sabato 3 dicembre 2016

Macchina o Uomo - Gurdjieff

   "Le persone si assomigliano talmente poco, dissi. Ritengo impossibile metterle tutto nello stesso sacco. Vi sono selvaggi, vi sono persone meccanizzate, vi sono intellettuali, vi sono dei genii".
   "Assolutamente giusto, disse G. Le persone sono molto differenti, ma la reale differenza tra le persone voi non la conoscete e non potete vederla. Le differenze di cui voi parlate, semplicemente non esistono.
Questo deve essere compreso. Tutte le persone che voi vedete, che conoscete, che vi può capitare di conoscere, sono macchine, vere e proprie macchine che lavorano soltanto sotto la pressione di influenze esterne, come voi stesso avete detto. Macchine sono nate e macchine moriranno. Che c'entrano i selvaggi e gli intellettuali? Anche ora, in questo preciso istante, mentre parliamo, parecchi milioni di macchine cercano di annientarsi a vicenda. In che cosa differiscono, quindi? Dove sono i selvaggi e dove gli intellettuali? Sono tutti uguali...
   "Ma vi è una possibilità di cessare di essere una macchina. È a questo che noi dobbiamo pensare e non certo ai diversi tipi di macchine esistenti. È vero che le macchine differiscono le une dalle altre; un'automobile è una macchina, un grammofono è una macchina e un fucile è una macchina. Ma questo che cosa cambia? È la stessa cosa, si tratta sempre di macchine".
[...]
Domandai:
   "Può un uomo smettere di essere una macchina?".
   "Ah! È proprio questo il problema. Se voi aveste fatto più spesso simili domande, forse le nostre conversazioni avrebbero potuto condurre a qualche cosa. Sì, è possibile smettere di essere una macchina, ma, per questo, è necessario prima di tutto conoscere la macchina. Una macchina, una vera macchina, non conosce se stessa e non può conoscersi. Quando una macchina conosce se stessa, da quell'istante ha cessato di essere una macchina; per lo meno non è più la stessa macchina di prima. Comincia già ad essere responsabile delle proprie azioni".
   "Questo significa, secondo voi, che un uomo non è responsabile delle proprie azioni?".
   "Un uomo — ed egli sottolineò questa parola — è responsabile.
Una macchina no".


P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto - la testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G. I. Gurdjieff, pp 24-25



La via dell'Amore e la via dell'Intelligenza - Osho

   Il Buddha illuminò molte persone, ma costoro erano già sul sentiero; il Buddha si accompagnò a persone raffinate: gente istruita, virtuosa, speciale. Gesù si accompagnò a persone estremamente comuni: gli oppressi, i diseredati, i poveri. Questo fu uno dei crimini che i sacerdoti gli imputarono: il fatto che si accompagnò ai giocatori d'azzardo, agli ubriachi, alle prostitute; visse in case di prostitute, non rifiutò mai nessuno, mangiò con chiunque. E' un uomo immorale; e, in superficie, tutte le apparenze rivelano che assomiglia a un peccatore; ma egli cadeva solo per aiutare quella gente a elevarsi; egli scendeva fino agli infimi per mutarli in ciò che è più elevato. E tutto questo per una ragione ben precisa.
   Gli infimi possono non essere sofisticati, possono essere privi di cultura, ma possiedono una purezza del cuore; in essi c'è più amore. Ragion per cui adesso potete comprendere la differenza.
   Il sentiero del Buddha è la via dell'intelligenza; non può andare da un pescatore e dirgli: "Vieni a me e io ti renderò illuminato", per lui non sarebbe possibile. Il suo è il sentiero della consapevolezza, dell'intelligenza, della comprensione: il pescatore non capirebbe neppure il suo linguaggio, è troppo elevato per lui, è ben oltre la sua capacità di comprensione.
   Il sentiero di Gesù è la via dell'amore, e le persone povere sono più amorevoli di quelle ricche: forse è per questo che sono povere; poiché, quando hai molto amore non puoi accumulare molto denaro... le due cose non si accompagnano! Quando hai molto amore, condividi: un ricco non può essere un uomo amorevole, perché l'amore sarà sempre un pericolo per le sue ricchezze; se ama le persone, dovrà condividere.

Osho, Il miracolo più grande, pp 14-15

venerdì 2 dicembre 2016

Racconti di un pellegrino russo

“Per misericordia di Dio sono uomo e cristiano, per opere gran peccatore, per vocazione pellegrino senza dimora, del ceto più umile, che va forestiero di luogo in luogo. I miei averi sono una bisaccia di pan biscotto sulle spalle, e in seno la sacra Bibbia, ecco tutto”. Con queste parole inizia un libro, pubblicato nel 1881 a Kazan’, che è stato uno dei maggiori successi editoriali del secolo appena trascorso, gli oramai celebri Racconti di un pellegrino russo. Il protagonista incarna una figura familiare sulle strade che traversano le sconfinate distese della Russia medievale e moderna e ricorrente nelle pagine di narratori e di poeti: è come se il lettore fosse accompagnato per mano in un pellegrinaggio interiore nelle profondità dell’orazione.

Chi ha scritto i Racconti sinceri di un pellegrino? Un recente ritrovamento testuale consente di attribuire un nome a un autore rimasto pressoché sconosciuto per centocinquant’anni: lo ieromonaco Arsenij Troepol’skij (1804-1870). Entrato al monastero Simonov di Mosca nel 1825, poi monaco successivamente a Optina, alla Lavra delle Grotte di Kiev, alla Sergieva pustyn’ di San Pietroburgo, nei monasteri di San Sava di Vyšera, di San Giorgio di Balaklava, di San Nicola a Malojaroslavec e infine di San Pafnutij a Borovsk, Arsenij sembra rispecchiare nell’itinerario del suo eroe le molte peregrinazioni della sua vicenda monastica e spirituale. Tuttavia egli stesso assicura il lettore che il pellegrino protagonista dei Racconti “è veramente esistito e ha raccontato in purezza di coscienza le proprie avventure”.

L’avventura spirituale della preghiera incessante:
il Nome di Gesù trasfigura l’universo