’ molto lontana, e per ora non è necessario discuterne”. Ovunque ti trovi, prima devi creare un anello, un piccolo ponte, un cammino che ti conduca alla via. La spontaneità – il sahaj yoga – è molto lontano da te. Là dove ti trovi tu sei totalmente artificiale, educato e colto. Nulla è spontaneo, “nulla, lo sottolineo, è spontaneo. E se nella tua vita nulla è spontaneo, come può esserlo la religione? Se nulla è spontaneo neppure l’amore lo è; persino l’amore è un contratto, un calcolo, uno sforzo. In quel caso nulla può essere spontaneo ed è impossibile esplodere spontaneamente nel cosmo. Nella situazione in cui ti trovi, in quello stato di cose, è impossibile. Come prima cosa dovrai sbarazzarti di tutta la tua artificialità, tutti i tuoi falsi atteggiamenti, tutte le tue colte convenzioni, tutti i tuoi pregiudizi. Solo allora potrà accadere un evento spontaneo. Questi metodi ti aiuteranno ad arrivare a un punto a partire dal quale non è più necessario fare alcunché: il tuo semplice essere è sufficiente. Ma la mente può ingannare, e la mente inganna facilmente, perché in questo modo può consolarsi. Shiva non parla mai di risultati, solo di metodi. Ricordati questa enfasi. Fa qualcosa, in modo che possa esistere un momento in cui nulla sarà necessario, in cui il tuo essere centrale potrà semplicemente dissolversi nel cosmo. Ma lo si deve conseguire. Lo Zen attrae per la ragione sbagliata, e lo stesso vale per Krishnamurti, perché anche lui dice che non è necessario alcuno yoga, non è necessario alcun metodo, non esiste alcun “metodo” di meditazione. Ha ragione. Ha ragione, ma Shiva dice che ci sono questi centododici metodi di meditazione, e anche Shiva ha ragione. Per quanto ti riguarda, Shiva ha più ragione. Se devi scegliere tra Shiva e Krishnamurti, scegli Shiva. Krishnamurti non ti serve a nulla. Per aiutarti posso dirti perfino questo: Krishnamurti sbaglia completamente. Ed è dannoso. Ricorda: anche questo lo dico per aiutarti, perché se segui le sue parole non raggiungerai il sammadhi.
Raggiungerai solo una conclusione: che non è necessario alcun metodo. E questo è pericoloso. Per te il metodi è necessario! Arriva un momento in cui non è più necessario alcun metodo, ma per te quel momento non è ancora giunto. E prima di quel momento è pericoloso sapere qualcosa su ciò che dovrà seguire. Ecco perché Shiva tace: non dice nulla del futuro, di ciò che avverrà. Si accompagna semplicemente a te, a ciò che sei e a ciò che si deve fare con te. Krishnamurti continua a parlare in termini che non puoi comprendere. Se ne sente la logica. La logica è giusta, è bella. Va benissimo che tu riesca a ricordare la logica di Krishnamurti: dice che, se stai praticando qualche metodo, chi è che lo sta praticando? E’ la mente che lo pratica. E come può un metodo praticato dalla mente dissolvere la mente? Non è possibile, anzi, al contrario, la rafforzerà ancora di più; rafforzerà la tua mente ancora di più. Diventerà un condizionamento, sarà falso. Perciò la meditazione è spontanea, tu non puoi fare nulla in merito. Che cosa puoi fare per amare?
Puoi forse praticare un metodo per amare? Se lo pratichi, il tuo amore sa à falso. Accade: non può essere praticato. Se persino l’amore non può essere praticato, come può essere praticata la preghiera? Come può essere praticata la meditazione? La logica è esatta, è assolutamente giusta, ma non per te, perché se continuerai ad ascoltarla, ne sarai condizionato. E coloro che da quarant’anni danno ascolto a Krishnamurti sono le persone più condizionate che io abbia mai incontrato. Dicono che non esiste alcun metodo e, malgrado ciò, sono ancora al punto di partenza. Io dico: “Voi avete capito che non c’è alcun metodo e non praticate alcun metodo, ma la spontaneità è forse fiorita in voi? Loro rispondono: “No!”. E se io dico loro: “Allora praticate un qualche metodo”, immediatamente scatta il loro condizionamento. Replicano: “Non c’è alcun metodo”. Non hanno praticato alcun metodo e il samadhi non è accaduto. E se tu dici loro: “Allora provate qualche metodo”, loro sostengono che non esiste alcun metodo. Così sono in un dilemma: non si sono mossi di un millimetro, perché è stato detto loro qualcosa che non era per loro. E’ come fare educazione sessuale a un bambino. Puoi continuare a insegnare, ma stai dicendo cose che sono ancora senza senso per il bambino. Il tuo insegnamento sarà pericoloso perché stai condizionando la sua mente, e non è questo ciò di cui ha bisogno; la cosa non lo preoccupa. Non conosce il significato del sesso perché le sue ghiandole non funzionano ancora. Il suo corpo non è ancora sessuale. La sua energia non si è ancora mossa biologicamente verso il centro sessuale, e tu gliene stai già parlando. Pensi forse che gli possa venire insegnata qualunque cosa solo perché ha le orecchie? Pensi forse di potergli insegnare qualunque cosa solo perché annuisce? Puoi insegnare, e il tuo insegnamento può diventare pericoloso e nocivo. Per lui il sesso non è materia da indagare. Per lui non è ancora diventato un problema; il bambino non è ancora giunto a quel punto di maturità in cui il sesso diventa importante. Aspetta! Quando comincia a indagare, quando matura e fa domande, allora parlagliene. E non dirgli mai più di quanto non possa capire perché quel di più diventerà un peso sulla sua testa. Lo stesso vale per il fenomeno della meditazione. Ti si possono insegnare solo i metodi, non i risultati. Questo è fare un salto, e fare un salto senza avere un punto d’appoggio nel metodo si riduce a una faccenda cerebrale, a un affare mentale. In questo modo perderai sempre la parte essenziale del metodo. E’ come con i bambini quando fanno aritmetica. Possono sempre tornare al libro e conoscere la risposta. La risposta è lì: alla fine del libro vengono date le risposte. Possono guardare una domanda, poi andare alla fine e sapere la risposta. E una volta che un bambino conosce la risposta è molto difficile per lui imparare il metodo, perché sembra che non sia necessario. Visto che sa già la risposta non ce n’è bisogno. In realtà farà tutto con ordine inverso: arriverà alla risposta attraverso qualunque falso, pseudo-metodo. Conosce l’essenziale, conosce la risposta, perciò può arrivarci semplicemente creando un falso metodo. E lo stesso capita nella religione: sembra che anche nella religione ognuno faccia proprio come i bambini. La risposta non ti fa bene. C’è la domanda, c’è il metodo, e tu devi arrivare alla risposta. Nessun altro dovrebbe dartela. I veri insegnamenti non ti aiutano a conoscere la risposta prima che il processo sia compiuto, ti aiutano semplicemente a passare attraverso il processo. E se anche hai saputo la risposta in qualche modo, o l’hai rubata da qualche parte, diranno che è sbagliata. Potrebbe essere corretta, ma loro diranno: “Questo è sbagliato. Sbarazzatene: non è necessario”. Ti impediranno di conoscere la risposta prima che tu giunga realmente a conoscerla. Questo è il motivo per cui non viene data alcuna risposta. L’amata di Shiva, Devi, gli ha posto delle domande. Lui dà dei semplici metodi. C’è la domanda, c’è il metodo. Sta a te elaborare, vivere la risposta. Perciò ricordati la centratura è il metodo, non il risultato. Il risultato è l’esperienza cosmica, oceanica. A quel punto non c’è più alcun centro.


Osho, Il libro dei segreti

 

 

domenica 25 dicembre 2016

4 gradini: pensiero ordinario, contemplazione, concentrazione, meditazione - Osho

La seconda domanda: “Per favore spiegaci che cosa sono la contemplazione, la concentrazione e la meditazione”. 

Contemplazione significa pensiero indirizzato. Noi tutti pensiamo, ma questo non equivale a contemplare. Questo pensare non è indirizzato, è vago, non porta da nessuna parte. In realtà il nostro pensare non è contemplazione, ma quello che i freudiani chiamano “associazione”. Un pensiero porta a un altro senza che venga diretto da te. E’ il pensiero stesso ad agire a causa dell’associazione. Vedi un cane attraversare la strada e, non appena lo vedi, cominci a pensare ai cani. Il cane ti ha portato a questo pensiero, e subito la mente opera molte associazioni. Da bambino avevi paura di un certo cane: ti viene in mente quel cane e anche l’infanzia. Poi i cani vengono dimenticati, quindi inizi a sognare a occhi aperti della tua infanzia, solo per associazione.
Poi l’infanzia continua a essere collegata con altre cose, e tu ti muovi in tondo. Quando sei a tuo agio, cerca di ritornare da ciò che stai pensando all’origine dei pensieri. Torna indietro, ritorna sui tuoi passi e vedrai che c’era un altro pensiero che ti aveva portato a questo. E non sono connessi logicamente, perché in cosa un cane sulla strada si correla con la tua infanzia? Nella tua mente non c’è connessione logica, ma solo associazione. Se fossi stato io ad attraversare la strada, lo stesso cane non mi avrebbe portato alla mia infanzia. Mi avrebbe condotto da qualche altra parte. Una terza persona sarebbe stata condotta verso qualcos’altro ancora. Ognuno ha catene di associazioni nella propria mente e ogni avvenimento, ogni incidente conduce alla propria catena. Di conseguenza la mente comincia a funzionare come un computer: una cosa conduce a un’altra e a un’altra ancora, e tu continui e durante tutto il giorno non fai che quello. Scrivi su un foglio tutto ciò che ti passa per la mente, onestamente; rimarrai stupito di ciò che avviene nella tua mente. Non c’è alcuna relazione tra due pensieri, e tu continui a pensare in questo modo.
Questo lo chiami pensare? Questo è solo associazione di un pensiero con un altro, e uno porta all’altro... tu sei condotto. Il pensiero diventa contemplazione non quando si muove tramite le associazioni, ma quando è diretto. Stai lavorando su un problema ed escludi tutte le associazioni. Ti muovi solo nell’ambito di quel problema: focalizzi la tua mente. La mente cercherà di fuggire da un sentiero laterale, da una via laterale a una qualche associazione: tu escludi tutte le vie laterali e indirizza la tua mente su una sola strada. Uno scienziato che sta lavorando su un problema è in contemplazione. Un logico, un matematico che sta lavorando su un problema è in contemplazione. Un poeta contempla un fiore: l’intero mondo viene tagliato fuori, e rimangono solo il fiore e il poeta, e lui si muove con il fiore. Molte cose l’attraggono dalle vie laterali, ma lui non permette alla sua mente di muoversi minimamente. La mente si muove su di una sola linea, indirizzata.
Questa è la contemplazione. La scienza è basata sulla contemplazione. Ogni pensiero logico è contemplazione: il pensiero è indirizzato, il pensiero è guidato. Il pensiero ordinario è assurdo. La contemplazione è logica razionale.
Poi viene la concentrazione: concentrazione è restare su un punto solo. Non è pensiero; non è contemplazione. E’, in realtà, essere su un punto solo senza permettere affatto alla mente di muoversi. Nel pensiero ordinario la mente si muove come una pazza. Nella contemplazione questa pazza viene condotta, indirizzata; non può fuggire da nessuna parte. Nella concentrazione non si permette alla mente di muoversi; nel pensiero ordinario, le è permesso di muoversi ovunque; nella contemplazione le viene permesso di muoversi solo in alcuni posti; nella concentrazione non le viene affatto permesso di muoversi. Le si permette di essere solo in un unico punto. Tutta l’energia, tutto il movimento, si ferma, si fissa su un unico punto. La concentrazione riguarda lo yoga, il pensiero non indirizzato l’uomo comune, il pensiero indirizzato la mente scientifica. La mente yogica ha il suo pensiero focalizzato, fissato in un punto solo: non le viene permesso alcun movimento. Poi c’è la meditazione. Nel pensiero ordinario si permette alla mente di muoversi ovunque, nella contemplazione ciò le è permesso in una sola direzione: tutte le altre sono escluse. Nella concentrazione non le viene permesso di muoversi neppure in una sola direzione. Le viene permesso solamente di concentrarsi su un unico punto. E nella meditazione non si permette alla mente neppure di esistere. La meditazione è nonmente. Questi sono i quattro stadi:
pensiero ordinario, contemplazione, concentrazione, meditazione. La meditazione significa nonmente: neppure la concentrazione è permessa. Alla mente non viene permesso neppure di esistere! Questa è la ragione per la quale la meditazione non può essere afferrata dalla mente. La concentrazione è ancora alla portata della mente, vi può ancora accedere. La mente può comprendere la concentrazione, ma non la meditazione. In verità, in essa non si permette alla mente neppure di esistere. Nella concentrazione si permette alla mente di essere in un punto solo: nella meditazione le viene sottratto persino quel punto. Nel pensiero ordinario tutte le direzioni sono aperte. Nella contemplazione è aperta una direzione sola. Nella concentrazione è aperto solo un punto – nessuna direzione.
Nella meditazione non è aperto neppure quel punto: non si permette alla mente neppure di esistere. Il pensiero ordinario è lo stato ordinario dalla mente, e la meditazione è la sua più alta possibilità. La più bassa è il pensare ordinario, l’associazione e la più alta, il culmine, è la meditazione, la nonmente.

E con la seconda domanda si chiede inoltre: “La contemplazione e la concentrazione sono processi mentali. Come possono dei processi mentali essere utili per raggiungere uno stato di non-mente?”.

La domanda è significativa. La mente si chiede come la mente possa andare al di là della mente. Come può qualunque processo mentale essere utile per raggiungere qualcosa che non appartiene alla mente? Sembra contraddittorio. Come può la tua mente cercare, fare degli sforzi per creare uno stato che non le appartiene? Cerca di capire. Quando c’è la mente, cos’è che esiste? Un processo di pensiero. Quando c’è la nonmente, cos’è che esiste? Nessuno processo dei pensiero. Se continui a ridurre il tuo processo mentale se continui a dissolvere il tuo pensiero, gradatamente, lentamente, raggiungi la nonmente.
Mentre significa pensare, nonmente significa non pensare. E la mente ti può essere d’aiuto, può rendersi utile suicidandosi. Puoi suicidarti, ma non ti chiedi mai come un uomo vivo possa aiutare se stesso a essere morto. Tu puoi aiutarti a essere morto: tutti tentano di farlo! Tu puoi aiutare te stesso a essere morto, e sei vivo. La mente può aiutare a essere nonmente. Come può farlo? Se il processo di pensiero diventa sempre più denso, significa che stai procedendo dalla mente a una mente maggiore. Se il processo di pensiero diventa meno denso, se viene ridotto, rallentato, stai aiutando te stesso a raggiungere la nonmente. Dipende da te. E la mente può essere un aiuto perché, in realtà, essa è ciò che in questo stesso istante stai facendo con la tua consapevolezza. Se lasci la tua consapevolezza sola, senza farne nulla, diventa meditazione. Perciò ci sono due possibilità: una è ridurre la mente lentamente, gradualmente, piano piano. Se viene diminuita dell’uno per cento, dentro di te hai mente per il novantanove per cento e nonmente per l’uno per cento. E’ come se avessi portato dei mobili fuori dalla stanza: lì si è creato un po’ di spazio. Sposta altri mobili, e si crea uno spazio maggiore. Quando li hai tolti tutti, l’intera stanza diventa uno spazio vuoto. In realtà lo spazio non si è creato spostando i mobili: lo spazio c’era già, ma era occupato dai mobili. Quando li togli, lo spazio non entra dall’esterno: c’era già, ma occupato dai mobili. Tu li hai tolti, e lo spazio viene riacquistato, recuperato. Giù, nel profondo, la mente è uno spazio occupato, riempito di pensieri. Se togli un po’ di pensieri, si crea, viene scoperto o recuperato dello spazio. Se continui a togliere i tuoi pensieri, un po’ alla volta riacquisti il tuo spazio. Questo spazio è meditazione. Può esser fatto lentamente, ma anche improvvisamente. Non c’è alcun bisogno di continuare a togliere i mobili per vite intere, un po’ alla volta, perché si creano problemi. Quando togli i mobili si crea l’un per cento di spazio mentre il novantanove per cento rimane occupato. Quel novantanove per cento di spazio occupato si sentirà a disagio per quello spazio non occupato e cercherà di riempirlo. Perciò una persona continua a ridurre i pensieri gradualmente e poi a creare ancora nuovi pensieri. Al mattino ti siedi a meditare per un po’ di tempo: rallenti il tuo processo di pensiero. Poi vai al mercato e c’è un nuovo afflusso di pensieri: lo spazio viene riempito di nuovo. Il giorno dopo rifai la stessa cosa, e continui a farla, continui a scacciare fuori e a invitare di nuovo dei pensieri. Ma puoi anche buttare fuori all’improvviso tutti i mobili. Sta a te decidere. E’ difficile perché ti sei abituato ai mobili e potresti sentirti a disagio, non sapresti cosa fartene dello spazio. Potresti persino aver paura di muoverti in quello spazio. Non ci siamo mai mossi con tale libertà. La mente è un condizionamento. Ci siamo abituati ai pensieri.
Hai mai osservato – o se non l’hai osservato, allora osservalo – che continui a ripetere gli stessi pensieri ogni giorno? Sei come un disco, e neppure uno appena uscito, nuovo, sei un disco vecchio. Vai avanti a ripetere le stesse cose. Perché? A che cosa serve? Serve solo a una cosa, è solo una vecchia abitudine: senti che stai facendo qualcosa. Sei sdraiato sul letto e stai aspettando che ti venga sonno e ripeti le stesse azioni ogni giorno.
Perché lo fai? In un certo senso serve. Le vecchie abitudini, i condizionamenti, servono.
Un bambino ha bisogno di un giocattolo. Se gli viene dato, si addormenterà; a quel punto glielo puoi togliere. Ma se il giocattolo non c’è, il bambino non riesce ad addormentarsi. E’ un condizionamento. Non appena gli viene dato il giocattolo, nella sua mente scatta qualcosa. Ora è pronto per addormentarsi. Lo stesso avviene per te. I giocattoli possono essere differenti. C’è chi non riesce ad addormentarsi se non comincia a cantare: “Rama, Rama, Rama...”. Non riesce ad addormentarsi! Questo è un giocattolo. Se canta: “Rama, Rama, Rama...”, gli viene dato il giocattolo, riesce ad addormentarsi. Fai fatica ad addormentarti in un stanza nuova. Se sei abituato a dormire con particolari indumenti, ne avrai bisogno ogni giorno. Gli psicologi dicono che, se dormi in camicia da notte e non ti viene data, farai fatica ad addormentarti. Perché? Se non hai mai dormito nudo e ti viene detto di dormire nudo, non ti sentirai a tuo agio. Perché? Non c’è alcuna relazione tra la nudità e il sonno, ma per te una relazione c’è, una vecchia abitudine. Con le vecchie abitudini ci si sente a proprio agio, comodi. Anche gli schemi mentali sono solo abitudini.
Ti senti comodo – lo stesso pensiero ogni giorno, la stessa routine; senti che tutto va bene. Tu hai investito nei tuoi pensieri: questo è il problema. I tuoi mobili non sono solo spazzatura che va gettata; in essi hai investito moltissimo. Tutti i mobili possono essere gettati via immediatamente: può esser fatto! Esistono metodi immediati dei quali parleremo. Puoi essere liberato di tutto il tuo mobilio mentale immediatamente, in questo stesso istante, ma allora all’improvviso sarai vuoto, svuotato, e non saprai più chi sei. Non saprai più che cosa fare perché, per la prima volta, non ci saranno più i tuoi vecchi modelli.
Lo shock potrebbe essere troppo improvviso. Potresti impazzire o persino morire. Questa è la ragione per la quale i metodi improvvisi non vengono usati, a meno che una persona non sia pronta. Una persona può impazzire all’improvviso perché le vengono a mancare tutti gli ormeggi. Il passato cade immediatamente, e quando accade, non puoi concepire il futuro, perché il futuro era sempre stato concepito nei termini del passato. Rimane solo il presente, e tu non sei mai stato nel presente. Eri nel passato oppure nel futuro. Perciò quando sei proprio nel presente per la prima volta, ti senti come se fossi diventato pazzo, furioso. Questa è la ragione per la quale i metodi improvvisi non vengono usati a meno che tu non stia lavorando all’interno di una scuola, con un Maestro in un gruppo, a meno che non ti sia completamente consacrato, non abbia dedicato l’intera vita alla meditazione.
Perciò i metodi graduali vanno bene. Hanno bisogno di molto tempo, ma un po’ alla volta ti abitui allo spazio. Cominci a sentire lo spazio e la sua bellezza, la sua beatitudine, e allora i tuoi mobili vengono rimossi gradualmente. Quindi è bene diventare contemplativi partendo dal pensiero ordinario: questo è il metodo graduale. Dalla contemplazione è bene concentrarsi: questo è il metodo graduale. E dalla concentrazione è bene fare un salto nella meditazione. Allora ti muovi lentamente, tastando il terreno a ogni passo, e solo quando sei veramente radicato in ogni gradino, solo allora cominci ad andare verso quello successivo. Non è un salto: è una crescita graduale. Dunque queste quattro cose – pensiero ordinario, contemplazione, concentrazione, meditazione – sono quattro gradini.


Osho, Il libro dei segreti

sabato 24 dicembre 2016

Ombelico, cuore, e testa - Osho

Quando l’uomo nasce, è radicato in un punto particolare, in un particolare chakra, o centro, che è l’ombelico. I giapponesi lo chiamano hara da cui termine hara-kiri.

Harakiri significa suicidio. Letteralmente l’espressione significa uccidere lo hara, la spina dorsale, il centro. Hara è il centro: il significato di harakiri è distruggere il centro. Ma in un certo senso tutti noi abbiamo compiuto harakiri. Non abbiamo ucciso il centro, ma l’abbiamo dimenticato. Oppure non ce ne siamo mai ricordati. E’ lì che aspetta, e noi siamo andati alla deriva sempre più lontani da esso. Quando nasce un bambino, è radicato nell’ombelico, nello hara, vive attraverso lo hara. Osserva un bambino quando respira: il suo ombelico va su e giù. Respira con il ventre, vive con il ventre, non con la testa, non con il cuore. Ma a poco a poco dovrà andarsene lontano, alla deriva. Dapprima svilupperà un altro centro, cioè il cuore, il centro dell’emozione. Imparerà l’amore, sarà amato, e un altro centro si svilupperà. Questo centro non è il vero centro, è un surrogato.

Ecco perché gli psicologi dicono che se un bambino non è amato non sarà mai capace d’amare. Se un bambino cresce in un ambiente anaffettivo – un ambiente freddo, senza nessuno che lo ami e gli dia calore – nella vita non sarà capace di amare nessuno perché il centro stesso non si svilupperà. L’amore della madre, l’amore del padre, la famiglia, la società: questo aiuta un centro a svilupparsi. Questo centro è un surrogato: non ce l’hai dalla nascita. Perciò, se non è aiutato a crescere, non crescerà. A moltissime persone manca il centro dell’amore. Continuano a parlare di amore e continuano a credere di amare, ma manca loro il centro, perciò come possono amare? E’ difficile avere una madre che ami, ed è molto difficile e raro avere un padre che ami. Ogni padre, ogni madre pensa di amare. Non è così facile. L’amore è una crescita difficile, molto difficile. Ma se per il bambino l’amore non c’è fin dall’inizio, egli stesso non sarà mai capace d’amare. Questa è la ragione per la quale l’umanità intera vive senza amore. Continuate a produrre bambini, ma non sapete come dare loro un centro d’amore. Anzi, al contrario, più la società diventa civilizzata e più impone un terzo centro, che è l’intelletto, l’ombelico è il centro originario: un bambino ce l’ha dalla nascita, non è un surrogato. Senza di esso la vita è impossibile, per questo ci viene dato. Il secondo centro è un surrogato. Se riceve amore, il bambino risponde. Rispondendo, cresce in lui un centro: questo è il centro del cuore. Il terzo centro è la ragione, l’intelletto, la testa. L’educazione, la logica e l’esercizio creano un terzo centro: anche questo è un surrogato. Ma noi viviamo nel terzo centro. Il secondo è quasi assente o, anche se è presente, non funziona o, anche se talvolta funziona, funziona irregolarmente. Ma il terzo centro, la testa, diventa la forza fondamentale nella vita perché l’intera vita ne dipende. E’ utilitaristico. Ne hai bisogno per la ragione, la logica, il pensiero.

Perciò, presto o tardi, ognuno diventa orientato nella testa: comincia a vivere nella testa.
La testa, il cuore, l’ombelico: questi sono i tre centri. L’ombelico è il centro che ci viene dato, quello originario. Il cuore può venire sviluppato, ed è bene farlo per molte ragioni. E’ necessario sviluppare anche la ragione, ma non a spese del cuore, perché allora ti verrà a mancare il collegamento e non potrai ritornare all’ombelico. Lo sviluppo va dalla ragione all’esistenza, all’essere: cerchiamo di capirlo in questo modo. Il centro dell’ombelico è nell’essere, il centro del cuore è nel sentire, il centro della testa è nel conoscere.

Conoscere è il più remoto dall’essere, il sentire è il più vicino. Se ti manca il centro del sentire è molto difficile creare un ponte tra la ragione e l’essere, veramente molto difficile.
Ecco perché una persona che ama può diventare consapevole del suo “essere a casa” nel mondo più facilmente che non una persona che vive attraverso l’intelletto. La cultura occidentale ha fondamentalmente posto l’accento sul centro della testa. Ecco perché in Occidente si sente per l’uomo un’ansia profonda. E l’ansia profonda è per il suo essere senza casa, vuoto, sradicato. Simone Weil scrisse un libro intitolato La prima radice.

L’uomo occidentale si sente sradicato, come se non avesse radici. La ragione è che solo la testa è diventata il centro. Il cuore non è stato esercitato, manca. Il battito del cuore non è il tuo cuore, è solo una funzione fisiologica. Perciò, se ne senti il battito, non cadere nell’errore di pensare che hai un cuore. Il cuore è qualcos’altro. Cuore significa la capacità di sentire, testa significa la capacità di conoscere. Cuore significa la capacità di sentire, ed essere significa la capacità di essere uno, uno con qualcosa... La religione riguarda l’essere, la poesia riguarda il cuore, la filosofia e la scienza riguardano la testa. Questi due centri, il cuore e la testa, sono centri periferici, non sono reali solo falsi centri. Il centro reale è l’ombelico, lo hara. Come raggiungerlo nuovamente? Oppure, come realizzarlo? In genere capita che talvolta – raramente, accidentalmente, può capitare - ti avvicini allo hara. Quell’istante diverrà un istante molto profondo, beato. Per esempio, talvolta nel sesso ti avvicini allo hara, perché nel sesso la tua mente, la tua consapevolezza si trasferisce di nuovo verso il basso. Devi lasciare la tua testa e cader giù, In un orgasmo sessuale profondo talvolta accade che ti trovi vicino al tuo hara. Ecco perché il sesso esercita un tale fascino. In realtà non è il sesso che ti dà l’esperienza della beatitudine, è lo hara. Cadendo giù verso il sesso passi attraverso lo hara, lo tocchi. Ma per l’uomo moderno persino questo è diventato impossibile, perché persino il sesso è diventato un affare cerebrale, un affare mentale. Persino il sesso è finito nella testa, è qualcosa a cui pensare. Ecco perché ci sono così tanti film, così tanti romanzi, così tanta letteratura, di pornografia e di cose simili. L’uomo pensa al sesso, ma questa è un’assurdità. Il sesso è un’esperienza, non puoi pensarci. Se cominci a pensarci sopra sarà sempre più difficile farne esperienza, perché non riguarda affatto la testa. La ragione non ti serve. E quanto più l’uomo moderno si sente incapace di penetrare in profondità nel sesso, tanto più ci pensa su. Diventa un circolo vizioso. E quanto più ci pensa su, tanto più diventa cerebrale.

Allora persino il sesso diventa futile. In Occidente è diventato futile, una cosa ripetitiva, noiosa. Non se ne ricava nulla, continui solo a ripetere una vecchia abitudine. E alla fine ti senti frustrato, come se fossi stato imbrogliato. Perché? Perché in realtà la consapevolezza non cade giù, non ritorna al centro. Solo passando attraverso lo hara senti la beatitudine.

Perciò qualunque ne sia la causa, tutte le volte in cui passi per lo hara senti beatitudine.
Un guerriero sul campo di battaglia, mentre sta combattendo, a volte passa attraverso lo hara, ma non i guerrieri moderni, perché non sono affatto guerrieri. Una persona che lancia una bomba su una città, dorme. Non è un guerriero, non è un combattente, non è uno kshatriya, non è Arjuna che combatte. Quando una persona è sul punto di morire, qualche volta viene rigettato nello hara. Per un guerriero che combatte con la sua spada, la morte diventa possibile in ogni istante. A ogni istante potrebbe non esistere più. E combattendo con una spada non si può pensare: se pensi non esisterai più, devi agire senza pensare perché il pensiero richiede tempo. Se combatti con una spada non puoi pensare. Se pensi vincerà l’avversario, tu non esisterai più. Non c’è tempo per pensare, e la mente ha bisogno di tempo. Siccome non c’è tempo per pensare e pensare significa morte certa, la consapevolezza cade giù dalla testa: va allo hara. E un guerriero sperimenta la beatitudine. Ecco perché la guerra esercita un tale fascino. Il sesso e la guerra sono due cose che esercitano un fascino perché in essi si passa attraverso lo hara.

Ci passi attraverso in ogni pericolo. Netzsche dice: “Vivi pericolosamente”. Perché?
Perché nel pericolo vieni rigettato nello hara. Non puoi pensare, non puoi elaborare cose con la mente. Devi agire immediatamente. Passa un serpente: all’improvviso lo vedi e c’è un salto. Non puoi formulare un pensiero ponderato sul fatto che “c’è un serpente”. Non c’è alcun sillogismo; non argomenti mentalmente: “Ora c’è un serpente e i serpenti sono pericolosi, perciò devo fare un salto”. Non fai alcun ragionamento logico come questo. Se ragioni in questo modo, non saresti più vivo. Non puoi ragionare. Devi agire spontaneamente, immediatamente. Prima viene l’atto e poi viene il pensiero. Prima salti e poi pensi. Nella vita comune, quando non c’è pericolo, prima pensi e poi agisci. Nel pericolo, l’intero processo viene invertito: prima agisci e poi pensi. Quell’azione che viene prima senza pensare ti getta nel tuo centro originario – lo hara. Ecco perché il pericolo esercita un fascino. Stai guidando una macchina sempre più velocemente, e all’improvviso viene un momento a partire dal quale ogni attimo diventa pericoloso. La vita può cessare a ogni istante. In questo momento di suspense in cui la vita e la morte sono quanto più vicine possibili l’una all’altra e tu sei tra l’una e l’altra, la mente si ferma: vieni gettato nello hara. Da ciò il grande fascino esercitato dalle automobili, dalla guida – dalla guidare veloce, folle. Oppure stai giocando d’azzardo e hai puntato tutto ciò che hai: la mente si ferma, c’è pericolo. Tra un istante potresti ritrovarti mendicante. La mente non può funzionare; sei gettato nello hara. I pericoli attraggono perché nel pericolo la tua coscienza ordinaria e quotidiana non può funzionare. Il pericolo penetra profondamente. La tua mente non è più necessaria; diventi una nonmente. Tu sei! Sei consapevole, ma senza che vi sia alcun pensiero. Quel momento diventa meditativo. In realtà, nel gioco d’azzardo i giocatori cercano uno stato mentale meditativo. Nel pericolo, nella lotta, nel duello, nelle guerre l’uomo ha sempre cercato stati meditativi. Una beatitudine irrompe all’improvviso, esplode in te, diventa una pioggia interiore. Ma questi sono avvenimenti improvvisi e accidentali. Una cosa sola è certa: tutte le volte in cui ti senti beato sei vicino allo hara.

Questo è certo, non importa quale ne sia la causa. La causa è irrilevante. Tutte le volte in cui passi vicino al centro originario vieni colmato di beatitudine. Questi sutra riguardano la creazione di un radicamento nello hara, nel centro, scientificamente, in modo intenzionale e studiato, non in modo accidentale, momentaneo, bensì permanente. Puoi rimanere sempre nello hara, quello può diventare il tuo radicamento.


Osho, Il libro dei segreti

giovedì 22 dicembre 2016

Mettere da parte la mente - Osho

Proprio alcuni giorni fa è venuto da me un uomo che mi ha chiesto: “Sto provando il tuo metodo di meditazione, ma dimmi, in quale testo sacro è insegnato? Se riesci a convincermi che è insegnato nel testo sacro della mia religione, per me sarà più facile praticarlo”. Ma perché dovrebbe riuscirgli più facile se fosse scritto in un testo sacro?
Perché in quel caso la mente non creerebbe alcun problema. La mente direbbe: “Va bene!
Questo ci appartiene, perciò fallo pure”. Se non è scritto in alcun testo sacro, la mente direbbe: “Ma che cosa stai facendo?”. La mente si oppone. Ho chiesto a quell’uomo: “E’ da tre mesi che stai praticando questo metodo. Come ti senti?” Lui ha risposto:
“Meravigliosamente. Mi sento meravigliosamente bene. Ma dimmi... dammi qualche fonte scritturale”. Ciò che sente non è affatto una fonte autorevole. Lui dice: “Mi sento meravigliosamente bene. Sono diventato più silenzioso, più tranquillo, più amorevole. Mi sento proprio meravigliosamente bene”. Ma la sua esperienza non è la fonte autorevole.
La mente richiede una fonte autorevole del passato. Gli ho detto:”Non è scritto da nessuna parte nei tuoi testi sacri. Anzi, nei testi sacri sono scritte molte parole contro questa tecnica”. Il suo volto si è rattristato, e poi ha replicato: “Allora sarà difficile per me praticarla, continuare a farla”. Perché la sua esperienza non ha valore? Il passato – il condizionamento, la mente – ti plasmano e distruggono il tuo presente costantemente.
Perciò ricorda, e sii consapevole. Sii scettico e dubita della tua mente. Non fare affidamento su di essa, e solo se riuscirai a conseguire questa maturità che consiste nel non fidarsi della tua mente, queste tecniche saranno realmente semplici, utili, funzionali.
Faranno miracoli; possono fare miracoli.
[...]
Quando dico: “Fa’”, prova a fare. Se qualcosa comincia ad accadere dentro di tu, sarai in grado di gettare in disparte il tuo intelletto, e di raggiungermi direttamente senza l’intelletto, senza alcuno sforzo, senza il mediatore. Ma comincia a fare qualcosa. Possiamo andare avanti a parlare per anni e anni, la tua mente può essere farcita di molte nozioni, ma ciò non sarà di aiuto. Anzi, potrebbe nuocerti perché cominceresti a sapere molte cose, e se sai molte cose, ti confondi. Non è bene sapere molte cose. E’ bene sapere poco e praticarlo. Una tecnica sola può essere d’aiuto: qualcosa che viene fatto è sempre d’aiuto.
[...]
Queste tecniche servono a mettere da parte la mente. Queste tecniche in realtà non servono a meditare: servono a mettere da parte la mente. Una volta che la mente non c’è più, tu sei! Penso che questo basti per oggi, addirittura che sia più che sufficiente.


Osho, Il libro dei segreti

martedì 20 dicembre 2016

L'uomo deve essere trasceso - Osho

   L'uomo è mente.
   La stessa parola inglese man deriva da una radice sanscrita il cui significato è "mente". Se comprendi il modo in cui la mente opera, capirai la realtà dell'uomo e anche le sue possibilità. Se comprendi il meccanismo che sottende la mente, capirai il passato dell'uomo, il presente e anche il futuro.
   L'uomo in quanto tale non è un essere, bensì un passaggio. In sè, l'uomo non è un essere, perché l'essere umano è un perenne divenire: nell'uomo non esiste riposo, il riposo esiste al di sotto o al di sopra dell'uomo. Al di sotto c'è la natura, al di sopra Dio: l'uomo è proprio nel mezzo, un anello, una scala. Non ti puoi riposare sulla scala, non ti puoi fermare su di essa: la scala non può diventare la tua dimora. La sfera dell'umano dev'essere superata, l'uomo dev'essere trasceso.


Osho, Il miracolo più grande, pp 130-131

Giocattoli per la mente - Osho

   Ciò che io continuo a dire non è altro che una scusa per permettervi di stare con me: per voi sarebbe difficile stare con me, se io continuassi a stare seduto in silenzio. La tua mente va tenuta occupata: se la tua mente resta impegnata, il tuo cuore si apre. E la cosa reale accadrà lì, nel cuore, non nella mente: se la mente inizia a controbattere, il cuore si chiude; in quel caso resti troppo invischiato nella testa.
   E' così: continuo a darvi giocattoli per la mente. Questi discorsi non sono altro che giocattoli: la tua mente continua a giocare con questi trastulli, e il lavoro reale accade da qualche altra parte. Sta accadendo nel cuore.
[...]
   Ciò che dico è solo una scusa. Ciò che sono è la cosa reale.


 Osho, Il miracolo più grande, pp 127-128

venerdì 16 dicembre 2016

Mente universale e nonmente - Osho


   Tu dici: Come è possibile mutare la mia mente che non fa altro che giudicare, che è fortemente radicata nelle sue opinioni, che è così propensa al senso di colpa e così condizionata dalla paura?
   Non è affatto necessario continuare ad avere una mente, non è di alcuna utilità: lasciala cadere, e a quel punto la mente universale inizierà a funzionare dentro di te. A causa della tua mente, la mente universale non può funzionare: tu continui a interferire; non permetti alla mente cosmica di operare dentro di te. Tu sei l'ostacolo, l'impedimento, l'intralcio.
   Ebbene, quello ostruzione non deve essere migliorata, deve essere rimossa: va completamente rimossa!

[...]
    Semplicemente non scegliere: vivi senza scegliere. La scelta chiama in causa la mente, scegliere è proprio della mente. Ecco perché le antiche scritture e tutti gli antichi Maestri non hanno fatto altro che parlare di un'unica cosa: sii un testimone. Osserva semplicemente ciò che accade.
   Chiedi: "Chi è stufo della mente?" e vedrai che è la mente: sta creando un nuovo gioco, di nuovo ti sta ingannando, a un livello più sottile e più profondo. E può continuare a farlo all'infinito.
   Limitati a osservare. Non decidere, non parteggiare: continua a osservare. Osservare è un po' complesso, è arduo perché la mente dice: "fa qualcosa. O da una parte o dall'altra, ma fa qualcosa! Non continuare a stare seduto in silenzio a osservare", e questo perché la mente si terrorizza quando tu ti limiti semplicemente a osservare.
   Il mio suggerimento è questo: per tre mesi, osserva semplicemente, senza decidere, senza stabilire che devi fare qualcosa rispetto alla mente, continua a osservare. Continua a osservare ogni livello più sottile... e in quei tre mesi, un giorno avrai la prima intuizione della non mente.
   Potrebbe essere solo per un istante, ma quell'attimo sarà un punto di svolta nella tua vita da quel momento in poi, sarai raggiunto da altri istanti; si susseguiranno sempre di più e ben presto vedrai che, senza fare nulla nei confronti della mente, la mente inizia a ritirarsi. Si allontana sempre di più... ancora è rumorosa, ma è molto distante: tu ne resti imperturbato.
   E un giorno, all'improvviso, ecco che se ne sarà andata: sei lasciato solo. E quando sei lasciato solo, sei immerso nel Divino che è l'esistenza. Tu sei sempre stato immerso in Dio. A causa dell'interferenza della mente non ti era possibile scrutare nel tuo stesso essere.


Osho, Il miracolo più grande, pp 114-115, 117-118

domenica 4 dicembre 2016

Mente e Gesù - Osho

   Attraverso un prete non puoi comprendere Gesù: lui stesso non l'ha conosciuto. Ha letto, ha elucubrato, ha contemplato, ha speculato, ha filosofato... certo, ha una mente molto sviluppata, conosce le scritture; ma conoscere i testi sacri non vuol dire conoscere Gesù. Per conoscerlo, si dovrà comprendere il proprio nulla essenziale, l'intima vacuità; se non la si conosce, non si potrà mai portare nessun altro a familiarizzare con Gesù.
[...]
   Ebbene, che idea potrai mai avere di Dio, di Cristo o di Krishna? Chintana, non conosci neppure te stessa... senza conoscere te stessa, come potrai mai conoscere Gesù? E qualsiasi cosa conoscerai sarà inevitabilmente sbagliata: più o meno, sarà solo una congettura, un'ipotesi fatta partendo da un'infinita ignoranza.
[...]
   Tutte le tue idee devono scomparire. Perchè il Cristo possa esistere, la tua mente deve smettere di essere presente. Quindi, sembrerà qualcosa di assolutamente paradossale... io ti sto dicendo che, se non sei un cristiano, se non sei un hindu, se non sei un gianista, se non sei un buddhista, solo allora conoscerai cos'è la verità. Come puoi conoscere il Cristo, se sei un cristiano? La tua stessa cristianità sarà un ostacolo. Se sei un buddhista, non puoi conoscere il Buddha: la tua ideologia funzionerà come un muro, sarà una vera e propria muraglia cinese. Lascia dunque cadere tutte le tue ideologie... e non essere una suora!
[...]
   "Esci dalla tua mente!", perchè la mente è la morte, perchè la mente è il tempo: se vivi nella mente, vivi nella morte. Se lasci cadere la mente, vivi nell'eternità, nell'immortale: questa è l'essenza della religione. Cristianesimo, induismo, buddhismo... questi sono solo nomi per indicare lo stesso processo.
[...]
   No, non essere mai una suora, e non essere mai un cosiddetto monaco: questo è uno stato di cose abnorme, patologico, nevrotico, isterico. Ma come mai nel corso dei secoli si è scelto questo stile di vita?

Osho, Il miracolo più grande, pp 37-45