giovedì 6 luglio 2017

Quanto fu frainteso «Siddhartha» di Hesse

D'oppio anniversario quest'anno per i tanti appassionati di Hermann Hesse: nell'estate di cinquant'anni fa la dipartita, nove invece i decenni che ci separano dalla prima pubblicazione in tedesco del suo romanzo più letto: Siddhartha. Per celebrare le due ricorrenze l'Adelphi riedita proprio quel titolo, uno dei maggiori successi della sua storia editoriale, targato 1973 (mentre la prima edizione italiana, per i tipi di Frassinelli, era comparsa con la fine del fascismo). Il nuovo volume propone la storica traduzione di Massimo Mila, accompagnata però da pagine di diario, lettere e commenti degli amici e colleghi Stefan Zweig e Hugo Ball, fotografie. Molto materiale per fare un po' di luce sulla genesi e il senso del romanzo «indiano» per ambientazione ma, a ben considerare, universale perché racconto iniziatico: quasi una fiaba, un archetipo del perdersi per trovare il vero Sé.
La passione per Siddhartha sbocciò negli Usa del secondo dopoguerra, la Beat generation cominciò ad infilarlo nello zaino, a praticare religioni e filosofie d'Oriente. Quando fu il turno degli hippy, anche loro un'occhiata ad Hesse l'avevano data, l'orientalismo d'oltreoceano venne esportato dalle nostre parti. Inclusa la macchietta del giovane capellone che va in India «per trovare se stesso», ascoltare «la voce del fiume», praticare la compassione buddista. Il peggio doveva ancora venire, ed era il buddismo esotico più che esoterico, d'aerobica più che da yoga, impostosi con gli anni '80 e brulicante nei minestroni New Age. Di questo incolpiamo il capolavoro (perché tale resta) di Hesse, di aver contribuito alla nascita di questi buddisti da aperitivo. Gente che forse ha letto Siddhartha a sedici anni e mai più ha ridato un'occhiata a quelle pagine. Potrebbe scoprire che il protagonista del romanzo in realtà non si fa discepolo del Buddha; preferisce l'amore di una cortigiana e la vita da ricco mercante, preferisce sporcarsi col mondo. E nemmeno si fa buddista dopo la fuga da quel mondo, ma sceglie di esercitare il mestiere di traghettatore. Nel dialogo finale con il vecchio amico che invece monaco si è fatto, Siddhartha nega perfino il dualismo orientale fra Nirvana e natura illusoria: oseremmo dire che il saggio indiano fa scelte più cristiane che buddiste. Perché Cristo è venuto anche per i buddisti, quasi incarnando le loro nobili verità. Del resto Hermann Hesse, figlio di missionari protestanti in India, cinquant'anni fa non lasciò disposizioni per un rito funerario indiano. I suoi resti mortali riposano nel cimitero della chiesa di Sant'Abbondio, a Gentilino, ai piedi dei monti svizzeri, non su quelli tibetani. 



http://www.ilgiornale.it/news/cultura/quanto-fu-frainteso-siddhartha-hesse-837334.html

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